Meritare l’Europa? Prima meritiamoci l’Italia

di Pasquale Ferraro
7 Settembre 2021

Sarà quell’abitudine tipica dei conservatori di non lasciarsi andare in eccessi irrazionali, preferendo sempre un certo freddo pragmatismo, ma i discorsi degli europeisti hanno sempre qualcosa di vacuo, di debole, di implicitamente annacquato. 

Non è soltanto una sensazione, ma un dato di fatto storico e basta osservare il recente passato per rendersene conto. Certo noi sappiamo bene quale sia l’idea dominante che sta alla base dell’europeismo, non solo quello economico, ma  quello politico a tinte alquanto utopistiche che capita spesso di vedere all’opera in qualche evento del partito democratico, di qualche associazione esterofila e da ultimo in forma giovanile nella kermesse renziana, ispirata da sempre ad una utopia ventotenniana, eppure come accade ripetutamente per le idee della sinistra alla fase teorica non segue inevitabilmente – fortuna per noi – la praxis. 

Negli ultimi anni l’europeismo di sinistra è stato uno dei mantra sui quali si è edificata la retorica anti sovranista – ed il sovranismo no  è solo di destra, ma quello di sinistra alla prima occasione si converte come Tsipras –   e non è un fenomeno creato ad arte, ma un sentimento spontaneo, che come sempre accadde nel movimenti storici, sorge e si afferma in determinate condizioni sociali e politiche, nel caso del sovranismo anti europeista è stata la crisi economica finanziaria e soprattutto i suoi effetti tardivi, ma per questo più letali, con il conseguente volto sadicamente burocratico e molto tedesco assunto dall’Unione Europea, prima dell’avvento di Mario Draghi alla BCE. 

Sul piano più strettamente nazionale si è verificato una sorta di risveglio dal sonno europeista dei primi anni 2000 quello del prodiano “ lavoreremo un giorno in meno, ma guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più” sul quale non ci soffermiamo troppo per un senso di umana pietà. Il risveglio come spesso accade nella storia è stato traumatico ed anche la destra, soprattutto quella liberal-popolare non ne è immune, soprattutto perché il più delle volte è succube della retorica antisovranista che le élite mettono in piedi, per radicalizzare il dibattito e finendo per porre un diktat semplice: o con l’Europa o contro. Binomio al quanto stucchevole soprattutto perché esclude aprioristicamente la posizione forse più equilibrata e meno fanatica, quella di un’Europa intesa come “ Comunità” europea – le parole hanno il loro peso – e che non sarebbe un passo indietro, ma un gigantesco passo in avanti. Eliminando il fanatismo europeista, quello dell’Europa federale, della difesa comune, e di altre amenità impresentabili davanti alla storia. 

La politica non deve certo limitarsi, deve avere il coraggio di osare e anche di rischiare, ma non deve mai perdere il realismo necessario per fare la scelta giusta. Ma qual è la scelta giusta, un conservatore senza esitazione risponderebbe quella giusta per l’Italia, e dunque soggiungerebbe un europeista, una scelta egoista. Perché nella narrazione ultra europeista, ciò che è giusto per noi è egoismo, problema che però ci poniamo solo noi italiani, o meglio gli europeisti italiani, quelli tedeschi o francesi o spagnoli neanche se lo pongono il dilemma, la nazione prima di tutto. 

Solo che nella subcultura della nostra sinistra il concetto di nazione è visto come un retaggio reazionario, ottocentesco e anche un po’ tanto fascista – che nella colorazione giornalistica progressista va sempre bene come condimento – e quindi inevitabilmente demoniaco.  Qui su questo punto casca il mito europeista, perché nessuna nazione debole e soprattutto con una classe politica debole può reggere il confronto pratico, con paesi nei quali il sentimento nazionale è forte. Lo abbiamo visto coi referendum sulla costituzione europea, dove gli elettori l’hanno abbondantemente bocciata in Francia e nei Paesi Bassi,  elementi che non fanno mai riflettere i nostri europeisti da salotto, possibilmente ecosostenibile. 

Un limite quello dell’europeismo radicale –  ha la stessa valenza dell’ambientalismo radical chic e oltranzista denunciato giustamente dal ministro Cingolani –  che ha minato anche il progetto europeo alla base, proprio perché illogico e politicamente irrazionale. 

Pensiamo a meritarci l’Europa, ma non ci domandiamo mai se l’Europa ci merita? Perché qualche dubbio sovente si fa largo nei nostri pensieri – di tutti anche degli oltranzisti – e soprattutto non facciamo nulla per meritarci il nostro paese. La nostra è una grande nazione, ma noi lo ignoriamo, guardiamo all’Italia come un museo, nel quale siamo nati, viviamo in un perenne stato di reverenziale fascinazione, ma non siamo in grado di fare nulla. Ragioniamo sempre con le stesse grette logiche dell’ “ Italietta liberale” poco nazione e molto stato e troppo piemontesizzato, e non pensiamo, immaginiamo e agiamo per fare dell’Italia una grande Nazione. Ragioniamo di massimi sistemi geopolitici, la Cina, la Russia, gli Stati Uniti le potenze emergenti e  subiamo quel tremore alle gambe che molti, troppi uomini di governo hanno avuto in questo paese, soggetti che non vedono le opportunità oltre il loro naso, e forse neanche quello. 

Siamo sempre quella “ nave senza nocchiero” che naviga in balia delle onde, in attesa di uno scossone, di una stagione nuova, in cui al lungo inverno, segua finalmente la primavera, un’attesa che però appare lunga, molto lunga, anche se lo sappiamo bene la storia è imprevedibile. 

L’Italia negli ultimi anni ha perso molte occasioni, si è indebolita, infiacchita e per la prima volta tutti i secoli della nostra plurimillenaria storia hanno mostrato tutto il loro peso. 

Ma noi del nostro passato non siamo degni, siamo come spettri che si aggirano fra le rovine della nostra stessa civiltà, la civiltà italiana. Siamo diventati il paese degli stereotipi, o meglio abbiamo dato ragione agli stereotipi, salvo poi scoprirci tardivamente per quello che siamo un grande popolo. Sappiamo cosa vuol dire faticare, lottare, piangere e gioire, sappiamo soffrire senza dare soddisfazione e soprattutto non ci arrendiamo mai: ma questa natura, la nostra vera natura preferiamo tenerla nascosta, e mostriamo solo il nostro volto macchiettistico, turistico, perché? Perché non richiede responsabilità, perché per essere forti, occorrono guide forti, tradotto in democrazia: una classe politica forte, e per ora spiacenti di offendere qualcuno, tale classe politica non si è palesata. Abbiamo vivacchiato un po’ sulle rimanenza della vecchia classe politica, su qualche scarto che prima non trovava posto a sedere, ma che dopo tangentopoli è assurto a gigante davanti a tanti “nani e ballerine” che venivano fuori come un’invasione di cavallette. 

 Ora però anche quella riserva si è esaurita ed il cammino che ci attende è tortuoso, anche troppo per le nostre attuali forze in campo. Ma ribadiamo che la storia è imprevedibile, il fato anche. 

Riscoprire noi stessi, parlare d’Italia, de ciò che vogliamo essere nei prossimi anni per affrontare le sfide, partite complicatissime; dalla crisi di natalità, alla “questione africana” tra neo ottomanesimo e de occidentalizzazione, l’energia, una nuova politica industriale, i fondi europei da spendere, e dulcis in fundo  la madre di tutte le riforme, quella dello Stato, delle istituzioni repubblicane, da rinvigorire e soprattutto rafforzare (Respublica romana docet !). Tutte sfide che non sono realmente al centro del dibattito, non seriamente, non politicamente, ma troppo superficialmente.  La politica deve discutere, ma poi deve decidere, sta tutta qui l’essenza dell’arte del governo, nella decisione. 

Quando la smetteremo di pensare come europei ed inizieremo a pensare, a parlare e ad agire come italiani allora forse riusciremo a tirare fuori questo paese dal pantano nebuloso nel quale lo hanno gettato decenni di discorsi vacui su come dovrebbe essere l’Europa invece di come dovrebbe essere l’Italia.