Così i dipendenti pubblici diventeranno il nuovo nemico

di Daniele Saponaro
20 Luglio 2020

In Italia sfortunatamente siamo culturalmente abituati ad avere sempre un nemico da combattere. Nei momenti di difficoltà per il Paese poi la tendenza è quella di puntare il dito contro classi o categorie che l’immaginario collettivo classifica come privilegiate.

Sappiamo bene che il successo politico del Movimento Cinque Stelle è nato in larga parte dalla violenta (per fortuna solo verbalmente e mediaticamente) lotta alla “casta” politica, cominciata con Tangentopoli nel 1992 e esasperata dalla crisi del 2008.

Ora che, dopo l’ingresso dei pentastellati nelle Istituzioni, questa spinta giacobina sembra essersi affievolita, l’Italia potrebbe vedersi costretta a fronteggiare un altro pericoloso duello sociale, stavolta con il mirino puntato contro i dipendenti pubblici.

Se è vero che i celebri “posti fissi” garantiti dallo Stato sono da decenni oggetto di ironie e polemiche condite talvolta da qualche scandalo giornalistico, è altrettanto evidente che la pandemia ha esaltato un malessere che rischia di esplodere.

Molte delle responsabilità per questa impennata di rancore contro la Pubblica Amministrazione sono probabilmente da attribuire alla disparità di trattamento avuto durante il lockdown tra chi ha mantenuto per intero il proprio stipendio e chi tra lavoratori autonomi, dipendenti privati e partite IVA hanno visto decisamente ridotte le proprie entrate, con aiuti economici arrivati a singhiozzo e che hanno lasciato particolarmente scontento più di qualcuno.

Come al solito a riguardo si è letto e sentito di tutto; da chi denunciava il rischio di creare uno Stato di soli dipendenti pubblici, a chi proponeva un prelievo forzato sui conti correnti di quest’ultimi. Sicuramente l’unica cosa certa è il pericolo concreto che questi siano solo i primi fuochi, e che nei prossimi mesi lo spinosissimo tema dello smart working crei un divario difficilmente colmabile in futuro.

Nonostante infatti alcune associazioni di categoria avessero per tempo avvertito sui rischi di un approccio superficiale a questo strumento, riportando le testimonianze all’interno delle imprese italiane che chiedevano a gran voce agevolazioni volte a ridurre il costo del lavoro e bonus fiscali per incentivare il lavoro agile, il fenomeno è dilagato senza norme specifiche che lo regolamentassero, cominciando a creare ripercussioni concrete sul tessuto economico del Paese.

E’ emblematico il caso del quartiere Eur a Roma, con migliaia di attività ristorative costrette ad abbassare la serranda perché gli uffici, privati e pubblici, che popolano il territorio sono chiusi ormai da mesi.

La situazione diventa quasi paradossale se si pensa che, sempre stando ai dati forniti dalle associazioni datoriali, il 97% degli imprenditori finora interpellati ritiene utilissime le modalità telematiche di lavoro, rimanendo però fortemente convinti (91%) che non riusciranno mai a sostituire l’attività in ufficio e le riunioni svoltesi de visu.

Insomma, la pandemia globale ha sicuramente velocizzato la rivoluzione digitale di cui l’Italia aveva bisogno da decenni, ma come tutte le accelerazioni senza controllo il nostro Paese rischia di andare fuori strada, tutelando alcune categorie e svantaggiandone altre, se non si corre subito ai ripari. Un nuovo, l’ennesimo, conflitto sociale oggi gli italiani non possono proprio permetterselo.