Il grande successo di Trump tra le minoranze statunitensi

di Redazione
4 Novembre 2020

In questa notte elettorale sembra sia successa una cosa assurda. Dopo mesi di sondaggi accurati, infinite interviste telefoniche, raffiche di algoritmi profusi su numeri aggregati e dati comparati, il popolo ha deciso di smentire tutto. Attenti bene, le persone in carne ed ossa hanno deciso di votare di testa loro, incuranti del complesso lavoro di tanta macchina statistica. Ed ecco allora la lunga sfilza di Texas, Florida, Georgia, Ohio, che invece di diventare, come previsto, color blu-Biden, impunemente hanno optato per il rosso trumpiano. A mali estremi, estremi rimedi. Sarebbe forse meglio abolirle queste elezioni popolari, così da far votare solo e direttamente i sondaggisti. Una bella rogna di meno.

Eppure, questa dinamica, già chiarissima a Brecht, dice molto della realtà che ci circonda; dice molto di quella frattura culturale che spacca il moderno occidente, quasi allo stesso modo della cortina di ferro.

Viviamo in realtà sotto l’ingombrante presenza di una nuova cortina, questa volta mediatica, che ci impone solide narrazioni, nuovi miti, ideologie senza spirito, che però puntualmente si infrangono contro la realtà. E, come sempre, la politica degli Stati Uniti d’America, prima delle altre, sembra aver assorbito questa nuova dimensione, per mostrarne sì tutta la forza, ma soprattutto per mostrarne i limiti. Un esempio è facile a farsi.

Il grande e solido successo di Donald Trump tra le minoranze statunitensi, non solo latine, ma anche afroamericane, superiore a quello di ogni altro candidato repubblicano prima di lui, smentisce in maniera netta la narrazione che sostiene il razzismo del Presidente. L’improbabile accusa deriva dall’ostilità di Trump verso chi pensa che si possano risolvere i problemi della Comunità nera d’America buttando giù le belle statue bronzee di Cristoforo Colombo sparse per le città d’oltreoceano e spaccando per diletto qualche vetrina; quasi un rito catartico di auto-accusa e auto-assolvimento della propria condizione etnica, razziale e identitaria. Qualcuno dovrebbe ricordare ai tanti che si dedicano a questa pratica la massima evangelica che dice che per amare gli altri bisogna prima amare sé stessi.

Al contrario, Trump ha ascoltato e coltivato le minoranze americane, in una maniera assolutamente inedita per un rappresentante del GOP. Poca teoria e molta pratica, se è vero che durante il suo mandato il tasso di disoccupazione nera ha toccato i livelli più bassi di sempre.

Ancora più forte il legame di Trump con la comunità latina, soprattutto quella di origine cubana che, fuggita dal regime castrista, abita in massa il sobborgo di Hialeah, a Miami, e che è galvanizzata dalla politica aggressiva portata avanti dal Presidente nei confronti di quella che John Bolton ebbe a definire, proprio in un suo discorso tenuto in Florida, “the troika of tyranny” – cioè Cuba, Venezuela e Nicaragua. Non è un caso allora che ieri sera il voto repubblicano nella contea di Miami Dade sia schizzato alle stelle, trainato proprio dai cubano americani.

Torna qui questa doppia dimensione. L’una narrata, che si fa accusa politica; l’altra reale, concreta, pratica, che si fa comunanza di vedute e rappresentanza di interessi. Esse si sono scontrate nella campagna elettorale statunitense nella maniera più basica e primordiale, come sempre lì accade. Non ci parlano più di una divisione verticale tra classi e condizioni, ma di una società concentrica, con un cerchio più stretto ed esclusivo al centro, alienato dal resto ma che idealmente vorrebbe leggere ed organizzare la realtà che ha intorno. Plasticamente potremmo dire quel nuovo partito democratico, che predica il socialismo da Manhattan.

Al di fuori di questo cerchio tutto il resto; il mondo dimenticato che non vuole saperne di mitologie, ma che vuol vivere della percezione dei suoi sensi. Sono gli ispanici innamorati del patriottismo americano, i contadini dell’Iowa e gli agricoltori texani, i lavoratori dell’industria dell’auto licenziati in Michigan. Insomma, è quel nuovo partito repubblicano che Trump ha costruito e a cui ha concesso una nuova giovinezza, fatta di veterani poltici, come Mitch McConnell e Lindsay Graham, e di giovani rampanti, come Madison Cawthorn. Sarà questa la sua più grande eredità.

Francesco Severa