Quale destra? Metamorfosi di una forza nata per governare

di Pasquale Ferraro
2 Febbraio 2021

Su Il Foglio di ieri Annalisa Chirico mette su carta un analisi intrecciata fra le opinioni di editorialisti e direttori delle maggiori testate italiane in cui si affronta un tema cruciale, la destra di governo. 

Un dibattito che si protrae dal quel fatidico 2011 data simbolo del tramonto – europilotato – del berlusconismo al governo, ultima comparsa di quel centrodestra nato nel 1994 e per quasi vent’anni, rimasto al potere con fasi alterne. Sintetizzabile in quella massima del compianto Altiero Matteoli “ siamo governativi anche quando siamo all’opposizione”,  che chiarifica subito la propensione istituzionale di una colazione nata per governare, solo talvolta costretta temporaneamente all’opposizione. 

 Un centro destra in doppio petto e cravatta azzurra, ancora figlio della prima repubblica, ma in grado di raccogliere in un blocco compatto un area che va dagli ex socialisti alla destra tradizionale. 

Oggi in una fase delicata e complessa della storia italiana, in cui sembra ripristinata la fragilità dei governi, complice anche le pessime leggi elettorali, il centro destra si trova davanti ad una prova storica, che risponde ad una vecchia domanda che si pose anche Lenin: “ Che fare?”, ma soprattutto cosa essere? Da qui l’opinionista comune si attende una risposta che verta su un solo tema Europa si- Europa no. 

Una dicotomia al quanto ingenua, soprattutto se si considera che le sfide che ci attendono sono sfide nazionali da giocare come Nazione sui tavoli internazionali. 

Secondo, ma non secondario tema è quello relativo al c.d. pedigree che la destra italiana non ha, e qui sorge spontanea la domanda: chi lo attribuisce? La Merkel? Macron?  – che era socialista- Oppure Ursula von der Leyen? Questo è il tipico atteggiamento di una politica provinciale, che necessita di un riconoscimento, di un attestato oltre confine. 

La destra questo non potrà mai farlo, perché la destra quando sarà chiamata al governo, dovrà dimostrare di essere istituzionale, temuta e rispettata per le capacità e la forza della propria azione di governo. Stare in Europa non è difficile, ma il come ci si sta, fa la differenza. 

Ed in questo,  i governi “ europeisti” non hanno dato grandi prove, nonostante la loro comprovata fede Bruxelliana. 

L’Italia deve uscire da questo complesso da dialettica “ servo – padrone” ed entrare i quella fase matura della propria autocoscienza politica, che non può non edificarsi sulla consapevolezza di se. L’orgoglio di essere italiani, della nostra grandezza, unito alla consapevolezza di voler reagire al torpore e alla recessione non solo economica ma anche politica e psicologica. La percezione è tutto! 

Ciò che però non convince è questa idea altrettanto infantile che la destra deve essere come la vogliono gli altri, e per altri si intenda tanto la sinistra quanto i partner europei. 

Quando poi in realtà non è che in Europa abbondino gli europeisti tou court, abbiamo più un europeismo su convenienza, esempio ne è il caso dei vaccini.

Questo non vuol dire che tutto splenda sulla riva destra, anzi nonostante i sondaggi inducono ad un certo ottimismo, rimane il fatto che ancora oggi la destra post 2011 non è riuscita ad allinearsi a quella istituzionalità che ha contraddistinto quella berlusconiana anche negli anni di opposizione. Appunto l’essere governativi, il che non vuol dire essere accondiscendenti. 

Quello di cui ha bisogno l’Italia, e noi lo diciamo da tempo è di un grande partito conservatore che sappia raccogliere le istanze, tradizionali e  le aspirazioni future di una Nazione allo sbando. 

Rigenerare l’Italia, rafforzarne il ruolo internazionale, cosa tramontata insieme al governo Berlusconi del 2011.

 Sono tante le sfide che attendono l’Italia in Europa e fuori ed è da Italiani che le dovremo affrontare, è solo un centrodestra forte, coeso e conservatore potrà riuscire.

Ci sono numerose sfide sul piano istituzionale come l’impedire che si realizzi un proporzionale che porterà  solo instabilità politica e governi deboli, e condurrà inevitabilmente al tradimento di un voto referendario, quello del 18 aprile 1993 in cui gli Italiani hanno scelto di abbandonare il sistema proporzionale. Bisognerà invece rilanciare su collegi uninominali così da riacquistare un ruolo politico e rappresentativo nel senso più autentico. 

Senza dimenticare il tema centrale della rivoluzione istituzionale che il centro destra si è proposto da sempre il presidenzialismo, o almeno un premierato forte che sappia finalmente mettere termine alla questione del potere esecutivo e del ruolo del Presidente del Consiglio, un anomalia storica che non può procedere oltre.

Queste sono alcune delle tante battaglie che attendono il centro destra. Altro tema è quello sollevato su Panorama da Lorenzo Castellani, in un’acuta analisi sulle difficoltà oggettive del centrodestra di sapersi muovere nei giochi di palazzo che in un sistema parlamentare – sopratutto se instabile come il nostro – sono all’ordine del giorno. Il non saper essere forza di potere e di governo in senso gramsciano.

Ed in quest’ottica rimane aperta la questione Quirinale, a pochi mesi dal semestre bianco, e dal palesarsi delle prime candidature per la successione al Presidente Mattarella, e tra i candidati al momento il più papabile è l’attuale Capo dello Stato, che sogna, anche se abilmente non lo fa notare un bis come il predecessore Giorgio Napolitano. 

Un secondo mandato a tempo, giusto il tempo di fare la legge elettorale, e di portare il paese al voto e di stare in cabina di regia nelle future “ consultazioni”. In questa sfida il centrodestra è al palo, o almeno aspetta la mossa della sinistra, nell’incertezza generale e sperando in un voto anticipato che scombinando gli attuali numeri parlamentari, aprirebbe le porte del Colle ad un esponente di centrodestra, visti anche i numeri fra i delegati regionali. 

Ma in politica non si può vivere di sole speranze, ma di tattica e quella in molte cose latita. 

Il movimento conservatore in questo può rappresentare una svolta, anche perché le domande del paese sono tante e ad oggi le logiche attuali non sono in grado di dare una risposta. 

Il centrodestra deve acquistare sicurezza, e trasmetterla agli elettori, farsi percepire come coalizione di governo. Se il centro destra ci riuscirà allora non basteranno manovre o manovrine, nè europeismi campati per aria ed estratti dal cilindro come monito, spauracchio per quella parte di paese che vuole solo riacquistare una serenità ormai chimerica. 

Nel nostro paese si avverte un deficit politico e su un punto come questo non servono modifiche alla legge elettorale o riforme istituzionali, se la politica non è in grado di dirimere i conflitti, non ci sono riforme che tengano, ne governi forzati. L’Italia necessita di una politica autorevole, forte e rinnovatrice, e solo il centrodestra può compire e assumere su di se la pesante responsabilità di una stagione di ricostruzione del paese.