La cura rischia di essere la malattia

di Davide Gabriele
5 Aprile 2020

Nell’affrontare il coronavirus occorre, oggi più che mai, un’eccezionale dose di pragmatismo, competenza, coraggio e responsabilità. Dobbiamo misurarci con una sfida che già ne alimenta un’altra non meno insidiosa. Come due facce della stessa medaglia, il virus e la paura che innesca, rischiano di produrre effetti deleteri per l’intera società.

Due in particolare sono le possibili soluzioni sottoposte al vaglio della nostra capacità di giudizio e della nostra coscienza:

–   rimanere a casa finchè il pericolo non sarà scampato;

–   reagire prima che sia troppo tardi.

E così gli interrogativi che attanagliano la mia mente attendono risposte urgenti: come sopravviveremo ai problemi economico-finanziari che emergeranno da una prolungata quarantena? Con i sussidi statali, concessi grazie all’aumento esponenziale del debito pubblico, quanto tempo reggerà il Sistema Paese? Il silenzioso presentimento di un’imminente tracollo è troppo assordante per non affrontarlo.

Il rischio che lo scenario post-virus possa mietere più vittime del “Corona” non è da sottovalutare. Non dopo aver sottovalutato il male che stiamo combattento. E come dobbiamo reagire per scongiurare il triste presagio senza che incomba su di noi l’ennesimo imperdonabile errore?

Il mio approccio analitico e razionale al problema mi porta a suddividere l’orizzonte temporale in tre differenti fasi: breve, medio e lungo termine. Per semplificarne la trattazione ne sintetizzo i tratti essenziali:

Fase di breve termine “Reazione”: l’obiettivo di breve termine, in relazione ai due pericoli che dobbiamo combattere (il virus e la paura che innesca), è quello di “reagire prima che sia troppo tardi”: bisogna determinare un approccio di gestione sanitaria  che miri a circoscrivere il contagio evitando che la crisi ci trascini in paure irrazionali che offuschino la nostra capacità critica. È, a mio avviso, la fase più importante perchè il modo in cui si reagisce inizialmente al problema determina il successo delle fasi successive.

Ad esempio: se inizialmente avessimo reagito diversamente, intraprendendo sin da subito un atteggimaento  più prudente e responsabile, oggi saremmo in queste condizioni? Se non affrontiamo adeguatamente il problema del lavoro, tra qualche tempo ci ritroveremo con tre nemici da combattere invece che uno (il virus, la paura del virus, crisi economico-finanziaria)? E fa rabbia sapere che la soluzinoe era sotto i nostri occhi e bussava alla nostra porta: bastava guardare all’incredibile situazione cinese!

Ed è d’obbligo rimarcare anche che il virus, una volta passato, ritorna! Già solo questo aspetto potrebbe essere sufficiente per comprendere la necesità di elaborare una strategia di breve periodo, capace di farci uscire dalla stagnante situazione che ci vede completamente inermi e passivi.

Fase di medio termine “Normalizzazione”: deve condurre ad una ripresa graduale delle normali condizioni di “vita”. Mi riferisco ad esempio alla dimensione “psicologica” di sofferenza che stiamo vivendo, alle restrizioni della libertà, al senso di privazione ma anche e soprattuto all’ambito “economico-finanziario” (ripresa del lavoro).

Quest’ultimo rappresenta una condizione determinante per garantire gli standard minimi di vita (cibo, acqua, acquiso mascherine, assistenza sanitaria, ecc.) il cui costo è sostenibile solo se scongiuriamo il rischio di una congestione dell’intero sistema. Ecco perchè appare sempre più ovvia l’inadeguatezza della prima soluzione su esposta: “rimanere a casa finchè il pericolo non sarà scampato” ci espone inevitabilmente ad un rischio inaccettabile. Così facendo rischiamo che la cura sia peggiore della malattia, smettendo di morire di “coronavirus” e iniziando a “morire di fame” (ovviamente non nel senso letterale del termine).

Fase di lungo termine “Consolidamento”: il successo di questa fase è possibile solo se si verifica quello delle precedenti. Se riusciremo a combattere il virus, a resistere alle nostre paure, ad affrontare con un’attenzione responsabile il problema del lavoro, allora saremo più forti ed orgogliosi di noi stessi: come comunità che ha reagito nel momento più difficile e lo ha saputo fare con determinazione e senso di responsabilità, scongiurando una deriva che l’avrebbe portata alla rovina. Inoltre nel lungo periodo sicuramente verrà individuato un vaccino che contribuirà a consolidare la normalizzazione ormai avviata.

la comunità internazionale ha già abbastanza elementi per analizzare seriamente il problema e suggerire una soluzione mirata di breve periodo in attesa del vaccino. Un’analisi del ISPI ci spiega che:

l tasso di letalità di COVID-19 in Italia (9,9% al 24 marzo 2020) è un dato molto discusso. Se paragonata ai principali paesi del mondo, la letalità del virus in Italia è nettamente la più alta. Ma utilizzare questo dato sarebbe un errore. Esso infatti non dice quasi nulla circa la letalità reale del virus, che studi recenti stimano nello 0,7% per la Cina, mentre ISPI stima in 1,14% per l’Italia. La differenza tra questo dato realistico e quello “fuori scala” è riconducibile al numero di persone che sono state contagiate ma non sottoposte al tampone per verificarne la positività. ISPI stima infatti che le persone attualmente positive in Italia siano nell’ordine delle 530.000, contro i circa 55.000 “casi attivi” ufficiali. (Matteo Villa)

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/coronavirus-la-letalita-italia-tra-apparenza-e-realta-25563

Insomma, sembra che i reali contagiati da questo virus siano più di mezzo milione, quasi tutti asintomatici e dunque milioni di persone potrebbero contrarre la malattia rimanendone praticamente indenni.

P.S. Riporto solo questa analisi ma ce ne sono tante altre.

La domanda quindi è: dobbiamo uccidere il paziente per debellare una malattia arginabile?

Proprio nei minuti in cui stavo scrivendo questo l’articolo mi sono imbattuto nelle parole di Francesco Giubilei, editore, che lamentava le enormi difficolta che stanno vivendo gli imprenditori italiani. Riporto le sue parole:

“Gentile Editore, Abbiamo verificato che l’insolvenza al 31 Marzo sarà superiore al 70%. L’interruzione pressoché totale e contemporanea di ogni flusso finanziario in entrata ci impedirà purtroppo di rispettare, come sempre avvenuto in passato, le prossime scadenze.

Ci troviamo quindi oggi nella condizione di dover posticipare di 60 giorni i pagamenti relativi alle scadenze di Aprile e di Maggio”.
Volete sapere cosa vuol dire? Significa che se il distributore a inizio mese non ci paga le fatture del venduto in libreria dei mesi precedenti, non avremo più la liquidità per pagare gli affitti, i fornitori e chi lavora per noi… Ciò significa che non entra liquidità.

Per sopperire a questa carenza di liquidità e per onorare i nostri impegni verso fornitori, affittuari, collaboratori, contavamo di ricevere i saldi del venduto dei mesi precedenti dai distributori sperando così di poter andare avanti per qualche altra settimana nell’attesa (che temo sarà vana) di una riapertura in tempi brevi. … Cercheremo di onorare i nostri doveri utilizzando anche soldi personali se necessario perché, ciò che tante persone non capiscono, è che per un piccolo e medio imprenditore molto spesso la sua azienda rappresenta una ragione di vita. ( Francesco Giubilei)

Ma per quanto tempo ancora i nostri imprenditori potranno far fronte all’emergenza senza in rischio di ritrovarsi senza soldi? Chi pagherà i loro dipendenti una volta dichiarato fallimento? I loro dipendenti dove troveranno i soldi per pagare l’affitto, il mutuo, un piatto di pasta?

La soluzione è focalizzare il problema, concentrando le forze dove e quando c’è necessità di farlo, evitando provvedimenti “a pioggia” che sarebbero più dannosi che utili.

Venerdì 13 marzo il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, ha fornito un importante aggiornamento sulle caratteristiche dei pazienti deceduti e positivi al Covid-19: l’età media dei deceduti era di 81 anni (leggermente più alta) e la maggior parte dei decessi — 42.2% — era stata registrata nella fascia di età tra 80 e 89 anni (il 32.4% dei decessi erano tra 70 e 79; l’8.4% erano tra 60 e 69; il 2.8% tra 50 e 59 e il 14.1% sopra i 90 anni).

Per farla breve, chi è realmente vulnerabile sono le fasce più deboli: anziani in età avanzate e malati con pregresse patologie. Su questi “target” dovrebbero concentrarsi i nostri sforzi nel medio termine.

Tutelandoli, ponendoli magari in isolamento (in strutture appositamente attrezzate) in modo da permettere a chi non ha particolari problematiche di affrontare la quotidianità e mandare avanti il Paese. Con tutto ciò che si andrebbe a risparmiare in termini economici ci sarebbero le risorse per tutelare adeguatamente i nostri concittadini.

Ovviamente mi sto limitando a trattare il solo lato economico della quarantena, evitando di divagare nel campo dei disagi sociali e psicologici che tutto questo comporta (pensate a quelle persone che vivono in minuscoli appartamenti cittadini con famiglie allargate e che non possono neanche concedersi una passeggiata).

Chiudere l’intero Paese anche nel medio e lungo temine avrebbe un costo insostenibile, sia in termini economici che in termini sociali. Non può essere una soluzione.

Quale modello adottare dunque ?

C’è un detto a West Poin, l’accademia militareUSA: “datemi libertà e io vi darò sicurezza”… Persino un liberal conservatore come me deve cedere ai fatti.

Un ottimo modello, da un punto di vista funzionale, non certo etico, è quello Coreano: la tecnologia dei Big Data e della intelligenza artificiale, grazie alla diffusione di applicazioni telefoniche, permettono di localizzare le persone contagiate in tempo reale consentendo alla macchina dei soccorsi di intervenire tempestivamente. L’app. “Corona 100m”, è stata scaricata da moltissimi sud-coreani.

Questa app. permette a un sistema centralizzato di rende pubblici movimenti e transazioni dei cittadini affetti da coronavirus tramite tecnologia Gps (nei paesi asiatici hanno anche usato le telecamere di sorveglianza per “spiare” i movimenti della gente, francamente credo sia troppo). Ciò permette a chiunque di sapere se è stato in contatto con persone che hanno contratto la nuova malattia e quindi di autodenunciarsi alle autorità sanitarie.

Riassumendo: La soluzione, assolutamente temporanea nel breve periodo, sembra essere una sorta di “grande fratello”, volontario o forzoso, capace di garantire libertà ai cittadini in cambio di privacy. Contestualmente prevede un isolamento controllato per le fasce deboli che mostrano sensibilità particolari nei confronti della malattia. Questi strumenti dovranno essere vigilati da una commissione parlamentare appositamente creata.

Libertà in cambio di sicurezza! Anche se provo ribrezzo a scriverlo, in questo momento è necessario per far ripartire un Paese che altrimenti andrebbe verso una rovina certa.

Argomenti del genere andrebbero approfonditi a fondo, ma  sarebbe già molto per me  se questo articolo raggiungesse il suo scopo: quello di scuotere le coscienze e spronare a prendere decisioni più coraggiose.