L’Italia è scomparsa dai radar della politica estera

di Pasquale Ferraro
16 Agosto 2020

Da tempo oramai si è notata in maniera assai vistosa l’assenza italiana su tutti i tavoli internazionali, complice forse anche la confusione geografica che domina  fra i vertici politici della farnesina – si veda l’ultimo imbarazzante tweet del sottosegretario Manlio Di Stefano –  ma soprattutto la totale assenza di prospettive strategiche per il futuro. Lo smacco libico è ancora fresco, cosi come l’immagine dal forte impatto non solo propagandistico, ma storico della colonna di blindati turchi in territorio libico, quella ex colonia strappata proprio poco più di un secolo fa al giogo ottomano e ora ripiombata nelle trame geopolitiche del neo ottomanesimo.

Il flirt con Pechino, sponsorizzato dal Movimento cinque stelle non ha giovato al nostro paese nei rapporti con gli Stati Uniti, con la conseguenza che la politica dei mille forni inaugurata dal governo italiano si è rivelata la peggiore strategia possibile ed immaginabile. Cosi come assai capziosi appaiono i silenzi “ assordanti” su Hong Kong.

L’indebolimento italiano in politica estera, non è cosa di oggi, ma ha avuto inizio quasi un decennio fa, in quel 2011 foriero di tante sventure politiche, tra cui la fascinazione – politicamente pilotata – per le cosiddette “Primavere Arabe” che ha prodotto l’instabilità di un’area che va dai paesi del nord Africa, ancora non del tutto sopita, alla Siria.

Viviamo in una fase storicamente liquida, nella quale vanno costruendosi alleanze nuove, con equilibri ben diversi e fragili. La stessa situazione nordafricana è lontana da una soluzione definitiva, e persino la Libia non è un affare del tutto chiuso, ma in assenza di qualsiasi strategia, tutto appare incerto, e l’unica cosa come la storia ci ha insegnato che in politica estera non paga è l’incertezza.

Persino dinanzi alla tragedia di Beirut, il governo italiano si è mostrato totalmente privo di quella sensibilità e inventiva che di certo non manca ai cugini d’oltralpe i quali hanno inaugurato un nuovo interventismo generale, sia politico-diplomatico che militare.

La stessa questione migranti è figlia di una incapacità ad assumere decisioni forti e anche dure, in grado di porre fine ad una situazione che oltre che drammatica dal punto di vista umanitario si sta rivelando imbarazzante sul piano politico.

L’Italia che in Libia doveva porsi come ostacolo all’imperialismo turco, ha lasciato il campo senza colpo ferire, cedendo alla Francia l’iniziativa esplicitata dal Presidente Macron di un’alleanza in chiave anti-ottomana.  Cosi come sempre alla Turchia è stata lasciata mano libera – si spera solo per manifesta incapacità – nel corno d’Africa, Somalia in testa, zona anch’essa tradizionalmente e storicamente ad influenza italiana. Il governo di Tripoli guidato da Al Serraj, oramai fantoccio di Erdogan, tenuto in piedi proprio dall’Italia agli occhi della comunità internazionale, sembra aver dimenticato il passato e indirizzato il futuro verso un anacronistico abbraccio con Ankara.

Sul piano strategico, oltre a qualche comparsata sporadica del tutto ininfluente, è venuto meno anche quel ruolo di interlocuzione che aveva permesso storicamente al nostro paese di essere fautore e regista di molte vicende internazionali.

Ma non siamo davanti ad un isolazionismo, bensì ad un annichilimento figlio di una mancanza di obiettivi, di pianificazione e di una più generale visione geopolitica.

Siamo come un cetaceo arenato, senza nessuna speranza se non quella di riuscire miracolosamente a prendere il largo.

Per questo motivo appare assai dopato e dissacrante  l’accostamento che da qualche mese il fondatore di Repubblica fa  nella sua omelia domenicale del nostro Presidente del Consiglio Giuseppe detto Giuseppi Conte con il Conte  Camillo Benso di Cavour, il quale con l’abilità diplomatica e l’uso massiccio della politica estera con tutti i mezzi leciti e non,  mise in atto le condizioni che portarono alla nascita dello stato unitario.

Speriamo anzi “disperiamo bene” per citare Marcello Veneziani,  nella cupa e incerta attesa di un futuro che appare già largamente compromesso