Il governo Conte sull’Università ha fallito

di Redazione
9 Maggio 2020

di Dalila Ansalone

Che la gestione dell’emergenza COVID19 del Governo Conte Bis abbia avuto innumerevoli mancanze, è ormai un dato di fatto. La più illustre esclusa, l’Università.

Forse alcuni ricordano che il calvario degli studenti è iniziato da fine febbraio 2020, quando gli Atenei iniziarono a chiudere i battenti per una settimana, perché tutto era iniziato così, doveva essere solo una settimana.

“Il Governo ha deciso: le scuole resteranno chiuse per contenere i contagi del Coronavirus”. Gli Atenei hanno dovuto adeguarsi in fretta e furia a quella che sarebbe stata la prima di tantissime disposizioni tardive e fumose.

E così i proclami del Governo più a sinistra della storia della Repubblica, sono repentinamente passati da “abbraccia un cinese” a “#iorestoacasa”.

Molti studenti fuorisede, a fronte delle perentorie disposizioni dei decreti, si sono trovati così a decidere, non avendo più lezioni da frequentare, se tornare nelle Città di residenza – lasciando quelle stanze che pagano profumatamente con tanti sacrifici delle famiglie e spesso, con la fatica del dividersi tra studio e lavoro – o rimanere nella Città sede del proprio corso di laurea.

Quelli che hanno scelto di andare non si aspettavano che non sarebbero potuti tornare nella Città dove studiano neanche per recuperare i vestiti, i propri effetti personali, i libri su cui studiare. Quelli che sono rimasti, invece, non sapevano che non avrebbero potuto vedere i propri familiari per settimane a causa del lockdown.

Le Università e le Regioni sono state abbandonate a loro stesse.

Nessuna linea guida, nessun aiuto. Uno svincolarsi del Governo che ha imposto agli Atenei di arrangiarsi come meglio potevano. Chi aveva i fondi e strutture idonee è riuscito a far partire la didattica online, chi no è ancora nell’attesa che il Governo dia un contributo, che li sostenga nell’attivare presto le piattaforme sul web per seguire le lezioni e per dare gli esami. L’ istruzione non può aspettare, le lauree non possono attendere.

Nel frattempo, i ministri Azzolina e Manfredi – per chi non lo ricordasse Conte, per colpa dei litigi sulle poltrone di PD e M5S, ha diviso il Ministero in due, da una parte il Ministero dell’istruzione “scolastica”, dall’altra quello dell’Università e della Ricerca – hanno rilasciato dichiarazioni ed interviste discordanti.

La carta che il Governo ha utilizzato per liberarsi da ogni responsabilità politica è quella dell’“Autonomia degli Atenei”, principio di autonomia accademica costituzionalmente riconosciuto, per mascherare un’inerzia a dir poco scandalosa.

Nonostante il tempo passi, importanti temi sono rimasti aperti come, in primis, i pagamenti delle rette universitarie e le mensilità degli affitti degli studenti fuorisede. I primi per ora solo posticipati, i secondi lasciati alla sensibilità dei proprietari. Infatti, anche su questi temi il Governo non ha dato alcuna indicazione, lo stesso sulle borse di studio, la maggior parte tuttora giacente.

D’altro canto, noi rappresentanti studenteschi, da subito in prima linea per fronteggiare l’emergenza, siamo stati convocati soltanto una volta dal Ministro Manfredi, e non per prendere parte ad un tavolo di confronto e proposte, bensì per comunicarci decisioni già confezionate, a conferma che del parere degli studenti, a questo Governo interessa ben poco.

Il Decreto Scuola, emanato dall’altro Ministro, a riprova della fallimentare scissione del Ministero dell’Istruzione in due, ha detto poco e nulla su noi universitari.

Magra consolazione delle disposizioni emergenziali è l’introduzione, da sempre da noi richiesta, della laurea abilitante in Medicina, per far fronte all’esigenza di medici contro il virus. Disposizione che, però, mostra non poche lacune: senza l’aumento delle borse di studio per le specializzazioni, non si ovvia al problema dell’imbuto formativo che colpisce più della metà dei neo-medici. Insomma, tanti quesiti sul tavolo, che rimangono sospesi.

Il silenzio assordante del Governo porta gli Atenei e le Regioni ad agire in ordine sparso persino sulle modalità di avvio del nuovo anno accademico. Unica certezza sarà l’imposizione di una didattica “blended”, una didattica mista intesa come una fase di transizione per tornare alla tanto agognata normalità. Ed ecco che, come una spada di Damocle, torna la famosa “autonomia degli Atenei”: la valutazione sulla modalità di messa in pratica delle disposizioni spetta alle singole Università.

Nulla si dice ad esempio, sulla condizione dei fuori sede. Questi, impossibilitati a tornare nelle città di studio visti i decreti, sarebbero tagliati fuori da qualsiasi attività in presenza delle università.

Università che sono lasciate sole anche a fronteggiare l’annunciato calo di iscrizioni, si preventiva una diminuzione tra il 10 ed il 20% degli studenti per il prossimo anno, situazione a cui il Governo ha risposto annunciando un piano risolutivo di cui ancora non si vede l’ombra.

Da fine febbraio siamo ancora in attesa di un decreto Università, questo dovrebbe arrivare da Manfredi, la seconda testa di questo Ministero bicefalo, ma ancora nulla si è visto e gli studenti rimangono in bilico, considerati soltanto da qualche coraggiosa Regione che li aiuta come può. Lodevoli in questo senso le iniziative di alcune amministrazioni che hanno attivato un bando per contributi agli studenti fuori sede.

Un sistema, quello dell’Istruzione e dell’Università, che se da tempo vacillava, a causa dell’inerzia dell’Esecutivo, potrebbe entrare nella più buia delle notti.

E noi, italiani del futuro, siamo ben coscienti però che una Nazione che non cura e non investe sul sistema accademico e sulle giovani forze, è una nazione destinata a non avere futuro.

Siamo e rimarremo in prima linea, anche se giovani, per l’Italia.