Prima di tutto la Ragion di Stato

di Pasquale Ferraro
10 Maggio 2020

La liberazione di Silvia Romano ad opera dell’AISE –  la sezione esteri dei nostri servizi – ha riportato in auge un dibattito che si ripete ogni qual volta – e non sono poche – ci troviamo a commentare vicende analoghe. 

Tutti sono umanamente felici che la cooperante italiana dopo un anno di prigionia sia tornata sana e salva in Italia – nonostante la sorpresa per averla scoperta sposata e incinta – ma i moti di gioia  non devono distogliere l’attenzione da una questione politica fondamentale: perché continuiamo a pagare riscatti per gli ostaggi? E’ un tema che l’Italia si trova ad affrontare dalla fase immediatamente successiva al nostro intervento in Iraq e Afghanistan al fianco dei nostri alleati nella guerra al terrorismo globale, che ha inevitabilmente posto gli italiani presenti e operanti in determinate aree in una condizione di rischio. 

In questi anni la prassi dei rapimenti è stata utilizzatissima dalle varie sigle e frange islamiste in medio-oriente e in Africa, sia come mezzo di finanziamento sia per mero scopo pubblicitario.

Gli Stati Uniti a riguardo e senza distinzioni fra chi sedesse alla Casa Bianca hanno sempre scelto la via della fermezza, rifiutandosi di pagare qualsiasi riscatto, ben consapevoli che i soldi pagati in cambio dei vari ostaggi serve per finanziare l’acquisto di armi, per pianificare e realizzare gli attentati e per tenere in piedi la rete terroristica globale. 

L’Italia invece – anch’essa senza distinzione fra gli inquilini di Palazzo Chigi- scelse da subito la via della trattativa, del compromesso e dunque del pagamento. Negli ultimi vent’anni non si contano le miriadi di rapimenti di cittadini italiani, divenuti un obiettivo e un bancomat per le organizzazioni terroristiche.

In politica e soprattutto in politica estera la percezione è tutto; pagando l’Italia è stata percepita debole e dunque un terreno fertile per le varie sigle islamiste. Ciò che lascia maggiormente perplessi, è che proprio l’Italia memore della propria storia, dovrebbe essere convinta assertrice della via della fermezza. L’Italia vanta un’esperienza quanto a contrasto al fenomeno terroristico come pochi altri paese, e proprio la nostra storia recente ci ha insegnato come tutto bisogna fare fuorché scendere  a compromessi. 

Gli ostaggi si liberano con operazioni mirate d’intelligence militare, non sborsando milioni di euro che verranno utilizzati per versare sangue innocente. I terroristi si catturano o si uccidono, cosi da lanciare un messaggio limpido e cristallino a chi intendesse nuocere nuovamente ai cittadini italiani: nessuna pietà per chi tocca un italiano

 Cedere al contrario è un invito a nozze e fa di ogni italiano un bersaglio ambitissimo, ed un vero e proprio bancomat ambulante a cui le organizzazioni terroristiche non vedono l’ora di attingere. Quello che i nostri ultimi governi e la nostra classe politica dovrebbero imparare da coloro i quali affrontarono gli anni di piombo, risiede nel concetto di fermezza.

 Lo Stato non può e non deve cedere, la ragion di stato ha sempre la precedenza sia sui sentimenti che sulle inclinazioni umanitarie. Lo Stato non deve essere un dispensatore di umanità, ma deve agire nel proprio interesse anche quando richiede di compiere scelte difficili e dolorose. 

Ma noi in politica estera continuiamo a fare tutto ciò che non dovrebbe essere fatto.