L’illusione europeista

di Pasquale Ferraro
4 Settembre 2021

Da quando Joe Biden ha dato inizio al disastro afghano a tutti è apparso chiaro che quella dell’ “America is back” è stata solo una pia illusione, creata nel delirio anti trumpiano di una certa stampa europea. Ma il risveglio per gli alleati europei è stato più che traumatico, perché per  la prima volta si è percepita nella realtà pratica la volontà americana di fuggire, di disinteressarsi di conseguenze e future dinamiche, in barba ad ogni tattica geopolitica. 

Si è percepita un’assenza di logica, che in fondo nelle parole e nelle azioni di Biden e della sua amministrazione non si è mai palesata, mentre ciò che si è percepita è tanta, troppa approssimazione per una super potenza come gli Stati Uniti, capofila dell’alleanza atlantica. 

La Nato ha mostrato tutta la sua dipendenza decisionale dalla volontà americana, distaccandosi dalla volontà politica degli alleati europei che in verità di lasciare l’Afghanistan non ne hanno mai avuto intenzione.  Le vecchie nazione europee, piccia o meno ammetterlo, hanno maggiore dimestichezza antropologica con ciò che si trova a oriente e soprattutto con determinati fattori locali che potrebbero sfociare in qualcosa di molto più pericoloso in futuro, più per l’Europa che per gli Stati Uniti.  

L’Europa si è svegliata sentendosi impotente, o meglio forzosamente condizionata ad andare contro i propri interessi, solo perché gli americani, o meglio Joe Biden si è intestardito sul ritiro rapido e folle dei contingenti occidentali. Persino la Gran Bretagna per la prima volta si è trovata in disaccordo con Washington, un campanello d’allarme chiaro, che Biden non ha colto, o meglio finge di non cogliere, convinto com’è che tutto tornerà nei suoi tradizionali binari.  L’occasione è stata però ghiotta per i sostenitori abituali della politica estera comune europea e soprattutto dulcis in fundo della difesa comune, che per dirla con la massima sincerità Dio ci scampi.  Purtroppo quando si dovrebbe riflettere sul futuro in maniera seria e costruttiva, si finisce per essere travolti da una sequela infinita di utopiche missioni futuristiche, che non servono e non hanno senso. 

Gli europeisti fanatici dovrebbero ricordare a loro stessi, cosa che non fanno, che i paesi europei conducono politiche estere opposte e generalmente persino conflittuali in termini diplomatici, perché la realpolitik è ben diversa dai folli sogni ventotenniani, e gli interessi variano e gli obiettivi variano, i una quadriglia nella quale si possono formare coppie, alleanze, ma non certo stipulare fusioni.  Negarlo significa mettersi i paraocchi. 

Una politica estera e  di difesa  comune non può essere, in quanto le stesse posizioni nelle attuali vicende internazionali non sono uniformi, perché se in Afghanistan le posizioni combaciano in nord Africa divergono e di molto. Basti osservare il caso libico, dove Italia e Francia si contendono il paese dal 2011, mentre la Turchia – membro Nato – con la sua tradizionale ambiguità tesse il suo impero neo-ottomano, utilizzando non solo l’ottica militare, ma anche abilmente l’uso strategico dell’Islam e qualcuno – perché i furbi non mancano mai – pensa ad una Turchia in Europa, senza voler ammettere che la Turchia kemalista non esiste più. La stessa politica tedesca del dopo Angela Merkel lascia non poche perplessità, benché solo una cosa è certa, i tedeschi faranno sempre ciò che è giusto per i tedeschi, mentre noi passiamo il tempo a parlare dell’Europa che sarà, gli altri si preparano alle nuove sfide.

Macron, che di tutti è il più machiavellico, il più scaltro, non vuole attendere che il successore della Merkel si insedi sul trono d’Europa e guarda a Roma, a Draghi come un alleato  antitedesco, utile e politicamente poco ingombrante, perché Draghi non è un politico, non ambisce ad essere il reggitore d’Europa – per ora –  e se dovesse traslocare sul Colle più alto non darebbe più alcun fastidio. Macron sa bene che i francesi non tollerano una politica supina verso la Germania, in stile Sarkozy e dunque vuole arrivare alle elezioni presidenziali con passo napoleonico, da gran tessitore lui dell’Europa, intesa come nuovi equilibri. 

Resta da capire cosa vogliamo essere noi? Se rimanere al palo, oppure scegliere nell’ottica dei nostri interessi e non limitarci a discorsi vacui sul futuro dell’Unione Europea, quando non siamo in grado di decidere in che direzione scrivere il nostro di futuro. Draghi ha fatto dei passi importanti ed ha sfruttato la sua autorevolezza, riuscendo pro domo sua a posizionare l’Italia al centro dello scacchiere, e in Libia per la prima volta da dieci anni ha iniziato a  giocare d’attacco e non più in una stagnante difesa.  Però siamo ancora all’inizio delle danze e molte piroette possono modificare il corso delle cose. 

La politica italiana è silente, eccezion fatta per qualche vuoto commento sull’Europa, appunto ma sull’Italia? Ancora nulla!  Quando avremo una classe dirigente in grado di guidare un paese adulto e non fanciullo allora forse rivedremo la luce, per ora l’unica cosa che ci è data è qualche spiraglio che è sempre meglio del buio, ma non basta, non per noi, non per l’Italia. 

Parlare di difesa comune, vorrebbe dire cedere l’ultimo segmento di sovranità che ci è rimasto, perdendo anche una capacità autonoma di manovra che visto il disimpegno americano andrà ad aumentare. Ma qualcuno pensa seriamente che una difesa comune europea faccia dell’Europa un interlocutore più forte? Ma soprattutto quale potere gestirà questo esercito europeo? A chi risponderà? Sono alcune domande banali, ma spesso la fallacità delle proposte risiede proprio nelle cose semplici. Gli eserciti seguono le bandiere, ed esistono per difendere le Nazioni, non sono aziende da fondere a piacimento, non si costruisce nulla cosi, ma si rischia solo di distruggere tutto. 

La follia europeista fanatica e ceca ad ogni logica,  rischia di distruggere sempre ogni possibile strada per l’Europa, che certo non è ne quella federale, ne quella militare, ma quando lo capiranno sarà sempre troppo tardi.