Quanto vale il Quirinale?

di Pasquale Ferraro
3 Gennaio 2022

Nel film di Ridley Scott “ Le Crociate”  il protagonista Baliano di Ibelin consegnata  a Saladino Gerusalemme chiede al Sultano: “quanto vale Gerusalemme?” Saladino prima risponde con un secco “ niente “, poi mentre si dirige verso il suo esercito schierato dinanzi alla breccia aperta nelle mura della città Santa, si volta e all’indirizzo di un perplesso barone di Ibelin soggiunge un entusiasmante “ tutto”, accompagnando le parole con il gesto dei pugni.  Noi ci chiediamo oggi quanto vale il Quirinale ? Niente avrebbe risposto con la massima onestà ogni segretario di partito fino a qualche anno fa,  “ tutto” risponderebbero oggi altrettanto sinceramente tutti i leader, perché in fondo mai come negli ultimi anni abbiamo imparato a capire quanto vale la Presidenza. 

Le dichiarazioni dei maggiori leader non fanno altro che alimentare un “gioco” che per la prima volta da molto tempo, e sicuramente da quando è sorta la c.d. “ seconda repubblica “ , è dominato dal timore, nella forma più pericolosa per la politica, quella dell’incertezza. 

Se la conferma di Napolitano per il secondo mandato fu l’atto disperato di un sistema politico in pieno cortocircuito e l’elezione di Mattarella lo scacco matto di Matteo Renzi a Berlusconi e a tutti i protagonisti di quella vecchia generazione da rottamare, l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica sarà l’ipoteca sulla prossima stagione politica.

Però  ad oggi la nebbia  regna sovrana sull’’emiciclo di Montecitorio e tutti i protagonisti si lanciano in proprie disinvolte trattative, consapevoli che non sarà facile e sopratutto che gli scenari aperti sono molteplici.  A partire da quello che tutti vogliono scongiurare l’eventuale candidatura di Mario Draghi che non solo dichiarerebbe ufficialmente  l’avvenuto decesso dell’esecutivo e della larga coalizione, ma rischierebbe sopratutto di minare gli equilibri già gracili. 

La sinistra spodestata della regia si muove tacitamente, il segretario del Pd Letta tra un’intervista e un’altra lancia messaggi sulla tenuta dell’esecutivo, sull’’evitare elezioni sul filo del rasoio a colpi di maggioranze parlamentari, dimenticandosi che quando la sinistra ha avuto i numeri per eleggere il Capo dello Stato si è fatta pochi scrupoli, ma oggi com’è nel loro costume utilizza la doppia morale con gli altri e in particolare  con il centrodestra. 

Candidatura di Berlusconi a parte l’occasione è ghiotta  per la destra e va sfruttata con abilità, sopratutto in vista delle prossime elezioni politiche, sia che sia svolgano al termine naturale della legislatura, sia che abbiano luogo in estate – con l’attenuarsi stagionale del virus – per il collasso dell’attuale maggioranza dal dopo elezioni per il colle. Infatti difficilmente il governo reggerà l’elezione del successore di Mattarella, e ci vorrà ben altro delle dichiarazioni di circostanza per salvare un governo che è in salute solo in apparenza. 

Il centrodestra per la prima volta potrà giocare la partita in attacco, imponendo il proprio gioco e facendo ballare la sinistra al proprio ritmo, facendo però attenzione all’incognita Matteo Renzi, il più abile giocatore di scacchi della politica italiana. Nessuno è in grado di reggere un duello con l’ex premier sul terreno delle strategie parlamentari, chi non lo credeva l’ha imparato a proprie spese – chiedere a Enrico Letta, Giuseppi Conte , Matteo Salvini, Nicola Zingaretti – e adesso si giocherà la partita più importante, quella di essere determinante, di essere il deus ex machina, anche in questa nuova stagione. 

Renzi ha una pattuglia di parlamentari che potrebbe essere determinante. 

Altra incognita sono i “desperados” del gruppo misto ex grillino pronti a tutto purché la legislatura arrivi al 2023 costi quel che costi. 

In questo scenario caotico è difficile profilare un identikit che vada oltre l’ipotesi e le congetture, sopratutto in questa fase preliminare in cui gran parte dei giocatori tiene le carte coperte e aspetta la mossa degli altri. 

Al momento gli unici giocatori in campo sono Silvio Berlusconi e Mario Draghi, ma questa volta a super Mario non basterà il bazzuca, perché nella fossa dei leoni dell’elezione del Presidente della Repubblica sono sempre in agguato i famigerati “franchi tiratori” pronti in ogni occasione a colpire alla giugulare i nomi “caldi” i più papabili fra i candidati, come accadde a Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani nel 1992, o più recentemente a Romano Prodi e Franco Marini nel 2013, in quella che può essere definita la “caduta dei giganti”. 

I candidati più accorti stanno nell’ombra, alcuni in attesa di beneficiare di un eventuale situazione di stallo, altri delle prime tre votazioni, ma anche alla quarta dove il rischio massacro è elevatissimo.

Anche Silvio Berlusconi dovrebbe scendere in campo dalla quarta , e tentare di reperire quei 50 voti mancanti, fermo restando che tutto, ma proprio tutto il centrodestra voti per il padre nobile della coalizione.  

Per il centrodestra la conquista del Quirinale anche sul modello Leone, senza condivisone,  È un crocevia fondamentale per cementare le aspirazioni di governo, dimostrare di essere forza matura e in grado di affrontare anche il crocevia parlamentare, con le varie alchimie da transatlantico che in un sistema parlamentare sono fondamentali, e troppo spesso sottovalutate. Sia Giorgia Meloni, che Matteo Salvini possono scrivere la storia e condannare la sinistra ad un’opposizione totale, anche agli occhi del paese. 

Il partito democratico ha tutto da perdere e tutto da guadagnare, ma sanno bene dalle parti del Nazareno di partire svantaggiati e sopratutto azzoppati nei numeri, ma confidano nella vocazione al suicidio del centrodestra, e nella possibilità di sedersi al tavolo dopo il quarto scrutinio, sopratutto nel caso in cui nessuno riesca a raggiungere i voti mancanti. Sopratutto Berlusconi, che il pd teme. 

Letta guarda anche a Renzi, e non vuole gettare l’eterno successore/predecessore nelle mani del centrodestra, ne è una prova la risposta seccata alle parole di D’Alema contro Renzi, che dimostrano come da buon democristiano il segretario Pd sa bene che questo non è il momento di aprire ostilità. 

In tutto ciò rimane l’incognita M5S, si ma quale ? Quello di Di Maio divenuto ormai un partito vocato al palazzo e al governismo qualunque esso sia, oppure quello di Giuseppe Conte inconsistente come il suo leader? Non è dato saperlo, di certo sia l’ex Avvocato del popolo, che il Ministro degli Esteri proveranno a giocare la propria partita, il primo per sopravvivere, il secondo per tornare ad essere qualcuno e non quella sagoma sbiadita che compare sui social e che sembra dire a tutti “ vi ricordare di me”.  Per questo non possiamo dare per certa una qualsivoglia ipotesi di strategia, lasciando cadere le affermazioni di Conte “ vogliamo una donna al Quirinale” che si sono rivelate una semplice scelta comunicativa per far percepire un protagonismo nel gioco per il Colle, che ad oggi i grillini stanno giocando in seconda fila. 

 Un dato lo conosciamo già, sarà l’elezione più seguita dagli Italiani,  orami stanchi delle solite melasse di Netflix ed HBO e pronti ad assistere ad una sfida all’ultimo colpo, e più probabilmente all’ultimo “ Stai sereno”.