La disonestà intellettuale dei media e dei sondaggisti

di Redazione
4 Novembre 2020

Le elezioni sono ancora in corso, mai così interessanti e vive dal 2000, quando il candidato repubblicano George W. Bush e quello democratico Al Gore si contesero la White House fino all’ultimo secondo, ed anche oltre. In quel caso, fu decisiva la Florida, dove Bush vinse con uno scarto di appena 537 voti, in seguito ad un riconteggio nei giorni successivi.

Terminò 271 a 266 per i repubblicani, anche se il voto popolare premiò i democratici. Si andò avanti giorni, fino all’11 dicembre dello stesso anno, quando la Corte Suprema espresse il suo verdetto, assegnando la vittoria a Bush.

In un clima di incertezza palpabile come quello odierno, in cui nel momento in cui si scrive restano da assegnare Nevada e Wisconsin (in cui sembra avanti Biden), Alaska, Michigan, Pennsylvania, North Carolina e Georgia (in cui sembra avanti Trump), sappiamo per certo di avere già uno sconfitto: i sondaggi.

Perché, per la seconda elezione a stelle e strisce consecutiva, sondaggi e sondaggisti hanno preso, incredibilmente ma non troppo, una cantonata. Possiamo star qui a disquisire dei massimi sistemi, ma come è possibile che vi fossero sondaggi – la quasi totalità – che, da maggio ad oggi, effettuati in modo “indipendente” e non su commissione, assegnavano a Biden una vittoria schiacciante e per certi versi anche umiliante?

Sia ben chiaro, nulla di tanto eclatante come nel 2016, quando molte delle principali testate statunitesi (che poi si scoprirono foraggiate dai dem) emisero dei verdetti con percentuali molto più che bulgare: dall’85% pro – Hillary del New York Times all’ormai storico 98% a favore della candidata democratica dell’Huffington Post, che diede vita al famoso “Hillary Wins”, sfottò ancora oggi in voga per ricordare il fallimento di sondaggi e sondaggisti.

Sarebbe cambiato qualcosa, questa volta? No, di certo. Ed è così che anche nel 2020 abbiamo potuto constatare quella voglia malsana degli addetti ai lavori di esporsi, nel prevedere i risultati elettorali, in modo sospetto, quasi fazioso, a favore dell’asinello. Chi vincerà, in ogni caso, uscirà fuori da un’arena in cui, tra vincitore e vinto, la battaglia è stata serratissima.

Con un distinguo da fare: dovesse vincere The Don, sarebbe una vittoria – sondaggisticamente parlando – imprevedibile (nella giornata di ieri il New York Times riteneva una sua conferma possibile al 35%); dovesse vincere Sleepy Joe, con questi numeri, sarebbe una vittoria di Pirro.

E in caso di sconfitta? Dovesse perdere l’attuale presidente, sarebbe una sconfitta attesissima dai media, quasi ovvia; nel caso di sconfitta dem, sarebbe una autentica tragedia, imprevista ed imprevedibile per i salotti buoni ed i sondaggi su commissione”.

Riaprendo un discorso mai chiuso, ovvero quello relativo al fatto che certi media, statunitensi e di riflesso anche nostrani, sono spudoratamente allineati alle correnti dem: non si spiegherebbe altrimenti come sia possibile pronosticare, tanto nel 2016 quanto nel 2020, delle vittorie umilianti da parte dei propri beniamini quando, nei fatti, stiamo parlando della più cocente ed inattesa sconfitta nella storia delle presidenziali (Hillary 2016) e di un risultato che, ad oggi, è fortemente in bilico.

È un discorso di enorme disonestà intellettuale, con cui bisognerà fare i conti. Inutile sperare, però, visto che la risposta la sappiamo tutti quanti.

A futura memoria, questo è un imparziale sondaggio apparso nella serata di ieri sul sito del NYT, rimosso poco dopo. Purtroppo per loro, troppo tardi.

Nello Simonelli