La “grande coalizione” di Draghi tra poca discontinuità e grandi ritorni

di Pasquale Ferraro
13 Febbraio 2021

Il nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi ha giurato, ora la grande coalizione nata dalla volontà del Presidente della Repubblica di far proseguire la legislatura è cosa fatta. 

Quello che era stato annunciato come un governo misto tra tecnici e politici, si è rivelato essere un governo tutto politico, una maggioranza ampia che ricorda quella che sostenne il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi dal 1993 al 1994, in quella fase di passaggio dalla prima alla c.d. seconda repubblica.

Eppure le aspettative di molti sono state deluse cosi come hanno nuovamente fallito tutte le ipotesi e i vari totoministro che circolavano negli scorsi giorni.

Si tratta di un governo che raccoglie al suo interno tutte le forze parlamentari con la sola eccezione di Fratelli d’Italia e che dunque dovrà far conciliare posizioni diametralmente opposte. Sicuramente tutta la forza dell’esecutivo poggia e non potrebbe essere altrimenti sull’immagine del Presidente del Consiglio, sul suo indiscusso prestigio internazionale e sulla sua forza sui tavoli europei.

Di sicuro va dato atto al neo Premier di aver generato un notevole risparmio al tesoro con l’attuale andamento dello spread –  oggi sotto i 92 punti base –  e questo è un effetto dovuto alla sola nomea del Prof. Draghi.

Ciò che lascia però perplessi e la troppa continuità con il Conte bis, perché se è comprensibile – ma non condivisbile –  la scelta di lasciare al Ministero della Salute l’uscente Roberto Speranza, per via della campagna vaccinazioni, non lo può essere quella di Luigi Di Maio agli esteri, un ministero dove ha lasciato traccia solo per la competizione alla gaf con il suo sottosegretario Manlio Di Stefano – quello che non distingue la Libia dal Libano –  ma per il resto l’Italia ha abdicato al suo ruolo internazionale e mediterraneo, lasciando libero uno spazio che altri come la Turchia stanno abilmente riempendo.

Anche la decisione di creare il ministero della transizione ecologica, ricalcandolo dall’omonimo dicastero francese, appare più come una scelta per accontentare l’elettorato grillino. Di sicuro dovremo capire quali saranno le strategie future in campo energetico visto che il nuovo ministero acquisirà competenza in materia, e dunque si vedrà quale sarà il futuro del petrolio italiano, dei termovalorizzatori, cari al centrodestra, e del eolico il grande flop della green economy targata sinistra.

Un importante conquista è quella ottenuta dalla Lega con il Ministero dello Sviluppo economico alla cui guida è andato Giancarlo Giorgetti, che insieme al MEF gestirà l’enorme flusso di fondi europei generati dall’attivazione del nuovo recovery found, fondamentali per mettere mano a tante criticità italiane, per impartire un accelerazione allo sviluppo digitale del paese e si spera allo snellimento della macchina burocratica, vera e propria iattura sui destini delle amministrazioni politiche – qualunque ne sia l’appartenenza ideologica –  e alla realizzazione della tanto vituperata riforma della giustizia.

L’unico sorriso di ieri sera come sottolineato da un uomo saggio come Guido Crosetto è quello di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia messa nei giorni scorsi sotto attacco , da ieri sera ha iniziato una crescita i cui effetti si vedranno a pieno fra qualche mese e soprattutto ai test per quanto particolari delle amministrative.

Di sicuro con la nascita del governo si è sancita la morte del grillismo e la sua trasformazione a sistema di potere, esito inevitabile di ogni rivoluzione, ma soprattutto di quelle folcloristiche.