La debolezza militare dell’Unione Europea

di Michele Marsonet
23 Agosto 2021

E’ difficile trovare nel vocabolario una parola più odiata e vituperata di “guerra”. Non sempre è stato così. Basta conoscere un po’ di storia per capire che, nell’intero corso dell’evoluzione biologica e, soprattutto, culturale dell’umanità, troviamo popoli e civiltà che dell’abilità bellica facevano il centro dell’azione e della loro concezione del mondo. Né si vergognavano di questo, ritenendolo anzi un fatto del tutto naturale.

Senza dubbio la possibilità dell’olocausto nucleare ha contribuito in modo decisivo a un cambiamento di prospettiva radicale che ha coinvolto sempre più, a partire dalla fine del conflitto mondiale, governi e popolazioni. Non tutti, però. La guerra globale “combattuta a pezzi”, per usare l’efficace espressione di Papa Francesco, è più un dato reale che una semplice battuta. Essa registra puntualmente quanto sta avvenendo contemporaneamente in molti scacchieri internazionali, lasciando intravedere il pericolo che si possa infine giungere a una deflagrazione generale.

Il pacifismo a senso unico che da decenni domina il dibattito pubblico italiano ed europeo, con le sue infinite sfumature, reagisce proponendo un percorso condiviso in grado di annullare il pericolo. Al centro del suo discorso si colloca la convinzione che le cause dei conflitti armati siano sempre individuabili con estrema precisione. A generare le guerre sarebbero in primo luogo la povertà e l’ignoranza, e alle due piaghe suddette vanno ricondotti anche il fanatismo (religioso e non), il nazionalismo (nelle sue tante forme), la volontà di potenza tematizzata da Nietzsche, in particolare quando si manifesta nel desiderio di conquistare spazi territoriali ritenuti di esclusiva proprietà di una certa nazione.

Il problema è che quel sempre abbinato nel precedente paragrafo a povertà e ignoranza risulta assai meno esplicativo di quanto appaia a prima vista. Non è detto che una società ricca e ad alto tasso di scolarizzazione sia, ipso facto, anche una società pacifica. E pure un altro termine chiave prima usato, “condivisione”, risulta alquanto problematico. Per essere efficace, la condivisione dev’essere realmente universale, senza residui di sorta. Se è parziale, come sempre accade, non risolve affatto il problema.

Il caos afghano, oltre a evidenziare la debolezza di Joe Biden (che, peraltro, molti avevano già intuito), dimostra anche l’irrilevanza dell’Unione Europea dal punto di vista militare. I fondatori non si sono mai posti il problema di una struttura, tanto difensiva quanto offensiva, comune. E, quando lo hanno fatto, le suddette pulsioni pacifiste li hanno indotti a trascurare la dimensione della potenza militare.

Si tratta di un torpore che data almeno dalla fine del secondo conflitto mondiale, quando gli stremati europei si affidarono in toto agli Stati Uniti per tutto quanto concerne i temi della difesa e della sicurezza. Salvo criticarli quando ricorrevano alla loro potenza militare per intervenire in varie parti del globo. Ma li si attaccava anche per motivi opposti, e cioè per il rifiuto di impiegare truppe sul terreno al fine di risolvere – o almeno tentare di farlo – conflitti sanguinosi che, in fondo, riguardano più noi che loro. Trovo tale atteggiamento assai contraddittorio.

Ogni volta che in Europa (e particolarmente in Italia) si parla di aumentare il budget militare per rendere più operative ed efficienti le forze armate, si levano subito grida di dolore. I soldi – questo è il ritornello usuale – vanno spesi per ospedali, assistenza, istruzione etc. Affermazione nobile che, però, trascura una questione di fondamentale importanza.

Il nostro livello di vita è stato garantito negli ultimi decenni dall’assenza di minacce dirette alla sicurezza nazionale. Se il quadro cambia, come sta in effetti avvenendo, occorre mutare anche la forma mentis facendo notare che la possibilità di un’aggressione è ormai uscita dalla sfera della pura fantasia. Non mi pare che tale consapevolezza ci sia e, se esiste, non è di certo maggioritaria. Continuiamo a cullarci nel sogno pacifista mentre altri hanno propositi di tutt’altro segno. Preoccupante, a dir poco, e si può solo sperare che il risveglio non sia troppo traumatico.

Sarebbe necessario, per esempio, ripensare le funzioni della Nato, che ora include Paesi – come la Turchia – sempre più spesso impegnati sul fronte anti-occidentale. E occorrerebbe anche una maggiore autonomia militare dagli Usa, dove stanno prevalendo spinte isolazionistiche. Ora si comprende in tutta la sua portata l’errore di aver creato un’Unione solo economica e monetaria, senza punto preoccuparsi della coesione politica e soprattutto, considerate le circostanze, di una comune politica di difesa.

Di qui le considerazioni pessimistiche di un realista come Henry Kissinger sull’attuale Unione Europea, nella quale il processo di integrazione è stato gestito come un problema burocratico di aumento di competenze dei vari organismi amministrativi europei. Il bluff oggi è evidente. Non bastano certo Francia e Regno Unito (quest’ultimo, del resto, uscito dall’Unione) a rassicurarci dal momento che, con uno scudo americano assai meno sicuro di un tempo, la UE conta poco o nulla dal punto di vista militare.