Il disastro di Biden e l’umiliazione americana

di Pasquale Ferraro
17 Agosto 2021

Neanche nella più suggestiva ipotesi critica verso  la presidenza di Joe Biden saremmo stati in grado di ipotizzare un disastro di simili proporzioni. Vedere l’America umiliata davanti agli occhi del mondo non è fortunatamente un’immagine di tutti i giorni, soprattutto per chi si è formato negli anni dell’America rampante di Bush e Cheney, della guerra globale al terrorismo, sintetizzabile nella celebre frase proprio di Bush “ o state con noi o con i terroristi”. Tutta un’altra musica, tutto diverso. 


Persino Barack Obama che in politica estera non ha mai brillato per particolare acume mai si è spinto al punto da mettere in gioco il prestigio stesso degli Stati Uniti.  Joe Biden è riuscito in otto mesi a superare anche questo infame primato. Per dirla in parole semplici dopo la “Baia dei Porci “ , “ la caduta di Saigon” e “ gli ostaggi di Teheran “ è stata la pagina peggiore della storia americana. Su questo avranno modo di meditare gli elettori americani per le elezioni del 2022 , ma per il mondo occidentale quello che è necessario capire è con quale America ci si confronterà nell’immediato futuro. 


Che la dottrina America fosse mutata era chiaro da tempo, che le modalità di approccio ai teatri internazionali fossero diverse lo si è notato già nel 2011 e nell’inerzia obamiana davanti al crescere del califfato nero che ha rappresentato negli ultimi anni una minaccia vera per l’Europa e l’Occidente.  Gli errori si pagano a caro prezzo e noi occidentali stiamo pagando tutti gli errori commessi nell’ultimo decennio, soprattutto nei confronti del fondamentalismo islamico e delle nuove dinamiche geopolitiche che puntano molto su un asse con gli islamisti. 
Nel suo discorso di ieri sera il Presidente degli Stati Uniti ha mostrato il volto che l’America non vorrebbe mai mostrare, non la super potenza, non la guida dell’atlantismo, ma un immagine sbiadita, condita da una sequela infinta di giustificazioni. 


Nessuna immagine di forza, solo qualche velata minaccia, nessuna assunzione di responsabilità davanti al disastro ma solo un attribuzione agli altri di responsabilità da Trump che negoziò l’accordo con i talebani – anche se le modalità di uscita delle truppe erano programmate in modo e tempi ben diversi – al popolo afghano accusato di vigliaccheria, per non aver combattuto, al presidente Ghani fuggito e alle forze di sicurezza che hanno abbandonato le posizioni, lasciando così campo libero alle milizie talebane, va detto numericamente inferiori. 


In tutto ciò l’evidente disaccordò con i paesi europei Gran Bretagna e Italia non convinte del repentino disimpegno, come chiaramente intuibile dalle parole di Boris Johnson, ed anche la stessa Merkel ha parlato di “ errori”, non proprio in linea con quel motto “ l’America è tornata” tanto decantato dai democratici e da Biden dopo la vittoria elettorale. 


L’America di Biden da oggi è più debole, non nelle forze ne nella capacità militare certo, ma nella percezione si, nell’immagine internazionale, nella consapevolezza degli alleati e nelle menti dei nemici, non è più l’America che fino a Trump difendeva l’immagine prima di ogni cosa. 


Questa è l’America che ha perso l’anima e soprattutto il prestigio. Le parole di Biden sulle ragioni della guerra sono apparse risibili, soprattutto per chi rammenta bene le premesse di George W Bush e quell’impegno collettivo che ha portato alla difesa dei diritti e l’uscita dell’Afghanistan dalla notte della sharia, e dopo vent’anni le speranze e i sogni di un paese giovane, delle donne e delle ragazze afghane sono stati frantumati. Quella luce di speranza che l’Occidente ha rappresentato si è spenta come la speranza negli occhi di quelle donne, che da oggi scompariranno dietro i veli serrati del  burqa. 


Il duro colpo lo ha rilevato sin da subito la stesa stampa USA – che non è certo ostile a Biden – accusando il Presidente dello smacco subito e del duro colpo all’orgoglio americano. Perché se una cosa ci insegna la storia americana è proprio la rilevanza che ha per i cittadini e dunque gli elettori l’immagine che la Presidenza trasmette dell’America, e anche quella maggioranza che era favorevole al ritiro, potrebbe non essere più tale, soprattutto per le modalità.  Saigon docet . 


Gli stessi parallelismi che sin da subito sono stati fatti con la drammatica caduta di Saigon fanno intendere la risonanza negativa dell’epilogo statunitense in Afghanistan. 
Quello che si voleva l’Afghanistan non diventasse e cioè un nuovo Vietnam, alla fine lo è diventato nella peggiore delle modalità. 


Joe Biden lo sa bene, per quanto avanti negli anni è un politico navigato, ricorda bene quei giorni, quegli anni e quel duro colpo all’immagine americana, ha fatto l’errore di accelerare il ritiro, voleva uscire dal pantano ed si è tuffato in un disastro di proporzioni enormi con esiti ancora imprevedibili. 
Ha finito per smentire se stesso , perché se infatti aveva detto “ non lascerò ad un quinto Presidente la questione  “ forse lascerà ai suoi successori una nuova emergenza terrorismo, ed una nuova base dove fioriranno fanatici di ogni specie, ed anche una nuova area di influenza alla Cina.