La ferita sanguina ancora

di Pasquale Ferraro
11 Settembre 2021

Mai come quest’anno l’anniversario del tragico attentato dell’11 settembre 2001, che ha cambiato in modo irreversibile la vita di tutti noi, cade in un momento tanto poco propizio, perché mai come quest’anno dopo il crollo di Kabul in mano ai talebani e con  l’abbandono dell’Afghanistan da parte delle potenze occidentali, la ferità ha ripreso a sanguinare. 

Quel giorno vive impresso nelle nostre menti, ne ricordiamo ogni istante e nessuno potrà mai dimenticare dove si trovasse nell’istante in cui dalla televisione, dalla radio, dalla telefonata di un parente o di un amico ha appreso la notizia che due aerei in mondo visione si erano schiantati sulle torri gemelle, il simbolo di New York e degli Stati Uniti d’America.  Sono quei ricordi che ci accompagneranno sempre, e che noi racconteremo a quanti non lo hanno vissuto, cosi come noi abbiamo ascoltato i racconti delle due guerre mondiali, dai testimoni, da coloro che l’hanno vissuta. La testimonianza è la forma più autentica, sentimentale e irrazionale –spesso – del racconto storico, ed è per questo la più affascinante. Non si tratta di guardare ai fatti con il metro filologico e storiografico, ma si tratta di ascoltare un racconto, cosi come nei banchetti degli achei gli aedi cantavano le gesta degli eroi, non sapremo mai dove la verità ceda il posto alle fantasia, dove il ricordo si sia affievolito con il tempo e le lacune siano riempite dall’immaginazione o dal racconto di altri, ma tutto rimane impresso nella nostra mente. 

Cosi quel giorno vive scolpito in noi, con tutta la sua carica tragica, con il suo dramma intrinseco. Forse quel giorno abbiamo compreso che il male esiste anche laddove vige l’opulenza, che la ricchezza, la modernità nulla possono davanti alla ferocia del fanatismo, e quella tragedia in fondo ci ha svegliati dal sonno di un mondo illusorio che era sorto dopo la fine della guerra fredda, e dove in un modo o nell’altro credevamo di aver allontanato il male. 

Ma il male è nel nostro mondo, assume fattezze e giustificazioni diverse, il più delle volte a noi incomprensibili, ma è in mezzo noi, solo che spesso facciamo finta di non vederlo, ed ignorandolo lo alimentiamo di forza. Cosi si fece allora con il fondamentalismo islamico, con la minaccia di Al Qaida, con la violenza talebana in Afghanistan e solo quel giorno quando arrivammo a redde rationem ci rendemmo tutti conto di cosa era sorto davanti ai nostri occhi, nella nostra indifferenza. 

Come avviene oggi, anche allora c’era chi pontificava sulla necessità di non dare seguito ad azioni di forza, di far prevalere il dialogo, e come sempre avviene, nessuno di codesti illustri sostenitori del dialogo fu in grado di spiegare il come? Perché dovrebbe essere chiaro a tutti che non si può dialogare con il male, non si può far finta di nulla, in nome di qualche equilibrio. Questo non vuol dire che non verranno commessi errori, che tutto tornerà perfetto, come se la storia fosse il transito da un dramma a un idillio. Non è cosi, la storia come diceva saggiamente Hegel è come un “banco da macellaio” con tutti i suoi cadaveri, e noi dobbiamo calarci e mettere ordine. Cosi nella politica, cosi nella storia è necessario agire con fermezza, dimostrare che la barbarie non vincerà sulla civiltà. 

Allora fu fatto ciò, nonostante le masse petulanti di prefiche avvolte nelle bandiere arcobaleno – che allora avevano un significato diverso da oggi, ma non meno sciocco– nonostante gli apostoli del giorno dopo, che non mancano mai, si fece una scelta, una chiamata collettiva alle armi, una “crociata” come fu definita, per annientare un’idea secondo la quale con la paura e con il terrore si può tenere in scacco il mondo occidentale. Quella reazione fu tale e forte, quanto debole è la ritirata di oggi, tanto da far sorgere in molti che senso hanno avuto tutte quelle perdite, che ragione si può addurre per giustificare il sangue versato? Eppure niente è stato vano, perché in questi vent’anni si è costruito qualcosa che né le minacce, né le verghe degli eredi del Mullah Omar potranno cancellare. 

Ciò non cela la debolezza occidentale, quella crisi di identità che non è solo il frutto dell’analisi dei filosofi e dei sociologi, ma è una realtà politica in atto. 

Siamo in una fase decadente, dalla quale possiamo rialzarci con fatica, o nella quale sprofondare sempre di più, soprattutto se seguitiamo a demolire noi stessi con la facilità con la quale cancelliamo il nostro passato. 

A relativizzare tutto si finisce per relativizzare noi stessi e a diventare nulla di più che una nuvola di polvere, mentre altri si solidificano e diventano roccia, e la polvere non può scalfire la pietra. L’11 settembre fu una sveglia amare, mentre oggi dovrebbe essere un monito chiaro che non è ripiegando o evitando lo scontro che si costruisce un mondo migliore, ma scegliendo di combattere quelle battaglie che devono essere combattute qualunque sia il prezzo da pagare. Perché prima o poi le scelte deboli ci si ritorceranno conto e la tragedia cederà il posto alla farse e così stoltezza e ipocrisia siederanno ignare al banchetto della discordia sulle ceneri di un’altra tragedia, generata anch’essa dalla paura di colpire il male, di combattere, e di morire.