Il Recovery Plan è la vera sfida dell’integrazione europea

di Alessandro Guidi Batori
29 Luglio 2020

Si è chiuso pochi giorni fa il Consiglio europeo straordinario tra i capi di Stato e di Governo UE per blindare un accordo sul Recovery Plan e sul quadro finanziario pluriennale (QFP) 2021-2027 e come al solito è gara tra chi vuole mettere il cappello sul risultato conseguito come il Presidente del Consiglio e chi invece preferisce sparare nel mucchio. Facciamo chiarezza.

La cifra finale dell’intero piano è di 750 miliardi di euro, come nella proposta originale della Commissione, ciò che è cambiato è il peso specifico delle sue poste, i prestiti ed i contributi “a fondo perduto” o grants. Si passa da 250 a 360 miliardi di euro in prestiti e da 500 a 390 miliardi di euro in contributi, da redistribuire tra i Paesi UE.

Questi fondi sono poi ripartiti in varie voci: Recovery and Resilience Facility (RFF), con 672,5 miliardi di euro (con 360 miliardi di prestiti e 312 miliardi di contributi), principale voce di spesa del programma. Le risorse a fondo perduto sono quindi redistribuite tra i seguenti programmi: ReactEU (principalmente per sussidi di disoccupazione o cassa integrazione) con 47,5 miliardi di euro; Horizon Europe (ricerca scientifica) con 5 miliardi di euro; InvestEU (prestiti agevolati ed accesso al credito) con 5,6 miliardi di euro (la cifra inizialmente proposta era di circa 30 miliardi); 7,5 miliardi per le politiche di sviluppo rurale; Just Transition Fund (fondo per la transizione energetica) con 10 miliardi di euro (dai 30 miliardi iniziali); RescEU (protezione civile europea) con 1,9 miliardi.

Il raggiungimento di questo accordo, in termini di stanziamenti, ha implicato una riduzione del 62% dei fondi per la ricerca, del programma di investimenti europeo dell’80% nonché il totale azzeramento delle voci relativi a programmi quali il Solvency Support Instrument (SSI) proposto originariamente dalla Commissione per sostenere la solvibilità di tutte quelle aziende UE che erano state private della necessaria liquidità per sostenere i propri debiti a causa della crisi o di un programma di investimenti sanitari a livello europeo. Inutile dirlo, il taglio di queste voci, e comunque la produzione di un impegno economico importante come il Recovery Plan, ha portato ad un ridimensionamento del QFP 2021-2027 rispetto alle previsioni, chiudendo il futuro bilancio dell’Unione europea a 1.074 miliardi di euro (cifra in ogni caso più alta rispetto al bilancio dell’esercizio precedente, ma più bassa dei 1.134 miliardi proposti dalla Commissione Juncker nel 2018).

Per il finanziamento del Next Generation EU, l’Unione è pronta ad un’emissione di debito comune, di recovery bond, coperti con uno stanziamento per interessi deliberato dal Consiglio dell’Unione europea equivalente a 12,914 miliardi di euro nonché a far fronte con nuove risorse proprie (Euro plastic tax a partire dal 2021 ed eventuali risorse a valere sull’IVA versata dai Paesi membri). Sull’altare dell’intesa, come anticipato, è inevitabilmente finito il bilancio europeo, che ha visto decurtate voci di spesa molto care al Parlamento europeo (che difatti ha, con propria mozione, bocciato i tagli al bilancio), quali i fondi per il programma Erasmus, quelli per le politiche d’immigrazione ed asilo, transizione digitale ed energetica (sulla falsariga dei tagli del Recovery Plan).

Ma allora chi ha vinto? Se in Italia una certa parte politica ed una certa stampa parlano di successo, sulla base delle risorse numericamente assegnate all’Italia (secondo il criterio di assegnazione RRF all’Italia spetta un 20% circa delle risorse), il diavolo si annida, come di consueto nei dettagli.

Giocatori chiave in questa partita sono stati i Paesi cosiddetti “Frugali”, capeggiati in prima linea dai Paesi Bassi di Mark Rutte e dall’Austria di Sebastian Kurz, più attenti alle finanze pubbliche. L’agenda di questi Paesi era molto semplice: ridurre il più possibile la quota di contributi in favore dei prestiti, incrementare le condizionalità macroeconomiche, ridurre il più possibile il proprio contributo al bilancio UE. Agenda grosso modo analoga a quella della Germania di Angela Merkel, la quale tuttavia si è – almeno all’apparenza – mostrata più dialogante, complice anche la presidenza di turno del semestre europeo. Esaminiamo più da vicino i vari successi di questo “asse”.

I contributi sono stati pesantemente ridimensionati in favore dei prestiti, maggiormente vincolabili a condizionalità macroeconomiche. Altro importante protagonista sono i cd. Rebates, i rimborsi. 

Questi nascono nel 1986, in seguito alle proteste di Margaret Thatcher in merito alle modalità di spesa dei fondi europei nella Politica Agricola Comune: protestava infatti che i britannici non facessero altro che versare tasse per sovvenzionare l’agricoltura francese. Infatti, all’epoca il PIL pro capite UK era inferiore alla media europea e l’assenza di un settore agricolo sviluppato hanno reso sproporzionato il rapporto tra contributi offerti e ricevuti in sede europea. Così ottenne uno sconto sulle proprie contribuzioni equivalente al 66% del suo saldo netto, cioè della differenza tra ciò che doveva versare e ciò che doveva ricevere dalla CEE/UE. Il regime di sconti ha coinvolto Regno Unito, Svezia, Austria, Paesi Bassi e Germania. 

L’accordo raggiunto a Bruxelles ha quindi incrementato i rimborsi per i Paesi frugali con 1.9 miliardi di rimborsi per l’Olanda, 1.1 miliardi di rimborsi per la Svezia, 565 milioni di rimborsi per l’Austria e 322 milioni di rimborsi per la Danimarca. La Germania ha visti rinnovati i propri rimborsi, equivalenti a 3.7 miliardi di euro. Per il QFP 2021-2027 si arriva ad una sommatoria di rimborsi equivalenti a 7,6 miliardi di euro annui, 53,2 miliardi nei sette anni, il cui onere verrà redistribuito tra gli altri Paesi che non possono godere di simili regimi, tra cui l’Italia.

Altra chicca per i frugali, Paesi Bassi in primis, è l’introduzione del droit de rappel o “freno di emergenza”. Secondo questo strumento, sulla carta, qualsiasi Paese membro potrà sollevare una questione di inadempimento grave nei confronti delle modalità di spesa delle risorse RRF, sospendendo per tre mesi l’erogazione dei versamenti dando al Consiglio europeo modalità di votare e pronunciarsi sulla questione. Se disposizioni dell’accordo specificano comunque che l’ultima parola alla Commissione europea, le conseguenze politiche della misura non sono da sottovalutare.

Considerando infine come questi fondi (da impiegarsi entro il 2021-2022) debbano essere vincolati a progetti coerenti con le priorità europee, in piani di riforma necessariamente basati sulle Raccomandazioni del Consiglio ai Paesi Membri del 2019 (le quali richiedono il rispetto della regola del debito) entra in gioco il meccanismo di vigilanza: i piani di riforma e investimento, così come la loro esecuzione, saranno controllati dalla Commissione, che si avvarrà di un comitato formato dai vertici del Tesoro dei 27 Paesi UE (cfr. ECOFIN), i quali potranno, con una maggioranza di 13/27 Paesi (rappresentanti il 35% della popolazione UE) bloccare i versamenti del Recovery Plan, incrementando il peso specifico della Germania nella supervisione dei fondi.

La misura è indubbiamente importante ed epocale, è il primo passo verso l’emissione di un debito comune, successo rovesciato da due grandi ombre: la prima quella dei rimborsi, che non fuga quelle motivazioni che hanno portato il Regno Unito a lasciare l’Unione europea; secondariamente l’aver tagliato programmi dedicati al sostegno dell’economia reale UE. Una politica miope la chiamerebbe successo, una politica ambiziosa dovrebbe avere il coraggio di recuperare le proteste del Parlamento europeo e farne parte dell’agenda europea.