Il governo Conte e le narrazioni che non fanno crescere il PIL

di Carlo Manacorda
11 Agosto 2020

Se le narrazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte facessero crescere il Prodotto Interno Lordo, il nostro PIL raggiungerebbe vette inimmaginabili anche a livello mondiale. Purtroppo non è così. Conte è partito dalle narrazioni sulle “potenze di fuoco” legate ai decreti “Cura Italia” e “Liquidità”.

Il messaggio era potente: cittadini e imprese avrebbero beneficiato di interventi immediati, ampiamente idonei a far ripartire la crescita dopo la recessione causata da Covid-19. Come sappiamo, gli effetti dei due decreti sono stati assai modesti. Cittadini e imprese hanno lamentato di aver avuto poco o nulla. Il PIL (dati ISTAT) è diminuito, nel 1° trimestre 2020, del 5,3%. E allora Conte pensa subito a una nuova narrazione. E proclama: il Governo sta lavorando a un terzo decreto! Lo definisco “decreto Rilancio”. Questo ― afferma Conte ― è veramente quello buono. Immetterà nel sistema economico ben 55 miliardi che, aggiunti ai precedenti, creeranno stanziamenti di 80 miliardi (tutti quattrini, ahimè, che esistono solo sulla carta).

Il 16 luglio, il decreto Rilancio diventa legge ― ovviamente con il solito voto di fiducia dato sia alla Camera sia al Senato da una maggioranza governativa spaccata su tutto, ma ben compatta quando è a rischio lo scranno parlamentare ―. Cosa rilancerà questo decreto è ancora tutto da vedere. E per più d’una ragione. Intanto è privo di copertura finanziaria. Infatti, i 55 miliardi si spenderanno facendo debito. Bisogna, quindi e subito, emettere titoli del debito pubblico, che la Fata Turchina che va sotto il nome di Banca Centrale Europea ci comprerà. I titoli sono ancora da emettere. Ma questo non è un problema.

Lo Stato dei bonus a chissisia, dai vacanzieri agli acquirenti di biciclette e monopattini, continua a rosicchiare comunque anche al risparmio privato. In pochi giorni, ha raccolto 6,13 miliardi attraverso il BTP Futura (il solito maxi-inganno governativo per i risparmiatori), nonostante la valutazione negativa dell’Agenzia di rating Fitch, che continua a considerare i titoli del debito pubblico italiano poco più che “titoli spazzatura”.

Per attuare il decreto Rilancio (ora legge), occorrono 155 decreti. Se ne prevede l’emanazione dai 30 ai 180 giorni dalla data della sua approvazione. 29 decreti ― e con contenuti tutt’altro che trascurabili ― sono addirittura previsti “senza scadenza”. Conte cioè, pur di soddisfare la sua bulimia degli annunci, ha infilato, nel decreto, ogni sorta di argomenti per alcuni dei quali, se mai se ne parlerà, se ne parlerà ― come si suole dire ― a babbo morto. Come si deve per fedeltà di gruppo, una buona mano nella narrazione la dà anche il Ministro dell’economia Roberto Gualtieri che, con fare autorevole e linguaggio che trasuda dell’alto tecnicismo dell’incomprensibilità, avvalla ogni tipo di inganno economico che il Governo intenda vendere.

Non è ancora stato pubblicato l’indice del PIL italiano del 2° trimestre. Ci sono però già le previsioni di stima del PIL europeo effettuate dalla Commissione europea. Se ne prevede, per il 2020, un crollo medio nell’Eurozona dell’8,7 % rispetto all’anno passato. Fanalino di coda l’Italia per la quale si prevede un crollo del PIL dell’11,2%. Evidentemente, neppure la Commissione europea crede molto al decreto rilancio.

Le fantasiose narrazioni di Conte sono purtroppo interrotte da fatti concreti, come dai dati appena detti. Altre situazioni, altrettanto concrete, dovrebbero indurre a minori voli pindarici. Pochi giorni fa, la Banca d’Italia ha informato che il debito pubblico ha superato i 2.500 miliardi. Per l’esattezza, è giunto a 2.507,6 miliardi, con un trend di crescita mensile di 40 miliardi.

Ma le narrazioni del Governo Conte sono totalmente insensibili a queste notizie. Infatti, esaurite le narrazioni interne, iniziano quelle europee. Grandi annunci e titoli cubitali: sulla base del Recovery fund (fondo di recupero/ripresa), all’Italia arriveranno dall’Europa 209 miliardi! Detto così, si può pensare che i 209 miliardi stiano per arrivare nella casse dello Stato, tant’è che non c’è forza o gruppo politico o associazione di categoria che non si sia già espressa sul come spenderli. Nella realtà, le cose non stanno proprio in questo modo.

L’Europa erogherà i fondi ai vari Stati tra il 2021 e il 2023; il 70% nel 2021-2022 e il 30%, entro la fine del 2023. Dei 209 miliardi che dovrebbero essere dati all’Italia, 127,4 miliardi sono a prestito ― e andranno rimborsati a partire dal 2027 ―; 81,4 miliardi sono a fondo perduto, si fa per dire. Infatti l’Italia ― come tutti gli altri Paesi dell’Unione europea ― dovrà poi partecipare al rimborso comunitario relativo al Recovery fund. I 750 miliardi complessivi del Fondo sono soldi che il mercato presta all’Europa e che l’Europa dovrà restituire. Per restituirli ci sono due meccanismi: le tasse ― come quella sulla plastica che l’Europa intende istituire ―, e i contributi che ogni Paese dovrà dare al bilancio comunitario. L’importo che l’Italia dovrà rimborsare all’Europa in termini di contributo è di 40,6 miliardi. In questo rapporto tra avere e dare, del contributo a fondo perduto resteranno soltanto all’Italia circa 40 miliardi.

Per ottenere i fondi, anche l’Italia dovrà presentare all’Europa, entro la metà di ottobre, un Piano triennale coerente con gli indirizzi europei: contrasto all’evasione fiscale, alla corruzione e al lavoro sommerso; riduzione dei tempi della giustizia; politiche attive per il lavoro; riduzione della spesa pubblica; abbattimento del debito pubblico; taglio delle agevolazioni fiscali e razionalizzazione dell’IVA. Sostanzialmente, l’Italia deve fare una riforma della giustizia, del fisco e del lavoro. Il Piano sarà esaminato dalla Commissione europea entro due mesi dalla presentazione. Il giudizio di idoneità non garantisce, però, l’erogazione totale del contributo. Potrebbero essere fatti ritocchi nel 2022 che ricadranno sulla quota del 2023.

Il Piano sarà approvato dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione entro un mese dalla proposta. Se durante l’esecuzione del Piano non si conseguiranno gli obiettivi indicati, un Paese può chiedere al Consiglio che si pronunci su questi scostamenti (il cosiddetto “freno”). In attesa della decisione, per questo Paese si ferma, in concreto, l’erogazione dei contributi.

L’Italia si muove ora in questo quadro. Sono quindi stupefacenti le narrazioni di Conte che presentano un Paese ormai fuori dalle secche grazie alle “potenze di fuoco” del suo Governo e ai contributi europei senza tenere conto di ciò che avviene nella realtà. Già si annunciano 1,5 milioni di posti di lavoro in meno in autunno, un’impresa su tre che non riaprirà le serrande e una decrescita complessiva in tutti i settori produttivi che porterà al preventivato 11,2% in meno del PIL.

La Banca d’Italia, prevede che oltre il 33% delle famiglie ha risorse finanziarie per soli tre mesi. E’ anche sorprendente che, mentre si annuncia questa pioggia di miliardi (confermando quindi che, almeno per ora, sono virtuali), si dichiari che erano assolutamente necessari, per ottenere un po’ di liquidità per le casse dello Stato, gli 8,5 miliardi che si sono pretesi da imprese e lavoratori autonomi per l’IVA di luglio. Ma allora, gli oltre 6 miliardi appena incassati con il BTP Futura dove sono andati a finire? Non hanno forse portato quella liquidità di cui si aveva assolutamente bisogno?

Lo stupore è comunque ancora maggiore constatando che vien confermata la fiducia a un Governo che sta portando l’economia italiana a uno stato di agonia

30 Luglio 2020