Ciò che resta di noi vent’anni dopo

di Pasquale Ferraro
30 Agosto 2021

Gli ultimi voli militari lasciano l’aeroporto di Kabul, quel lembo di cemento e terra che rappresenta l’ultimo bastione occidentale in Afghanistan. Non è la prima volta che l’Occidente è assediato, non è la prima volta che tutto ciò in cui crediamo è minacciato, ma è la prima volta che si è rinunciato a lottare, preferendo una fuga – definito ritiro solo affinché risultasse meno grottesco – così da mettere fine ad un conflitto lungo e logorante, ma si è finiti per generare il caos: una crisi umanitaria, rivitalizzare il jihadismo in decomposizione come l’ISIS -K e soprattutto causare in un sol giorno la morte 13 marines americani, facendone il  più sanguinoso di questa guerra negli ultimi dieci anni. 

Quando questa storia sarà raccontata con quel giusto distacco temporale ed allora molti orizzonti ancora nebulosi, saranno oramai limpidi, allora si capirà veramente la portata politica di questa scelta scellerata. Come scrisse saggiamente Don Benedetto Croce “La storia non è giustiziera, ma giustificatrice”, ed allora sarà proprio il tribunale della storia a giudicare, ad emettere  l’inappellabile sentenza, ed il tempo avrà svolto il suo compito, distribuendo  “l’unicuique suum”. 

Ciò che resta è il dolore, l’inafferrabile senso della sconfitta, l’amaro calice dal quale nessuno mai avrebbe immaginato di dover bere cosi repentinamente, tutto è finito, ma senza il lieto fino che avremmo immaginato. 

Chi questa guerra l’ha vista dall’inizio, non sul campo purtroppo per ragioni di età, ma l’ha ritenuta giusta sin dall’inizio, oggi non festeggia, anzi teme le conseguenze, tenendo fede a quell’idea che la pace quando è mal fatta genera molto più sangue di una guerra. Le guerre giuste esistono, e sono quelle in cui i principi superano di molto le più ciniche e geopolitiche ragioni, sono quelle fatte in difesa dei diritti, o per fermare chi genera male, come nel caso dell’Afghanistan, dove oggi ci si indigna per azioni, violenze e comportamenti che allora erano all’ordine del giorno dal 1996. Spesso accade che chi si indigna lo fa a parole, ma poi quando viene il momento di agire esita, oppure declina ogni possibilità di azione. Cosi avveniva allora, quando l’orda talebana, si era abbattuta su ogni cosa che la nostra tanto vituperata società occidentale considera una conquista, allora a parole si deprecava, ma nelle azioni nessuno era pronto. 

Perché la nostra società non è pronta al sacrifico, alla lotta, perché purtroppo vive di eredità: diritti, conquiste sono stati costruiti e ottenuti nel sangue dalle generazioni precedenti e tutto ci è stato trasmesso  come un dono, e spesso noi non siamo in grado neanche di apprezzarlo quel dono. 

La guerra fa paura, perché la guerra è morte, e nulla spaventa più della morte in una società che ha fatto del vivere purché si viva, la massima espressione di se, non la società della vita, ma del vivere che è cosa ben differente. 

Tutto ci ruota intorno come in una giostra e noi facciamo finta di nulla, ci voltiamo dall’altra parte e continuiamo a sonnecchiare nel sonno della ragione che per dirla con le parole di Goya “ genera mostri”, quei mostri che danzano nelle nostre paure. 

La storia è fatta di sacrifici, ma la nostra società ha scelto di essere a-storica, non di essere nella storia, ma di subirla, di farsi attraversare dagli eventi. 

Siamo una società che si commuove, che non è pronta al sacrifico, a pensare che ci possano essere persone che non vivono nella stessa dimensione piatta, individui che scelgono di essere nella storia, pronti a pagarne le conseguenze ed allora i rifiuti dei molti, il declinare costantemente il capo cedono impotenti dinanzi al coraggio, al sacrificio.  

Come tutte le guerre del ‘900 – da quella di Spagna – anche l’Afghanistan è fatta di immagini, che rispetto a vent’anni fa circolano più veloci, grazie alla rete ad internet ai social. Vediamo in tempo reale ciò che accade, ascoltiamo testimonianze e osserviamo verità alle quali spesso non siamo pronti. Per capire cos’è l’occidente, quali sono le ragioni che stanno alla base di questa guerra, non quelle tattiche, non quelle geopolitiche, ma quelle umane, è stato necessario vederne l’epilogo nella sua tragicità, e solo allora forse nella mente dei più è sorto quel dubbio, quell’interrogativo – tardivo come molte redenzioni – sul perché stiamo andando via, abbandonando un popolo al quale promettemmo non la felicità, ma la normalità, di poter tornare ad essere liberi di scegliere, liberi di uscire da un destino amaro nel quale era caduto. 

Allora quelle immagini ci hanno mostrato l’umanità, le folle assiepate all’aeroporto, i bambini consegnati nelle mani dei soldati purché li salvassero – il gesto più doloroso che una madre e un padre possano compiere – il console Tommaso Claudi che in piedi sul muro di cinta prende un bambino e lo porta al di là di quel confine che segna un solco che forse noi qui non possiamo capire.

 Ciò che resta forse è un’immagine materna, pura, cristiana, quella del Sergente Nicole Gee  ( 23 anni) del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, che stringe fra le braccia, cullandolo, un bambino afghano, quella foto rimarrà per sempre, cosi come il ricordo del Sergente Gee, che a Kabul insieme a 13 commilitoni ha perso la vita, ma ha dato speranza, ed è questo il valore più alto del sacrificio. Il Sergente Gee è morta, recisa da un atto vile e codardo, come solo può essere definito un attentato suicida, ma il sergente Gee vivrà in eterno nella memoria, e il suo nome rimarrà e riecheggerà ogni qual volta racconteremo questa storia.  Ma come recitano i versi di Menandro “muore giovane chi è caro agli dei”.