Il Forum Ambrosetti è l’ultimo palcoscenico per le narrazioni economiche del governo Conte

di Carlo Manacorda
15 Settembre 2020

Il 46° Forum Ambrosetti (Cernobbio, Villa d’Este, 4/5/6 settembre 2020) è stato l’ultimo palcoscenico che il Governo Conte ha calcato per le sue narrazioni sui fatti dell’economia del Paese. Annunci su vicende ben lontane dalla conclusione, generiche ― ma irreali ― affermazioni di ottimismo, proclami di virtuosità più simili alle lettere che si inviavano a Gesù Bambino da bambini ma privi di contenuti progettuali. Insomma, il solito repertorio di vacuità partito dalla “potenza di fuoco” annunciata dal Presidente del Consiglio all’inizio della pandemia.

Prendiamo due casi ben noti: Atlantia e Alitalia. Dopo il crollo del ponte Morandi, il Governo affermò, perentoriamente, che il caso Atlantia sarebbe stato risolto tempestivamente con la revoca della concessione ad Autostrade: i Benetton dovevano scomparire, immediatamente, dall’area dei concessionari di viabilità.

Al di là di non comprendere la ragione per cui la responsabilità di questo fatto tremendo dovesse cadere soltanto sulla famiglia Benetton e non anche sui tanti funzionari ministeriali che non avevano eseguito quei controlli cui forse erano tenuti, e come la revoca potesse avvenire senza tener conto delle regole dell’ordinamento giuridico e contrattuali in materia, al tempo la dichiarazione governativa fu questa. 

A Cernobbio, dopo due anni dal crollo del ponte (fortunatamente già ricostruito), la Ministra delle infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli annuncia, serenamente, che la trattativa con Atlantia è entrata nelle “fasi finali”. Tuttavia, nulla precisa in merito alla tempistica per arrivare alla conclusione dei negoziati. Dunque, la narrazione prosegue.

La stessa Ministra dice al Forum che la soluzione del caso Alitalia è “una questione di giorni”. Però non fa un minimo cenno al Piano industriale che dovrebbe rimettere “in rotta” la Compagnia aerea, né che sia stato sciolto il nodo della partnership industriale.

Il Piano dovrà, comunque, essere ancora notificato alla Commissione europea. Anche qui, la narrazione prosegue. Intanto, Mediobanca fa sapere di aver stimato in 7,4 miliardi i costi che gli italiani hanno pagato, dal 1974 ad oggi, per mantenere in vita Alitalia.

L’apice della pura narrazione è stato però raggiunto a Cernobbio dal Ministro dell’economia Roberto Gualtieri. Racconta che il PIL italiano del 3° trimestre 2020, in base a indicatori dei quali però non svela origine e connotazioni (ora si sa che sono alcuni dati ISTAT), andrà un po’ meglio.

Il crollo si arresterà tra l’8,5 e il 9%. Poi però si corregge ed osserva che potrebbe peggiorare nel 4° trimestre se aumentassero ulteriormente i contagi. Dunque si apprende, non senza sorpresa, che Covid-19 è l’unico elemento che influenza il PIL. Eppure, argomenti che andrebbero considerati per analizzare il tema in maniera un po’ più realistica (mi permetterei di dire un po’ più scientifica) non mancano. Primo fra tutti, la politica industriale rimasta per il Governo Conte ― almeno finora ― dietro le quinte.

Infatti allo stesso Forum è stato presentato, prima dell’intervento del Ministro Gualtieri, uno studio che, basandosi sul calo dell’attività manifatturiera (come si sa, trainante dell’economia del Paese), prevede una diminuzione del PIL per il 2020 del 10,8 %. Forse il Ministro avrebbe potuto fare almeno qualche accenno a questo fatto, magari per contestarlo.

Proprio il Ministero retto da Gualtieri annuncia che, nei primi sette mesi del 2020, c’è stato un calo complessivo delle entrate per tasse ― rispetto allo stesso periodo del 2019 ― del 7,7%. Per l’IVA, il calo è stato però del 17,6% sui consumi interni e del 27,6% sulle importazioni. Ora, per grandi linee, i vistosi cali dell’IVA conseguono allo stato di paralisi del sistema produttivo. Ed è questo che va incentivato anche per ottenere un aumento delle entrate fiscali. Nessun accenno al proposito da parte di Gualtieri.

E qui si apre un’altra parentesi affatto citata nelle dichiarazioni del Ministro: i tanto enfatizzati prestiti immediati alle imprese. Gualtieri non fa cenno alcuno alla confusione che tuttora permane al riguardo, anche in considerazione del fatto che Il Governo non ha ancora emanato ben otto decreti attuativi del cosiddetto “decreto liquidità”, per cinque dei quali è ormai scaduto il termine per l’adozione. Forse il Governo (per carità, senza ignorare gli effetti di Covid) potrebbe analizzare questi fatti per valutare le loro ricadute sul PIL. Inoltre, concedere i promessi prestiti alle imprese impedirebbe che queste si trovino costrette a ricorrere a usurai per disporre di liquidità, come recentemente dichiarato dal Ministro dell’interno Luciana Lamorgese.

Le narrazioni governative diventano ancora più sfumate e addirittura contradditorie sul piano per l’utilizzo dei 209 miliardi che arriverebbero al nostro Paese dal Recovery fund. Il Ministro Gualtieri, dopo aver esordito con l’ovvia considerazione che questa è un’opportunità unica che il Paese deve cogliere «non solo per uscire da questa crisi, ma per rimettere il Paese su un sentiero smarrito molti anni fa», proclama che per l’utilizzo del fondo “faremo presto e bene”. Ottimo. Salvo che sul presto si contraddicono Conte e Gualtieri avendo il primo dichiarato che l’Europa ci darà più tempo oltre il 15 ottobre per la presentazione del Recovery plan, mentre Gualtieri lo smentisce, confermando che non ci sarà alcuna dilazione rispetto alla data del 15 ottobre. Quindi, sul “presto” andrebbe fatta chiarezza.

Quanto al “bene”, il Ministro Gualtieri ha elencato una lunga serie di temi tutti di altissima rilevanza (digitalizzazione, innovazione, infrastrutture, decarbonizzazione dell’economia, istruzione, formazione e ricerca, inclusione sociale, equità, potenziamenti dei centri per l’impiego, economia circolare, livelli europei di asili nido, raccordo di domanda e offerta dell’occupazione femminile, riforme della pubblica amministrazione, della giustizia e del fisco), ma alla platea del Forum non ha indicato alcun progetto già perfezionato al riguardo.

Comunque ― anche per dare assicurazioni al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che aveva manifestato preoccupazioni al proposito (forse il Presidente Mattarella pensava ai 13 miliardi ipotecati da bonus, sgravi e quant’altro) ― ha garantito che le risorse non saranno disperse in mille rivoli di microprogetti. L’idea è quella di concentrarli in progetti «che non solo abbiano ciascuno un valore d’impatto molto significativo, ma siano coordinati e coerenti lungo direttrici di azione di riforma sulle quali stiamo lavorando”. Si dà il caso che ancora l’8 settembre, il capogruppo Pd alla Camera Graziano Delrio, riferendosi al Recovery plan in un’intervista al quotidiano “La Stampa”, dichiari: “Ad oggi non abbiamo notizia del lavoro del governo. Noi non abbiamo ancora visto nulla, ma in Parlamento siamo pronti a dialogare e ad aiutarlo per dare una cornice a progetti innovativi”.

In conclusione, se non si fanno progetti concreti, le narrazioni restano mere emissioni vocali (flatus vocis). I comportamenti governativi sembrano tuttavia prediligere queste forme. Salvo poi venire a conoscenza che altri Paesi, con programmi e progetti già definiti, stanno cercando di sfrattare l’Italia dal secondo posto nella classifica europea delle industrie manifatturiere. 

Ci riferiamo alla Francia che ha fondato il proprio piano di rilancio su tre pilastri: ecologia, competitività e coesione sociale. Osserva, non senza ironia, Fabio Tamburini su Il Sole 24 Ore del 05/09/2020 (La lezione della Francia, i ritardi del Governo) che: “Alla guerra con i francesi per il secondo posto nella classifica delle industrie manifatturiere europee l’impressione è che noi italiani, per quanto riguarda la maggioranza di governo, stiamo andando con fucilini di legno”. Non sono serviti il Piano Colao, finito immediatamente nel dimenticatoio e gli Stati generali dell’economia, tenuti nel giugno. Evidentemente, l’arma preferita dal Governo Conte sono i “fucilini di legno”.