Gli scheletri nell’armadio della sinistra italiana

di Redazione
8 Settembre 2022

Di Alarico Lazzaro

È ormai innegabile che la campagna elettorale sia entrata nel vivo, brutale e intensa come impongono le difficoltà del presente.A meno di un mese dalle urne, il fronte progressista tra media mainstream e colonnelli di partito si scaglia a più riprese contro Giorgia Meloni e la realtà di Fratelli d’Italia.

Le polemiche, assai sterili, seguono di pari passo la crescita assoluta di consenso della leader dei Conservatori Europei, arrivata quasi a sfiorare il 25%. Una macchina del fango a cui si sono aggiunte le grottesche inchieste su Repubblica che, nate per gettare ombre sul futuro della Meloni, si ritrovano a rendere ancor più emblematica la discesa nel baratro di quel quotidiano che fu del compianto Eugenio Scalfari, uomo che credeva nel confronto ma soprattutto in un’onestà intellettuale che sembra ormai smarrita dalle parti della redazione di Maurizio Molinari.

In rete circolano con insistenza anche video del passato, in particolare dalla Francia arriva un breve spezzone di un’intervista realizzata nel 1996, in cui una diciannovenne Meloni sembra rivendicare i meriti di Mussolini come uomo politico. Invece di trovare una convergenza ideale sui programmi, dem e alleati hanno pensato bene di imbastire il futuro della campagna elettorale su quello spezzone, dimenticandosi quanti scheletri nell’armadio animino la storia di quello che oggi si definisce il fronte per un’Italia più democratica e progressista.

Nel 1946, all’indomani della guerra, l’Italia viene guardata con estremo interesse dalle forze alleate. Per gli inglesi la continuità monarchica avrebbe potuto rinsaldare i rapporti diplomatici come mai fino a quel momento, mentre gli USA, pronti a varare il Piano Marshall, avrebbero atteso l’esito delle urne della prima Costituente per erogare una quantità di fondi in grado di risollevare la neonata repubblica.

Quell’interesse, infatti, era contemporaneamente animato da numerose preoccupazioni. L’Italia confinava con la Jugoslavia Comunista di Tito e annoverava il più importante partito Comunista d’Europa. Senza lo scudo crociato a difendere la “libertas” che vi troneggiava sopra imperiosa, la discesa verso falce e martello sarebbe stata irreversibile, aprendo fratture pericolose nel cuore dell’Europa.

A capeggiare quella formazione, destinata a rimanere ai margini della vita politica italiana fino alla sua dissoluzione, in un limbo di opposizione pura e ideologica (come il MSI) vi era Palmiro Togliatti, il “giurista del Comintern” come lo definiva l’istrionico Trotskij.

Prima del suo definitivo ripudio dello stalinismo nel 1956, Togliatti aveva applicato perfettamente l’ortodossia del leader sovietico, condannando di fatto a morte, con la benedizione del PCI, numerose voci in antitesi alle brutali derive autoritarie in atto, sia in Italia che nella neonata URSS. Fece scalpore il caso dell’operaio Otello Gaggi e quello di Emilio Guarnaschelli.

Togliatti inoltre sapeva dell’’eccidio di Katyn’ (e tacque) e continuò ad essere tra i fedelissimi di Stalin fino alla sua morte, ricordandolo il 6 marzo del 1953 come un “gigante del pensiero e gigante dell’azione”.

Lo stesso Stalin che, con il patto Molotov-Ribbentrop, mirò nell’agosto del 1939, tra brindisi e sorrisi, a spartire la Polonia con Hitler e che mai avrebbe mosso guerra al nazismo se le sciagurate ambizioni del Führer non fossero naufragate laddove non riuscì neanche la maestria militare di Napoleone: alle porte di Stalingrado. 

Togliatti fu fermo anche nel condannare le rivolte di Poznan e Budapest del 1956, nel votare a favore della pena capitale nei confronti del Presidente ungherese Nagy e del capitano Maleter, 

provando soddisfazione nella brutale repressione che avrebbe avuto luogo sul suolo sovietico a seguito delle rivolte, per cui sollecitò un intervento armato intransigente e immediato (come comprovato da documenti pubblicati a partire dal 1986 grazie allo storico francese François Fejto).

Ma Togliatti non si limitò allo stalinismo, arrivando nel 1946 a legarsi alle istanze e rivendicazioni territoriali del maresciallo Tito, responsabile del dramma delle foibe e delle brutalità che portarono all’esodo e massacro degli italiani nei territori di Istria, Dalmazia e Friuli-Venezia Giulia.

Tito, nel suo regno del terrore e dopo la frattura con lo stalinismo, mise a morte perfino numerosi comunisti italiani, giunti nei territori occupati per combattere una guerra contro il fascismo, salvo poi ritrovarsi sulle corriere della morte di Ivan Motika, braccio destro del maresciallo e primus inter pares fra i vertici titini. 

Sorprendente sapere che ancora oggi Tito conserva una prestigiosa onorificenza di Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone in Italia.

Dalla Russia passando per la Jugoslavia fino agli anni ‘70 in cui Alberto Jacoviello scrive intensi reportage su “L’Unità” lodando l’ideologizzazione su cui la Cina di Mao aveva imbastito la sua rivoluzione, dimostrando indirettamente la presenza tra le fila del PCI di un’ala che guardava con interesse alla Cina più che all’URSS, e che proprio sull’Unità vedrà pubblicate numerose riflessioni in controtendenza alla maggioranza filo-russa del partito. 

 C’è da chiedersi quale etica rivoluzionaria e ideologizzazione lodevole possa celarsi dietro quasi 60 milioni di morti, ma l’autore degli articoli questo non lo spiegherà mai e neanche la sinistra italiana.

Decennio cupo quello degli anni ‘70, insanguinato dal terrorismo, dall’omicidio Moro e dalle violenze delle Brigate Rosse, fazione che sosteneva la lotta armata in nome di una rivoluzione di stampo Comunista.

Sebbene non siano mai stati evidenziati legami solidi tra le BR e il PCI, è necessario sottolineare quanto solo il partito di Berlinguer avesse le chiavi ideologiche per fermare le stragi e quanto titubante sia stato nell’azione risolutiva dei nodi che hanno segnato un periodo profondamente sconvolgente della storia primo-repubblicana.

Insomma tra URSS, Jugoslavia, Cina, recenti sviluppi che vedrebbero coinvolto l’ex Premier Massimo D’Alema (lo stesso in prima linea nell’autorizzazione dei bombardamenti in Serbia del 1999) in un traffico di armi con la Colombia e infine di Maio colonnello politico di un Movimento definito dalla stampa estera “il cavallo di Troia di Pechino in Europa”, per il fronte progressista c’è poco da criticare.

A Fiuggi, il MSI ha fatto i conti con la propria storia, aprendo di fatto un periodo storico, politico e culturale volto ad onorare la futura presenza in un governo repubblicano, su cui Giorgia Meloni ha già giurato all’epoca della nomina a Ministro della gioventù.

I conti con la storia sembrano invece sempre più nebulosi quando parliamo degli eredi politici della tradizione del PCI. Con Letta che abbandona il riformismo e sposa l’ambientalismo fazioso e distruttivo di Verdi, il comunismo anti-atlantista di Fratoianni e la vacuità di Di Maio sembra prospettarsi un doloroso ritorno alle origini.

Quelle origini proliferate nel sangue e nel silenzio della storia, promettendo eguaglianza e producendo morte e devastazione.