Decolla la nuova Alitalia a spese degli italiani

di Carlo Manacorda
19 Ottobre 2020

L’intesa raggiunta ― in buro-giuridichese il “concerto” ― tra i Ministri dell’Economia Roberto Gualtieri, dei Trasporti Paola De Micheli, dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e del Lavoro Nunzia Catalfo il 9 ottobre consentirà il decollo della Nuova Alitalia. Si chiamerà Alitalia Ita ― Italia Trasporto Aereo (ma, per quanto se ne sa, il nome commerciale resterà Alitalia, senza quindi necessità di ridipingere tutte le carlinghe della flotta). Il Ministro Gualtieri può ora firmare il decreto costitutivo della società. La società sarà interamente controllata dallo Stato.

Da tempo, la Newco rullava sulla pista, ma ― specialmente in casa 5 stelle ― non si trovava l’accordo per la spartizione delle poltrone. Poi il “tocco magico”. Le tanto deprecate logiche della vecchia politica ed il sempre vivo “manuale Cencelli” hanno indicato la strada da seguire: le poltrone del Consiglio di amministrazione sono aumentate da 7 a 9. Saranno spartitetra Pd, M5S e Italia Viva. A queste si aggiungono le 5 per il Collegio sindacale.

Alitalia Ita però non decollerà subito. Il rullaggio durerà ancora qualche tempo. Intanto il decreto di costituzione ― che conterrà anche la nomina degli organi sociali (in ogni caso ― via Facebook del premier Conte ― dal 29 giugno si sa che Presidente sarà Francesco Caio, in quota Conte-M5S e Amministratore delegato Fabio Maria Lazzerini, in quota Pd) ― sarà sottoposto al visto della Corte dei conti.

Entro 30 giorni dalla costituzione, il Consiglio di amministrazione dovrà predisporre il piano industriale. Il piano sarà trasmesso alle Camere che si dovranno esprimere entro 30 giorni dalla data di assegnazione. Contestualmente, è inviato alla Commissione europea che dovrà valutare se tutta questa costruzione non camuffi un aiuto di Stato.

Infatti, si è previsto che la Newco abbia un capitale iniziale di 20 milioni di euro, ma che lo Stato, oltre a costituire il capitale sociale, possa contribuire ulteriormente, entro il 2020, fino a 3 miliardi per rafforzare la dotazione patrimoniale della società. In definitiva, se non ci saranno imprevisti, il vero decollo di Alitalia Ita avverrà soltanto nel 2021.

Assistendo alla nascita della nuova compagnia aerea di bandiera, e tenendo sempre ben presenti le situazioni fallimentari della precedente, istintivamente viene da chiedersi se le decisioni governative assunte per la costituzione della nuova società convincano da tutti i punti di vista. Dice il Ministro Gualtieri: “Poniamo le basi per il rilancio del trasporto aereo italiano, attraverso la scelta di manager di primo livello e grande competenza in grado di elaborare e attuare un piano industriale solido e sostenibile”. Su questa dichiarazione nessuna obiezione. Siamo nel regno delle parole, il più seguito da Conte e dai Componenti il suo governo. Ma se scendiamo nella realtà, le perplessità si affacciano, con inevitabili ricadute anche sul piano economico.

Abbiamo parlato prima di “tocco magico” per superare l’impasse che si protraeva da mesi. Astutamente, nella seconda versione della norma che stabilisce la nascita di Alitalia ITA (art. 202 DL 34/2020, L 77/2020), si prevede che alla nuova società (e alle società partecipate controllate dalla stessa) non si applicano le disposizioni del decreto legislativo 175/2016. Il decreto ― che riordina il sistema delle società a partecipazione pubblica ― fu emanato dal Governo Renzi.

La norma in questione ― con qualche eccezione, ma sempre nei limiti da essa previsti (solo la Rai ha 7 consiglieri) ― stabilisce che “l’organo amministrativo delle società a controllo pubblico è costituito, di norma, da un amministratore unico”. Con delibera motivata dell’assemblea che tenga conto delle esigenze di contenimento dei costi, si può disporre che la società sia amministrata da un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri. Renzi, evidentemente, s’è dimenticato della norma da lui stabilita. E così ha ottenuto una poltrona.

Gira voce che il compenso per i consiglieri sarà di 35mila euro annui. In questo momento di spaventosa crisi economica, sembra proprio politicamente corretto aumentare la spesa pubblica (non importa la cifra modesta), tra l’altro per remunerare gli amministratori di una società che deve ancora dimostrare quanto saprà fare?

Sempre la norma precitata che fa nascere Alitalia Ita, prevede che, nell’atto costitutivo, si stabiliscano le remunerazioni degli organi sociali. Si richiamano, in merito, le norme civilistiche. Siamo però in presenza di una società finanziata con denaro pubblico, cioè dei cittadini.

Anche in questo caso, circolano voci che la retribuzione del Presidente Caio sarà di 70 mila euro annui lordi (pare però che Caio manterrà anche la presidenza della Saipem, la grande società che opera nel campo degli idrocarburi e delle infrastrutture ferroviarie e stradali), mentre quella dell’Amministratore delegato Lazzerini sarà stabilita dal Consiglio di amministrazione in “misura coerente con i risultati economici e industriali”.

In ogni caso, non si applicherà il tetto dei 240 mila euro annui stabilito, per i manager pubblici, dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 marzo 2012. Ovviamente vale, anche in questo caso, la considerazione sull’opportunità di aumentare la spesa pubblica in presenza di una realtà ancora tutta da scoprire.

Si stanziano 3 miliardi per rafforzare la dotazione patrimoniale della società. La “narrazione” tipica del Governo Conte fa dire alla Ministra dei Trasporti De Micheli: “Si tratta di una grande operazione industriale al servizio del Paese, a sostegno della competitività delle nostre imprese e per il rilancio del turismo italiano”. Un momento. Per capire la portata di questa “grande operazione industriale” occorrerebbe disporre di un piano industriale, e poi averlo magari testato un po’ sul campo. Ma il piano non c’è ancora. Dunque, lo stanziamento è “al buio”.

Si mettono nel piatto 3 miliardi, ma non si sa ancora come saranno spesi, con buona pace degli investimenti economicamente mirati (sarà interessante sapere cosa dirà la Commissione europea al riguardo nel momento in cui le chiediamo contributi a fondo perduto per superare la crisi seguita alla pandemia).

Si fa, inoltre, rilevare (Chiellino, Alitalia, la Ue accende i riflettori sui 3 miliardi del decreto rilancio, in Il Sole 24Ore del 26.05.2020) che neppure in passato Alitalia, pur disponendo di 160 aerei e 18.360 dipendenti poi ridotti a 112 aerei e 11.132 dipendenti, ha mai avuto una dotazione patrimoniale di questa entità. D’altro canto, quando il Governo Berlusconi privatizzò l’Alitalia (i famosi “capitani coraggiosi”), si assegnò ad Alitalia una dotazione patrimoniale di 1 miliardo.

Queste considerazioni sulla nuova Alitalia inducono, necessariamente, a ripensare ai costi che i contribuenti italiani hanno sostenuto finora per far volare la compagnia di bandiera. Il calcolo può essere approssimativo e può variare a seconda dei fattori considerati. Ma le differenze non alterano l’ordine di grandezza di questi costi.

Gianni Dragoni (Il Sole 24 Ore 26.05.2020, Per salvare Alitalia, lo Stato ha speso 12,6 miliardi in 45 anni) calcola che, negli ultimi 45 anni, Alitalia sia costata ai contribuenti ― comprendendovi i 3 miliardi stanziati per la Newco di cui s’è detto prima ― circa 13 miliardi di euro tra contribuzioni a fondo perduto e prestiti.

Le erogazioni sono state date da tutte le forze politiche che hanno governato in questo periodo. Ed è appena il caso di ricordare che, mentre l’Europa sarà chiamata a dare il parere in merito agli ultimi 3 miliardi appena citati, deve ancora emettere il giudizio in termini di “aiuti di Stato” sui 900 milioni «prestati» nel 2017 dal Governo Gentiloni (mai rimborsati e mai pagato interessi) e sui 400 milioni parimenti «prestati» per sei mesi a fine dicembre 2019 (ovviamente mai rimborsati né per capitale, né per interessi) dal Governo Conte 2 M5S-Pd.

Non distante il conteggio che fa Andrea Giuricin (Piras, Alitalia, ecco perdite private e salvataggi di Stato, in Formiche). Fino al 2018, i salvataggi di Alitalia sono costati oltre 11 miliardi di euro per ripianamento delle perdite ed evitare il fallimento, comprendendovi i 3 miliardi dati dal Governo Berlusconi ai già citati “capitani coraggiosi”.

Si dice che Alitalia Ita dovrebbe decollare con 90 aerei e 6500 dipendenti. Parte pulita. Cioè il passato, per quanto si conosce ― ma le fumosità del Governo Conte e, in generale, della politica sono cosa nota ― farà carico alla vecchia Alitalia. Cioè, per i debiti esistenti, agli italiani.

Oggi, la stima di questi è impossibile, anche tenendo conto delle perdite subite a causa della pandemia. Neppure si sa che fine faranno gli eventuali 5.000 dipendenti in esubero. E ci saranno altri costi per casse integrazioni, trattamenti di fine lavoro e simili. Considerando come queste situazioni si trascinano nel nostro Paese, si saprà qualcosa tra un po’ di anni. Nel frattempo, la Newco riuscirà a volare o non atterrerà, rapidamente, con le ali cariche di debiti come la precedente? Dice il proverbio: “Chi vivrà, vedrà”.