Joseph/Benedetto, l’ultimo patriarca della Chiesa

di Don Francesco Capolupo
31 Dicembre 2022

“Il Vaticano II voleva chiaramente inserire e subordinare il discorso della Chiesa al discorso di Dio, voleva proporre una ecclesiologia nel senso propriamente teologico, ma la recezione del Concilio ha finora trascurato questa caratteristica qualificante in favore di singole affermazioni ecclesiologiche, si è gettata su singole parole di facile richiamo e così è restata indietro rispetto alle grandi prospettive dei Padri conciliari”.

Con queste parole il Card. Joseph Ratzinger il 27 Febbraio del 2000, entrava nel cuore della sua relazione al convegno sull’attuazione del Concilio Vaticano II, a partire dalla costituzione “Lumen Gentium”, sull’ecclesiologia della Chiesa. A ben vedere, questa breve ma tagliente introduzione rappresenta la sintesi del pensiero teologico di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, espressa fin dalla sua tesi dottorale (Casa e popolo di Dio in Agostino) fino ad arrivare alle storiche dimissioni, sulle quali molto si è scritto e detto e che tuttavia destano ancora domande.

La centralità di Dio è fondamentale per la sua speculazione e non può essere altrimenti per il giovane teologo tedesco, ragazzo a cavallo tra le due guerre mondiali e testimone del dolore fisico e spirituale lasciato in eredità all’Europa dopo il 1948. Non si può rimanere inermi di fronte al vuoto che avanza nella comunità umana, dove il falso progresso del relativismo che uccide la Verità e con essa la Tradizione, faceva già intravedere i suoi primi frutti velenosi in quel deserto delle anime che trovò nella “rivoluzione” del 1968 il culmine sociale. Nel suo discorso programmatico di inaugurazione del Pontificato, Benedetto XVI ha parlato di diversi deserti del nostro mondo e ne ha evidenziato uno in particolare: «Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi».

Ecco, dunque, il vero dramma dell’umanità odierna che il Papa descrive in vari modi: “strana dimenticanza di Dio”, “esclusione di Dio”, “rifiuto di Dio”, “assenza di Dio”, “eclissi del senso di Dio”, “nuovo paganesimo”. La sua diagnosi sul nostro mondo alle soglie del terzo millennio, è molto chiara: «Il vero problema del nostro tempo è la “crisi di Dio”, l’assenza di Dio, camuffata da una religiosità vuota, l’“unum necessarium” per l’uomo è Dio, tutto cambia, se Dio c’è o se Dio non c’è». La centralità di Dio è intrinsecamente legata (ontologicamente direi) con la ragionevolezza del manifestarsi di Dio, esso non è contrario alla ragione umana ma, al contrario, in essa e per essa si manifesta. Il celeberrimo discorso di Ratisbona ne rappresenta una sintesi perfetta e le polemiche con le accuse che seguirono ratificano chiaramente l’avversione della odierna mentalità relativista che mal sopportava l’intelligenza e la profondità del Papa teologo. Il tema del Logos, il recupero e la sintesi tra filosofia greca e cristianesimo sono gli elementi portanti di questa battaglia anti-relativista.

Benedetto XVI parte dalla nota affermazione che compare nel ragionamento dell’imperatore Manuele II Paleologo: non agire secondo ragione – secondo il Logos – è contrario alla natura di Dio. Questo significa che l’essere logos, cioè appunto ragione, razionalità ma anche Parola, è costitutivo di Dio. Il discorso, però, non si ferma ad un livello puramente intellettualistico; per i cristiani, Dio si è incarnato in Gesù. Il Logos si è fatto carne, come ci ricorda Giovanni: è la centralità di un fatto, di un avvenimento che ha cambiato per sempre la storia. Inoltre, il Logos è Amore: è questa una nuova prospettiva per la teologia, che non è costretta a muoversi in chiave puramente teorica, ma può operare nel senso di una vera unità tra intelletto e cuore. La grandezza del grande Papa teologo si è manifestata finanche nel gesto storico delle dimissioni, sempre interpretate e accomunate alla stregua delle vicende di Celestino V che si dimise nel 1294 dopo cinque mesi di pontificato e tornò a ritirarsi nel suo eremo. Per Benedetto XVI non fu così, egli è rimasto Papa Emerito, continuando ad indossare l’abito bianco, mantenendo il nome di Benedetto XVI senza tornare al card.

Ratzinger tanto che sarà sepolto tra i successori di Pietro nella tomba che ha ospitato il grande Giovanni Paolo II fino alla canonizzazione, perché se Dio ti chiama, ti chiama per sempre al servizio, quand’anche questo sia svolto in disparte, nel silenzio. Grazie Santo Padre, a noi rimane come luce quella bellissima espressione dell’Enciclica “Caritas in Veritate”, manifesto di una profonda fede in armonia con la ragione: “Ragione e fede si aiutano a vicenda. Solo assieme salveranno l’uomo. Attratta dal puro fare tecnico, la ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza.

 La fede senza la ragione, rischia l’estraniamento dalla vita concreta delle persone.“