BLM: la storia non si giudica, si interpreta

di Redazione
9 Giugno 2020

di Tomasz Kociuba

«Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con cui misurate sarete misurati» (Matteo 7,2). Non sarebbe saggio sottovalutare questo consiglio. Esso è un’interpretazione mirata di quella che è la misura del giudizio. Il giudizio di per sé non è una cosa negativa: la mente, nel conoscere, giudica. Ma ciò che muove il giudizio, ossia l’intenzionalità di chi giudica, può essere buona o cattiva. Il consiglio allora può essere formulato così: se giudichi con parametri che spingono nella maggior parte dei casi a condannare, allora aspettati lo stesso giudizio. È una questione pratica, di saggezza nei propri confronti, essendo onesti con gli altri.

Oggigiorno al grido di «Onestà! Onestà!» assistiamo invece a un travisamento completo di questo consiglio, il quale è anche la matrice propria di un principio giuridico, ossia dell’innocenza dell’imputato fino ad eventuale condanna. Schiere di avvocati da quattro soldi, con lauree comprate a suon di fumo, hanno invece invaso il Parlamento italiano forti di un purismo non tanto surreale, quanto più “irreale”, che danneggia la buona reputazione di chi ha intenzione di dedicare la propria vita alla nobile disciplina della Giurisprudenza. La nobiltà è l’esatto contrario del provincialismo cavernicolo, o meglio “tavernicolo”, che caratterizza quanti oggi si riversano nelle istituzioni e negli apparati dello Stato recitando salmodiche orazioni alla dea “Purezza”, rivelandosi poi dei miserabili farisei.

La mentalità purista, sempre presente nella storia della morale e dell’agire dell’uomo, altro non è che un’idealizzazione. Sigmund Freud, noto psicanalista, chiamò questa idealizzazione una “proiezione” di come vorremmo essere. Ci guardiamo allo specchio e vorremmo di noi un qualcosa che non riusciamo a raggiungere: i nostri progetti, desideri… per Freud sono semplici proiezioni: il nostro “Super-Io”. Questo dal punto di vista individuale. Dal punto di vista generale invece l’assolutizzazione di questa immagine ideale è erede di una corrente filosofica precedente alla psicanalisi, molto nota ma poco conosciuta per la sua complicatezza: l’idealismo hegeliano. Hegel portò la concezione dello Stato a un livello assoluto: esso è perfetto, puro, proprio perché ideale e si realizza nella storia indipendentemente dalla libertà umana. Anzi, la libertà è tale solo se si conforma a questo assoluto, a questa perfezione suprema e ideale. È l’astrazione assunta come regola più alta. La realtà è solo una sua manifestazione, e chi si oppone a questa perfezione deve essere “assorbito”, neutralizzato: morte a chi si oppone, a chi va controcorrente.

Qui entra in scena il marxismo rivoluzionario. Cosciente cioè che il mondo perfetto, o paradiso terrestre, sia impossibile da raggiungere, bisogna imporlo con la forza, se necessario con la violenza: «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo» (Tesi su Feuerbach, 11).

«Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe […] È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso». Così inizia il Manifesto del Partito Comunista del 1848. Caro Marx, non è cambiato nulla: rimani una favola.

La piaga dell’ignoranza, nuovo spettro del post-moderno, Grande Inquisitore (Dostoevskij) dell’opinione mediatica,è dilagata per le strade dell’occidente: New York, Roma, Washington, Milano, Torino: le città sono invase da manifestazioni, o meglio “infestazioni”, di teppismo e distruzione, di urla e confusione. L’America brucia, e la retorica mainstream, come Nerone su Roma, sta ferma a guardare dai suoi attici cantando non l’Incendio di Troia, ma il Requiem alla democrazia.

Dimenticano, o non hanno mai appreso, i festanti manifestanti anti-razzismo, i nuovi cacciatori di streghe al soldo del nulla, che il nemico contro cui si scagliano è un concetto astratto, flatus vocis, nebbia senza consistenza, con il solo difetto di oscurare la mente, in primis la loro. Dicono di combattere il razzismo dando fuoco alle città, e dall’altra parte non mancano gli opposti che pensano di andare contro questa retorica scontrandosi allo stesso modo con la polizia a Circo Massimo, come se fossero gladiatori in avanspettacolo circense. Panem et circenses: questa crisi pandemica sta togliendo il pane alle persone, e il potere risponde regalandoci questi spettacoli teatrali dove non c’è finzione, ma vero e reale inganno, a tratti idiozia tatuata su bracci tesi. Hanno esposto il loro vero volto, le loro intenzioni, come voleva Marx. Gettano nel fiume le statue dei grandi dell’umanità, imbrattano la loro memoria al grido di “razzista!”, senza considerare che la loro stessa casa e la loro stessa vita provengono da questi personaggi della storia.

Episodio centrale di questo anacronistico travisamento storico è la rimozione della statua di Edward Colston nel Regno Unito, buttato nel fiume della damnatio memoriae perché giudicato con gli occhi ripetiamo ignoranti, del presente. Occhi accecati dall’ignoranza, che non vedono oltre la «siepe» del proprio giardino, direbbe Leopardi. Dalle notizie che arrivano circa le motivazioni di questa rimozione apprendiamo che Edward Colston, morto nel 1721, fu uno dei tanti iniziatori della tratta degli schiavi dall’Africa occidentale alle piantagioni americane. Con i proventi costruì scuole ed infrastrutture nella città di Bristol, che per questo motivo dedicò una statua in suo onore. Quindi per un motivo concreto si erigono statue, per un altro motivo si rimuovono. È stato un grande, ma era razzista (ricordiamo che il razzismo nasce nel secolo successivo a Colston, in particolare nell’ambiente accademico naturalista inglese). Ebbene la storia non si fa in questo modo: bisogna entrare nel contesto storico per capire il motivo e mantenerne la memoria.

Poiché coloro che attuano questi atti vandalici non hanno la minima idea di cosa significhi “comprendere”, essendo la violenza, l’arroganza e l’imposizione il loro unico barbaro modo di agire nel mondo, ecco che i cittadini onorari si trasformano nei nuovi “Giordano Bruno” della nascente “chiesa global”, pronta a dare fuoco ai libri e alle strade pur di far passare la loro sterile idea di progresso. Anziché deficere per strada, vadano a studiare, o almeno si chiudano in casa in quarantena perenne e non si facciano vedere, poiché con il loro semplice “libero” girare sporcano l’immagine di chi per la cultura è pronto a dare la vita. C’è chi ancora oggi soffre per non potere e non aver potuto studiare per le esigenze che il proprio cammino gli ha richiesto. E la cosa più grave è che c’è una parte di “cultura” che anziché comunicare, mettersi al servizio, insegnare a chi non può studiare, sta ferma a guardare preferendo il guadagno mediatico alla dignità, preferendo scatenare questi demoni sociali creando ulteriori difficoltà.

Abbiamo detto che Colston fu “uno” degli iniziatori della tratta degli schiavi. Con questo dettaglio colgo l’occasione per citare un personaggio al di fuori di questa retorica white guilt, capace di aiutare a creare un’immagine storica onesta, non pura certamente, ma non al di fuori dell’ipocrisia cui stiamo assistendo. Il personaggio che può equilibrare questo giustizialismo storico è un certo Tippu Tip, nato a Zanzibar nella prima metà dell’Ottocento. Sembra strano, ma è importante da sapere: il Tippu Tip, dal nome certamente simpatico, fu uno dei più importanti trafficanti di schiavi nell’entroterra africano. E non era affatto un cattivo bianco europeo: era un nativo autoctono perfettamente cosciente della propria identità. Un africano a tutti gli effetti, che con la sete di guadagno che accomuna tutti (e sottolineo tutti) aveva trovato il proprio mestiere: razziare e saccheggiare i villaggi delle tribù dell’Africa sub-sahariana per rapire schiavi da destinare allo scambio sulle coste.

L’immagine che ci trasmettono i ciceroni del Black lives matter è quella di “cattivi europei che invadono e rapiscono i poveri africani”. È un’immagine distorta, ideologicamente nociva e storicamente disonesta. Innanzitutto l’Africa dell’Ottocento era sede di importanti regni e imperi. Non a caso l’imperatore più ricco della storia, Mansa Musa, nono imperatore del Mali, è un africano, anche se vissuto secoli prima. Essendo quindi un continente con dei regni, il commercio avveniva tra enti precisi: compagnie europee e commercianti africani. Le compagnie europee scambiavano i prodotti europei con ciò che offrivano i commercianti africani. Da dove spunta fuori la tratta degli schiavi? Da un incremento di “domanda”, che nel linguaggio economico è abbastanza chiaro: se c’è una domanda, ecco che spunta piano piano un’offerta: se un europeo ti chiede manodopera, l’africano offre manodopera: schiavitù? Certo, ma l’iniziativa non è esclusiva degli europei, e qui voglio bestemmiare l’immaginario comune: l’iniziativa è di entrambi. La responsabilità storica della tratta degli schiavi è sia degli europei che degli africani: l’uno ha chiesto, l’altro ha permesso: entrambi sono atti sui iuris. Entrambi sono responsabili. L’ignoranza di questi «lupi rapaci» che sbranano la storia, per citare il noto storico della Chiesa Eusebio di Cesarea, i quali non riescono a dare una motivazione valida al loro malcontento radical-chic da monopattino sui Navigli, non cerca, bensì pretende di imporre la responsabilità condivisa a uno solo dei protagonisti, danneggiando in questo modo non solo il loro “imputato”, ma anche chi, dal corso della storia, è rimasto danneggiato più di tutti: il popolo africano. I veri razzisti, i veri fomentatori di odio sociale verso i neri, sono proprio quelli che strumentalizzano la storia e la piegano alla loro ubriaca ideologia. Solo chi difende la verità storica, rispettando la memoria e l’identità dei popoli, arricchendola con la giusta interpretazione delle scelte che hanno preceduto l’attualità del presente, sarà capace di costruire una civiltà di rispetto e autentica pluralità. «In pluribus unitas», scriveva sant’Agostino: solo chi rispetta la verità è capace di dire “pluralità” senza tralasciare le distinzioni.