Gli ultimi fuochi di Herat

di Pasquale Ferraro
13 Agosto 2021

Dopo vent’anni cade Herat , quella che è stata la città bastione della presenza italiana in Afghanistan  è ormai nelle mani delle orde talebane. Apprendiamo  con sconcerto che l’evacuazione degli interpreti e altri funzionari che hanno lavorato fianco a fianco con il nostro contingente non ha avuto luogo. 


La loro sorte è già segnata, così come quella delle loro famiglie, bambini compresi. Di tutte le scelte che si potevano compiere si optato per il percorso peggiore. Il silenzio del Ministro Degli Esteri è impressionante, quanto grottesco. Così come le colpe di Washington sono evidenti, la gestione della transizione rimarrà annoverata tra le più imbarazzanti pagine della diplomazia occidentale. Così come gli accordi presi con i talebani, che ovviamente come volevasi dimostrare non sono stati rispettati.


Non si può trattare con un serpente che striscia da vent’anni in attesa di poter assestare il morso letale, ma a quanto pare dalle parti del Dipartimento di Stato americano non l’hanno compreso oppure hanno più semplicemente fatto finta di nulla. 


È evidente che l’avanzata talebana segna una sconfitta simbolica per l’Alleanza occidentale senza precedenti, una sconfitta maturata nella debolezza caratteriale delle cancellerie, senza aver garantito la creazione di uno stato forte e alternativo a quello degli eredi del Mullah Omar. 

Ed invece ciò a cui assistiamo è l’effetto domino che vede tutti i capoluoghi di provincia Afghani cadere uno dopo l’altro nelle mani dei talebani, e le uniche forze che resistono per parte governativa sono quelle “speciali” addestrate anche dalle nostre forze armate, con ufficiali formati tra le nostre fila. 
Si combatte per la patria e per la pelle, per salvare le proprie famiglie, i propri figli , da un destino evidente che passa per il boia. Nessuna pietà per chi ha collaborato con gli invasori questa è la sentenza già scritta dai talebani. 

Tutti i passi in avanti, le conquiste sociali e umane verranno cancellate, e sull’ Afghanistan si caleranno gli artigli cinesi, in una strategia geopolitica che coinvolge il Pakistan sempre più protagonista nell’offensiva talebana e vede nel mirino l’India. 

I novanta giorni previsti per il crollo di Kabul sembrano essersi notevolmente ridotti, persino il tanto temuto 11 settembre sembra troppo distante per il ritmo incalzante dell’avanzata. Il castello di carta di un paese che non esiste sta crollando, sotto i colpi ben calibrati di chi da anni ha atteso rintanato nelle caverne montuose questo momento. 
L’ultima notte di Kabul sarà anche l’ultima notte per l’Occidente in medio oriente, se non si opterà subito per una soluzione immediata. 


Tutti i possibili epiloghi sono pericolosi quanto forieri di ulteriori drammi per tutti noi.  La verità è che per quanto lunga, e lacerante una guerra possa essere, non la  si abbandona mai prima di aver annientato il nemico. 
Soprattutto un nemico che è convinto della propria missione divina e che  essendo come recita il Corano che  “ il paradiso è all’ombra delle spade”, quella stessa ombra sta calando oggi su tutta l’Afghanistan. Rimane l’amaro consapevolezza che  Saigon non ha insegnato nulla !