Il probabile suicidio cileno

di Pasquale Ferraro
27 Ottobre 2020

Con una maggioranza plebiscitaria il popolo cileno ha deciso di archiviare la costituzione approvata nel 1980 sotto la guida dell’allora Presidente/dittatore Augusto Pinochet Ugarte – salito al potere con il golpe che mise fine al governo del socialista Salvador Allende in quel fatico 11 settembre 1973 – e che garantì la transizione fra la dittatura militare e il nuovo Cile democratico.

Il “Si” godeva dell’appoggio di tutte le forze politiche, compresa quella di centrodestra del Presidente Sebastiàn Pinera, attuale inquilino della Moneda, e che resterà in carica ancora per un anno.

Fino alle violenze scoppiate nell’ottobre del 2019, nessuno, neanche i precedenti governi socialisti avevano messo sotto accusa la costituzione di Pinochet, che nel bene e nel male ha garantito al Cile un livello di sviluppo sociale ed economico straordinario, soprattutto se comparato con le altre economie dell’America Latina.

Eppure la furia di iconoclastia giuridica a quanto pare non ha adottato alcun metro di valutazione storica, ne tantomeno la politica cilena – ostaggio delle piazze violente – sembra aver considerato il rischio  di ripercorrere la parabola discendete del Venezuela, iniziato proprio con un referendum nel 1998.

La nuova costituzione sarà scritta da un’assemblea costituente composta da 155 membri, per la metà donne, un consesso paritario, che dovrà integrare nella nuova costituzione oltre alle minoranze indios, anche un nuovo capitalismo sociale, che sostituirà quello liberista dei “Chicago Boys” sorto proprio sotto il regime dei militari.

Non sappiamo cosa rimarrà di quei capisaldi che negli ultimi trent’anni di democrazia hanno permesso al Cile di rappresentare un unicum, rispetto al crollo sistemico dei paese latini, con l’Argentina in  testa: dall’autonomia della Banca Centrale, fino alla tutela del capitale privato e dalla proprietà.

Bisognerà attendere il prodotto finale, con la speranza che quel famigerato aumento del 3% dei biglietti della metro, all’origine delle proteste di un anno fa, non finisca per costare ancora più caro al popolo cileno.  Di sicuro i toni del mondo progressista e le fanfare dei soliti media mainstream non lasciano ben sperare.