Il coraggio di riformare e l’eterno stallo italiano

di Pasquale Ferraro
22 Agosto 2020

La democrazia italiana non gode ottima salute – già da molto tempo – e non per immaginarie forze fasciste che tramano nell’ombra, bensì per l’incapacità delle forze politiche di saper attuare quegli interventi riformatori necessari per rinvigorire la salma morente.

Le stesse forze culturali predominanti e vicine ad ambienti di sinistra, non hanno mai agevolato il compito, trincerandosi dietro l’impeccabilità e la sempiterna validità della nostra Carta costituzionale, definita con eccesso euforico “la costituzione più bella del mondo”. Un’affermazione alla quale si può obiettare, sottolineando come non esista una costituzione migliore o peggiore, ne tantomeno la costituzione per antonomasia: semplicemente perché le costituzioni sono prodotti storici e la loro realizzazione va letta e interpretata all’interno del contesto storico nel quale esse furono discusse e poi promulgate.

Da ciò non è esente la nostra Costituzione, la quale è stata redatta in uno dei momenti più difficili della nostra storia, con un paese distrutto dalla guerra, e che si riaffacciava timidamente alla democrazia dopo vent’anni di dittatura e tre anni di guerra civile. Una Costituzione quella del ’47 – entrata in vigore il 1 gennaio del 1948 – che prese forma all’interno di un sistema politico rigido, con forze politiche altrettanto rigide in un contesto internazionale ben marcato. Un sistema che per varie ragione ha prodotto l’anomalia italiana, e un sistema elettorale proporzionale, adatto a quel sistema politico, ma che ha prodotto governi instabili e poco duraturi.

Se già negli anni ’80 l’esigenza di intervenire con una seria riforma costituzionale si faceva largo, anche se già allora osteggiata dalla volontà di conservare lo status quo, tutti i tentativi sono risultati vani e quelli approdati a referendum del tutto privi di quell’appiglio riformatore necessario.

Perché l’errore peggiore che si possa commettere affrontando una riforma costituzionale – soprattutto in Italia – è quella di pensare che qualsiasi riforma, purché riesca sia giusta. Questa visione miope ha prodotto gli obbrobri di riforma presentati negli ultimi anni. Non ultimo il referendum del prossimo settembre sul cd “taglio dei parlamentari” una riforma basata sui presupposti della antipolitica e su una illogica riduzione dei parlamentari, senza una seria ridistribuzione dei collegi e di una riforma elettorale – ad esempio a collegi uninominali – che rinvigorisca il ruolo e l’immagine rappresentativa del parlamento.

Ma il primo e fondamentale tema è quello della governabilità, che dovrebbe essere fondato su una stabilità istituzionale, garantita da una legge elettorale che sia definitiva e in pieno rispetto del rapporto fra elettore ed eletto ( quesito ribadito dalla Consulta nella celebre sentenza n. 1 del 2014), e da un governo legittimato da una maggioranza incoronata tale dalle urne e non dai soliti giochi di palazzo, che per quanto costituzionalmente legittimi, sono sempre forieri di instabilità perenne.

Si dovrebbe definitivamente mettere mano ad una riforma del potere esecutivo, del ruolo del Presidente del Consiglio, e ad una introduzione del semipresidenzialismo, unica vera svolta auspicabile per il nostro frastornato paese.

Occorrono scelte coraggiose per disegnare il futuro,  che mettano la parola fine al teatrino macabro al quale assistiamo, al vuoto politico e alle maggioranze ostaggio di ras e partitini leaderistici miranti solo alla sopravvivenza e all’autoconservazione.

Quello di cui il popolo italiano e la Repubblica Italiana hanno bisogno è un governo che duri per un mandato intero, e di un sistema costituzionale che dia garanzie di rappresentanza e di stabilità, e di un parlamento che si riappropri del proprio ruolo, ed insieme ad un rinvigorito potere esecutivo, sia il fondamento di una nuova Repubblica che non è utopica ma necessaria per il futuro di una grande paese, il nostro!