Il governo è il problema

di Pasquale Ferraro
27 Aprile 2020

Nessuna frase riassume l’attuale situazione politica del nostro paese, come quell’affermazione forte, radicale e limpidamente vera, che Ronald Reagan pronunciò nel suo discorso d’insediamento il 20 gennaio del 1981: “il governo è il problema”.  Da allora per gli Stati Uniti fu l’inizio del rilancio non solo politico, ma economico e sociale, la rinascita di una nazione uscita appassita dagli anni ’70, che prendeva di petto il proprio destino abbattendo le barriere che ne ostacolavano il futuro.

L’Italia in questi ultimi decenni non solo non ha voluto abbattere alcuna barriera, ma si è adagiata su se stessa, complice anche una politica tendenzialmente propensa all’autoconservazione e poco indirizzata all’osare sfide nuove. Purtroppo le colpe ricadono anche sulla destra italiana, che negli anni di governo non ha avuto il coraggio di portare avanti le battaglie necessarie per ridisegnare il futuro di questo paese. Ma i nodi vengono al pettine, e le crisi  di ogni genere nella storia rappresentano  sempre un solco che riporta alla luce tutte le domande irrisolte che si era voluto ignorare.

La crisi finanziaria del 2008, che nel nostro paese ha raggiunto l’apice dal 2011 in poi, non l’abbiamo affrontata, o meglio l’abbiamo fatto seguendo politiche europee contrarie al nostro interesse, senza approfittarne per porre in essere quelle riforme necessarie a modificare l’impianto del nostro paese.

La nostra è un’economia bloccata, impigliata in una miriade di legacci fatti di norme, burocrazia, ritardi nei pagamenti alle aziende e soprattutto da una totale deresponsabilizzazione della classe dirigente. Nessuno in Italia risponde dei suoi errori, noi preferiamo un più tradizionale promoveatur ut amoveatur, che altro non ha prodotto che una cancrena sociale che gradualmente consuma le parti più vitali del nostro paese.

L’attuale emergenza Coronavirus trascinerà il paese nella peggiore crisi economica dal dopoguerra, una crisi che è divenuta già emergenza sociale, con attività bloccate, partite iva ridotte alla povertà e aziende abbandonate a se stesse. Alle promesse di sostegno, sbandierate dal governo non hanno seguito i fatti: si sono stati distribuiti ad alcuni i 600 euro, ma non bastano. Il Pil calerà a picco, cosi come i consumi – già deboli – poiché come tutti i dati indicano, i cittadini italiani sono timorosi e preoccupati verso il futuro, e i manuali di economia insegnano che l’elemento psicologico è decisivo nelle scelte di ciascun individuo.

Il nostro è il paese degli interrogativi irrisolti, della disoccupazione giovanile che rischia di crescere, cosi come la perdita di migliaia di attività che non rialzeranno le saracinesche alla riapertura effettiva, se e quando avverrà. Gran parte dell’artigianato italiano rischia di essere distrutto sotto i colpi di una recessione, che segue anni di stagnazione perenne.  

Tante in questi anni sono state le ricette proposte dalla politica e tutte sono risultate inefficaci, perché tutte partivano dall’assunto di riformare quella o quell’altra porzione di paese, quando tutto il sistema paese andrebbe riformato dalle fondamenta. 

Il sistema fiscale, la previdenza sociale, il c.d. welfare e l’assetto stesso delle nostre istituzioni: se ciò non sarà fatto continueremo sempre a rimestare gli stessi concetti e non affronteremo mai il cardine dei nostri problemi. Questo paese deve essere liberato dalle catene che lo tengono inchiodato, deve liberare tutte le potenzialità che noi possediamo e che ci hanno sempre contraddistinto.

L’economia italiana deve ripartire dalle imprese e dal rilancio del tessuto industriale che rischia altrimenti di subire un colpo durissimo dal quale potrebbe non rialzarsi. Nella sua drammaticità questa crisi è l’occasione per ripensare l’idea d’Italia. Dobbiamo ristrutturarci per ripartire più forti.

Certamente non potrà farlo questo governo, che si è ampiamente dimostrato incapace di prepararsi all’emergenza coronavirus, ma sopratutto di gestirne le ricadute economiche. 

La stessa conferenza stampa nella quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è esibito, è stata costellata da parole vuote di senso e domande alle quali non è stata data alcuna risposta.  Un intero paese in attesa di rassicurazioni per il proprio futuro, rimasto deluso e sopratutto sconfortato.  

Abbiamo assistito ad un Premier che con parole confuse si è auto lodato per il lavoro svolto, parlando di successi ai più assolutamente sconosciuti e di prontezza del governo, quanto mai tragicomica. Intanto gli italiani resteranno ancora prigionieri, con una parte del paese che potrebbe già rimettersi in moto per riaccendere i motori ad un economia depressa. Mentre già circola sul web un malcontento sociale pericoloso, fatto di appelli disperati e richieste di aiuto.

Un governo – che in una sua componente –   aveva sbandierato l’abolizione della povertà e  invece altro non ha fatto che alimentarla mal gestendo un’emergenza globale, ma che a quanto pare gli altri paesi hanno saputo affrontare con maggiore prontezza e lucidità politica. 

Ci attendono tempi duri, e scelte difficili,  che devono essere assunte – questa volta  nell’interesse unicamente del nostro paese, e possibilmente da un governo pienamente legittimato dai cittadini e da un palmento nel pieno delle sue funzioni.