Primule appassite e denaro pubblico risparmiato: il buon senso contro le follie di Arcuri

di Redazione
19 Febbraio 2021

Abbiamo i fiori di Bach, fortunatamente non avremo le primule di Arcuri. Si spegne il sogno del discussissimo Domenico Arcuri di installare nelle piazze di tutta Italia i padiglioni con la primula in cui eseguire i vaccini anti – Covid.

È ancora negli occhi e nelle orecchie del popolo italico il folle discorso del manager, amministratore delegato di Invitalia e Commissario straordinario per l’emergenza Covid, in cui annunciava di come i decantati padiglioni avrebbero dovuto rappresentare la rinascita del Paese.

Un discorso all’interno del quale chiunque fosse dotato di capacità critica ha notato più di qualche punto oscuro, non mancando di farlo notare. Più di qualche, ad onor del vero. Bisogna essere sinceri: ad esclusione di chi è disposto ad ingerire qualsiasi pillola dal retrogusto liberalprogressista, sopprimendo i neuroni in cambio di slogan rivedibili, la decisione di allestire dei padiglioni per gestire la campagna di vaccinazione, ben pochi hanno accolto volentieri le sue parole.

A cominciare da un bando di gara assurdo, ricco di contraddizioni sia in merito ai tempi ristrettissimi per la presentazione di offerte tecnico – economiche ben ponderate, per finire alla funzione delle strutture stesse in rapporto al loro costo.

Il costo: nel bando si valutava l’ipotesi di “richiedere la produzione” di circa 1.200 padiglioni. Il costo per metro quadrato degli stessi? 1.300 euro, IVA esclusa. La metratura delle singole strutture? Circa 300 metri quadrati. Fare i conti della serva, a questo punto, è semplice: basta dotarsi di una calcolatrice.

La folle idea di Arcuri, che aveva già provveduto ad ottenere la collaborazione dell’architetto Stefano Boeri, sarebbe costata allo Stato (leggasi contribuenti) all’incirca 470 milioni di euro più IVA, centesimo più, centesimo meno. Quasi mezzo miliardo di euro per strutture che, in seguito al loro utilizzo, “sarebbero state comunque smantellate, trattandosi di opere provvisorie”.

Sarebbe, già, perché in una triste (solamente per il Commissario, per altri di tripudio) giornata di febbraio, Mario Draghi ha sentenziato: “Niente primule, sarebbero una spesa inutile”. 

Applausi a scena aperta, nonostante le giustificazioni assolutamente assurde di chi ha mostrato di possedere un quoziente intellettivo non al passo col genere umano, quegli pseudo – politicanti per partito preso e commentatori televisivi (categoria che oggi troppo spesso fa impallidire quella dei concorrenti dei reality show), in grado di sentenziare che “Le primule rappresentano un messaggio di amore e speranza”.

Speranza, una parola che sarebbe meglio non utilizzare oggi in quanto porta col pensiero all’indifendibile Ministro della salute. Speranza, una parola che però – declinata in modo differente – evoca un pensiero a tratti stupendo.

Un pensiero semplice e banale al tempo stesso, che non lo è per nulla in un Paese vittima dell’assistenzialismo oltre ogni ragionevole limite: che il buon senso esiste e può consentire alle casse dello Stato, che poi sarebbero i contribuenti, che poi saremmo tutti noi, di non sacrificare denaro pubblico a fronte di nulla, a fronte di spese improduttive, a fronte di “cafonate antieconomiche”.

Vedremo le primule a primavera, nei giardini in fiore, quando potremo uscire e socializzare senza restrizioni. Quelle di Arcuri resteranno solamente un brutto incubo.

Nello Simonelli