Per ricostruire l’Italia serve un coraggio da Draghi

di Alessandro Guidi Batori
20 Agosto 2020

Il volto e le dichiarazioni dell’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, non hanno tardato a pavesare le prime pagine dei principali quotidiani nazionali italiani. “La ricetta”, “il manifesto”, “la sorpresa”. Numerose le reazioni al suo intervento al meeting di Rimini, ma univoca la chiave di lettura: «i sussidi finiranno».

Una verità certamente scomoda, per gli esponenti ed i sostenitori dell’attuale maggioranza di Governo, e men che meno innegabile. È la seconda, grande, uscita da uomo libero dell’ex presidente della BCE, dopo l’editoriale sul Financial Times del 25 marzo 2020 scorso. Il vantaggio degli uomini liberi, che non devono la propria carriera o sussistenza a questa o quella guarentigia, a questo o quel politico, è poter dar voce ai propri pensieri liberamente. Se poi questi uomini sono dotati di profonda intelligenza, questi pensieri diventano un selciato logico, ben delineato, chiaro e – nel caso di specie – impietoso. 

Politica è pragmatismo, non ha mancato di dirlo, ed il pragmatismo premette e richiede una presa di coscienza delle situazioni affrontate che vada al di fuori dei sondaggi, dei proclami e delle ideologie. Non a caso il pragmatismo è quella capacità che non di rado distingue i politici dagli Statisti.

Siamo in uno scenario di crisi che da temporaneo si è fatto quasi permanente. Incapace di riprendersi completamente dalla crisi finanziaria e dei debiti sovrani del 2008, l’Europa è stata ulteriormente colpita dalla crisi economica da coronavirus, la quale ha spazzato via interi settori dell’economia reale, senza mancare di colpire anche il morale, il tessuto sociale nella sua intimità. La conseguenza è stato l’instaurarsi di un sempre più permanente quadro di continua incertezza che ha paralizzato consumi, investimenti, crescita ed occupazione.

Siamo in quella che Lévi-Strauss ha definito “società fredda”, in cui la crescita è assente, impercettibile o persino negativa, con una fondamentale differenza rispetto al passato, come delineato anche dal sociologo italiano Luca Ricolfi (nel suo ottimo “La Società Signorile di Massa”): nelle società fredde la staticità riguardava tutti gli aspetti della vita sociale, tale per cui cambiavano con estrema lentezza non solo il quantum di risorse disponibili, ma anche il dinamismo, le regole, costumi, beni, professioni e via discorrendo; adesso i cambiamenti delle abitudini, delle preferenze individuali, delle regole, dei costumi, delle professioni sono repentini, dinamici, rapidi ed imprevedibili.

Draghi ha inanellato una serie di verità tanto banali quanto essenziali e scomode. I sussidi, rilasciati a vario titolo da tutte le economie europee, servono a sopravvivere, sono una prima forma di sostegno per coloro che si sono trovati maggiormente disarmati dalla crisi, e prima o poi finiranno.

Come richiamato nel famoso editoriale del FT, la risposta alla crisi deve essere coraggiosa, basata su strategie ed obiettivi di lungo periodo, le quali saranno inevitabilmente accompagnate da un maggiore stock di debito pubblico, che diventerà una condizione sistemica e non più transitoria dell’economia europea. 

Come insegnano i manuali di economia più basilari, questo debito, come tutti i tipi di debito, può essere “buono” se investito in capitale umano, infrastrutture, ricerca e sviluppo, o “cattivo” se usato per spesa pubblica improduttiva, dunque con effetti incerti se non nulli su occupazione, investimenti e consumi. Viene in mente niente? Citofonare Palazzo Chigi: il governo giallorosso ha incrementato lo stock di debito pubblico di 100 miliardi e tra bonus monopattini, casse integrazione mai arrivate e scuole ora aperte ora chiuse si fatica a capire dove cominci la strada per la ricostruzione del Paese.

Certa è una cosa: mai come adesso pragmatismo ed adattabilità sono necessarie per sopravvivere, mai come adesso è compito della politica economica di ridurre l’incertezza provocata dalla pandemia.

Ed è con grande pragmatismo che Draghi ha riconosciuto la ormai manifesta inadeguatezza di alcuni assetti dell’unione economica e monetaria: patto di stabilità, disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di Stato; regole attenuate o sospese in conseguenza della pandemia. A questo punto, la famosa “Europa” che tutti vogliono cambiare, un altro fondamentale è stato sdoganato: la mancata correzione di alcuni di questi strumenti, per inerzia o interesse che sia, ha fornito nuove incertezze, che hanno dato gioco facile ai partiti antisistema ed euroscettici.

Legittimando l’ovvio, rappresentato da quella porzione intermedia tra europeisti a tutti i costi ed euroscettici da fiera, ha poi proseguito enfatizzando la necessità di riformare l’esistente sotto l’egida dei principi fondanti il nostro ordinamento. Volgendo lo sguardo ad un contesto più o meno interno ed italiano, è poi arrivata l’ardua sentenza: «ai giovani bisogna dare di più». I sussidi finiranno, e senza interventi di ampio respiro e di lungo periodo, si darà luogo ad una intera generazione priva di qualificazioni professionali, incapace di assicurarsi un reddito ed una prospettiva professionale futura, erodendo in modo permanente la ricchezza del Paese.

Una società in continuo cambiamento, dove l’imprevedibile è l’ordinario, richiede cittadini sempre più capaci di discernimento ed adattamento. Il debito creato dalla pandemia sarà l’ennesimo onere a carico delle generazioni future: «Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.»

Ma è forse sfuggito ai più un passaggio quanto meno essenziale: «La conoscenza per cui le decisioni devono essere basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; e infine l’umiltà di capire che il potere che hanno i nostri policy makers è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato

Il suo mandato fu il famoso “Whatever it takes”. Quello del mainstream e della maggioranza si ferma al 20-21 settembre?