La giusta guerra: ultima notte a Kabul

di Pasquale Ferraro
15 Agosto 2021

La guerra in Afghanistan fu una guerra giusta, perché con buona pace dei pacifisti nostrani e sparsi nel mondo, la guerra giusta esiste. La guerra non è un fine, ma un mezzo, da utilizzare come ultima ratio ma pur sempre utilizzabile , ed in alcune occasioni non esiste per quanto possa essere difficile ammetterlo altra soluzione. 
Un celebre detto romano attribuibile nella sua formulazione più conosciuta a Publio Renato (nella fase decadente dell’impero d’occidente ) recita così “ si vis pacem para bellum”  e per quanto estremo possa sembrare, la storia ha dimostrato che è così, non sempre, ma più di quello che possa sembrare. 


La guerra fa paura per la sua carica di morte e distruzione, perché richiede una forza di spirito e di carattere non da poco. Però spesso escluderla non vuol dire evitarla, così come una pace fatta male può generare più sangue e distruzione di un opzione militare risolutoria e immediata. 


Potremmo citare senza esagerare la celebre e profetica frase di Winston Churchill all’indomani della Conferenza di Monaco ”Potevamo scegliere tra il disonore e la guerra, abbiamo scelto il disonore e avremo la guerra”, allora tutti avrebbero evitato la guerra, preferendo l’umiliazione, ma questo non ha  impedito né la voracità imperialistica del nazionalsocialismo né la scia di morte che ne seguì. 

Allo stesso tempo, noi occidentali ingenuamente pensiamo che come per noi la guerra è l’ultima opzione per altri sia così, supponiamo  che il rapporto con la vita e la morte sia il medesimo tanto per noi quanto per gli altri . Ma non è così. Noi viviamo in un mondo secolarizzato, in cui è inconcepibile  pensare alla “guerra santa” come mezzo per un fine che per altri è la sintesi stessa dell’esistenza. 


Noi soprattutto oggi non siamo disposti a lottare, non contempliamo il sacrifico e  la sofferenza per difendere i principi su cui si fonda la nostra civiltà.
Viviamo l’epoca dell’eredità, tutte le conquiste sociali, politiche sono il frutto del lavoro delle generazioni precedenti, mentre quelle attuali vivono come in una bolla di sapone. Pensando che tutto cioè che li circonda sia un prodotto stabile, immutabile e perpetuo. 

Non sarà così per le giovani afghane che dovranno rinunciare alle libertà che la presenza occidentale ha garantito in questi vent’anni, e piomberanno in un mondo che esse non hanno conosciuto se non attraverso i racconti: l’epoca dei Talebani, della sharia, del burqua e delle limitazioni personali. Non arriverà la cavalleria, non ci sarà nessuno a salvarli, a restituire loro la libertà che sarà perduta. 


Rimarrà il ricordo di una guerra giusta, fra tanti errori, un momento di verità, in cui si è messo fine al regno del terrore dell’emirato talebano. Ora dopo vent’anni tutto ritornerà come prima, tutto verrà cancellato e la lunga notte si spanderà su un popolo che a passi lenti, stava godendo del segmento più alto del concetto di occidentalità.  Non frasi retoriche,  ma fatti, di cui con onore e sacrifici umani  le forze armate italiane sono state protagoniste. 


Quando l’ultimo colpo sarà stato sparato e i cannoni cesseranno di risuonare sulle macerie di Kabul, inizierà il processo alla guerra, allora verrano sprecate pagine e pagine dei quotidiani, intere puntate di talk show, ma pochi avranno il coraggio di dire che  è stata una guerra giusta. Perché una guerra non è giusta per i motivi, ma per i principi, perché solo quando i principi sovrastano ogni motivo, allora si che quella guerra sarà giusta, ed allora ogni sacrificio sarà stato valido. 


Ma se una guerra è giusta allora occorre portarla fino in fondo, senza farsi accecare dagli spettri del passato come stanno facendo gli Stati Uniti che inevitabilmente vivono come un dramma il ripetersi di un Vietnam, ma proprio per via delle loro paure evidenti in un debolissimo Presidente Biden che sta esordendo come il più flebile dei Jimmy Carter  avranno la loro nuova Saigon. 


Perché Kabul resterà nella storia come la tomba dell’impero americano, come l’ultimo pilastro di un’ idea di Occidente che non è più e che ha mostrato la sua debolezza non nello spazio ma nel tempo. Perché in fondo è il tempo il fantasma che si agita sui nostri destini di occidentali.