Comunque vada sarà un progresso

di Redazione
2 Ottobre 2020

di Enrico Galoppini

Dopo l’ultima tornata elettorale e referendaria, a destra – dalla penna di Pietrangelo Buttafuoco – ci s’interroga sul perché la sinistra sia più brava nell’approfittare delle volte in cui occupa le poltrone, cioè a “far politica”, mentre la destra fondamentalmente sa fare solo “la propaganda”.

La destra, anche se governa i tre quarti delle Regioni, non lascia il segno, mentre la sinistra, gramscianamente, piazza tutti i suoi uomini e costruisce la sua “egemonia culturale”. In poche parole, osserva Buttafuoco, anche quando vince la destra tutto procede come se avesse vinto la sinistra (cfr. P. Buttafuoco, La destra sa fare propaganda, la sinistra sa fare politica, “ Il Quotidiano del Sud”, 23 set. 2020).

Le riflessioni del pensatore siciliano sono senz’altro condivisibili e colgono nel segno in un certo ambiente, ma si collocano pur tuttavia su un piano molto relativo, nel quale non sono considerati elementi d’ordine gerarchicamente superiore.

A tutto ciò, quindi, aggiungerei alcuni elementi di riflessione dettati dai tempi in cui siamo chiamati a vivere.

Chi ha almeno un’infarinatura di cultura “tradizionale” (René Guénon, Julius Evola, Frithjof Schuon, Titus Burckhardt, Ananda K. Coomaraswamy, Martin Lings, Sayyed H. Nasr, Michel Vâlsan ed altri) ha compreso che viviamo nella parte finale dell’Età oscura, quella cioè caratterizzata da una generale ed inesorabile degenerescenza. Il contrario del tanto sbandierato Progresso.

Pertanto, forze che si proclamano “progressiste” non possono non avere una potente attrattiva su un’umanità adeguatamente condizionata (da media, intrattenimento, scuola e “cultura”) e preparata (si pensi al suffragio universale coi suoi postulati antropologici). In poche parole, giocando al gioco della “rappresentanza democratica” non può che andare in questo modo. Un gioco al massacro, ovvero sempre più verso il baratro. Ergo, non è tanto questione di preparazione di un ceto politico di destra o di “cultura” che deficita.

Si tratta di rigettare “regole del gioco” tracciate da altri (e per motivi inconfessabili). Sempre che – posta l’inesorabilità delle condizioni in cui viviamo in quest’epoca da “fine dei tempi” (o “fine di un mondo”) – ciò abbia una qualche possibilità di riuscita.

Penso che se proprio ci si vuol provare, questo tentativo di “metter ordine” in un caos a trecentosessanta gradi debba puntare, prima che alle tenzoni elettorali, alla “formazione di sé”, ovvero a quella tenzone spirituale che in ogni tempo e luogo è stata considerata giustamente la “grande guerra”, subordinatamente alla quale può essere intrapresa, con una speranza di successo, la “piccola guerra” contro tutti quei nemici esteriori che altro non sono se non personificazioni di tutti quei nemici che in primo luogo vanno sconfitti dentro di noi.

Ora, tali considerazioni sono assolutamente chiare ad un uomo come Buttafuoco, scrittore acuto e preparato in materia di pugna spiritualis tant’è che per andare fino in fondo alla questione ha abbracciato l’Islam (che di questi tempi non ti offre certo un bel ‘biglietto da visita’), pertanto il mio intento non era assolutamente colmare una sua lacuna.

La mia intenzione era semplicemente quella di ricondurre le sue brillanti argomentazioni nell’alveo di ciò che è stato, è e sempre sarà, ovvero quel mondo della “tradizione” fuori dalla quale ogni azione politica finirà per sfociare o nel politicante (di chi sa fare politica) o nel politichese (di chi sa fare la propaganda).