Ave Cesare

di Pasquale Ferraro
11 Aprile 2020

Sono passati pochi mesi da quella fatidica estate in cui si verificò quella che passerà agli annali della storia italiana come “la crisi di agosto”, in cui il leader del centro-destra Matteo Salvini decise di porre fine all’esperienza del governo gialloverde e di chiedere il ritorno alle urne. Lo fece dalle piazze e dalle spiagge – papete in testa – con forza, utilizzando un infelice espressione linguistica: “vi chiedo i pieni poteri”.

Quello che il segretario del carroccio intendeva e tutti intuimmo era la richiesta di una maggioranza ampia per governare, un appello agli italiani, ma la stampa di sinistra, gli intellettuali armigeri, utilizzarono abilmente quell’espressione per gridare al rischio della deriva totalitaria, con tanto di  sermoni sulla Costituzione e sul ruolo del parlamento.

Allora andò in scena una seduta del Senato della Repubblica degna di nota, in cui il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – fino ad allora quasi invisibile e schiacciato da quello che era il governo dei vice premier –si scagliò con virulenza e aggressività contro il suo ministro degli interni, scaricandogli addosso tutta la frustrazione di diciotto mesi di governo in totale penombra: tanta e tale fu l’ira del Premier che molti attenti analisti dell’attività parlamentare dovettero storcere il naso per il poco aplomb mostrato dall’autodefinito “avvocato del popolo”.

Da quel giorno e da quella crisi ne è passata di acqua sotto i ponti, e l’Italia si trova oggi ad affrontare la più grande pandemia della storia moderna: eppure ieri sera in diretta tv mondiale sulla televisione di stato è andato in scena un monologo in cui il Presidente del Consiglio si è scagliato contro i leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Tanta era la foga del Prof. Conte, che né lui né tanto il suo staff si sono presi la briga di verificare l’esattezza delle sue parole, facendolo cadere oltre che  in una débâcle di stile senza precedenti nella storia repubblicana, anche in errori sulla storia politica recente.

Infatti il governo che approvò l’adesione al fantomatico MES non fu il governo di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, con ministro della gioventù Giorgia Meloni e la Lega allora guidata da Roberto Maroni in maggioranza,  bensì il governo Monti, subentrato a Berlusconi in quel famoso ottobre 2011.

Ma la gravità di quanto accaduto ieri non sta nell’aver attribuito a Giorgia Meloni un voto parlamentare favorevole al Mes da lei mai effettuato, ma per aver utilizzato una conferenza stampa istituzionale per fini puramente politici.

Ovviamente il senso di onnipotenza pervade in questo periodo l’inquilino di Palazzo Chigi che non pago della mirabolante fortuna che lo ha condotto a sedere su quella pesante poltrona, non solo ne abusa, ma ne approfitta per crearsi una sua personale leadership.

Il Prof. Conte sa bene che se non si fosse verificata questa emergenza sanitaria, la sua permanenza a Palazzo Chigi era ben lungi dall’essere serena e duratura, con Matteo Renzi pronto ad una manovra parlamentare per formare un governo alternativo di unità nazionale, anche in collaborazione con il nemico Salvini pur di evitare la recessione e la riforma della giustizia targata Bonafede.

Tanti sono stati dall’inizio dell’anno i campanelli d’allarme per il premier, il quale sa bene di non avere una concreta forza politica, e neanche un partito visto che il suo M5S strappato a Di Maio altro non è che una carcassa politica moribonda.

Ma adesso gli si è presentata all’orizzonte un’occasione unica, occupare il centro della scena, esautorare de facto il parlamento e governare per mezzo DPCM e utilizzare la tv pubblica per dialogare con la Nazione e mostrarsi come il nuovo condottiero. Astuto com’è il Premier ha compreso la debole leadership della sinistra, che ondeggia fra vecchie leve rosse e giovani ittici in attesa di un vero condottiero, di un Cesare che attraversi il Rubicone e guidi le legioni altrimenti destinate ad una sconfitta elettorale più che probabile.

Meraviglia il fatto che dei difensori della Costituzione ad oltranza,  i Solone del costituzionalismo giornalistico non si abbia traccia da tempo, silenti come sono davanti alla deriva antidemocratica del nostro paese. Forse sono già pronti ad accogliere nel Foro il nuovo Cesare, irto sulla sua biga mentre attraversa una deserta via del corso per raggiungere il salone delle conferenze stampa, abilmente preparato dal suo secondo il fido Balbo, pardon Casalino.