Ambiente e identità: ecco la grande occasione per una destra popolare

di Redazione
17 Maggio 2020

di Elisa Renata Adelgardi

Quando si dice che dobbiamo imparare a convivere con il virus, diciamo
una cosa ambientalista: SARS-cov-2 è entrato a far parte del nostro
ambiente e, come suggerisce la parola, ci circonda, ambisce a noi e alla
nostra corporeità. Questo circondare è un movimento centripeto, nel
quale l’umanità è, dal proprio punto di vista, il centro e il virus
ne è attratto, le gira attorno e, dove può, la invade. A quel punto
noi diventiamo habitat, e il movimento si ferma, perché il virus fa
parte di noi, con quel che ne consegue; da qui inizia la nostra reazione
di esseri viventi, cioè di adattarci, come singoli attraverso il
sistema immunitario, e come società mettendo in atto delle misure volte
a pensare i gesti che ci permetteranno di riconquistare il nostro
ecosistema; ovvero le nostre vite, le strade, il lavoro, gli abbracci ai
nonni e tutto il resto: quando saremo immuni – – che sia immunità di
gregge o vaccini e terapie – – e quindi avremo bilanciato gli spazi per
la convivenza nel nuovo ambiente, SARS-cov-2 non sarà più un ospite,
ma parte integrante della quotidianità, come molti altri virus prima di
lui.

Letteralmente, avremo fatto economia, cioè avremo messo in ordine
la nostra casa, cercando di proteggere tutto quello che amiamo di noi e
della nostra società: il gesto protettivo è mosso da volontà di
conservazione, la stessa che sta impegnando specialisti in varie materie
umane a studiare i modi e le possibilità per il nuovo mondo con il
virus. E questa volontà si chiama ecologia, lo studio della casa.

Ecco un tentativo razionale e pratico di esemplificare un problema che
oggi appare solo ideologico, cioè il problema dell’impatto ambientale
da parte dell’uomo. La sinistra occidentale ha affrontato la
questione, ed è un bene, ma lo ha fatto attraverso una serie di slogan
mirati a orientare le masse verso una consapevolezza lontana, di
qualcosa che accade ma non si vede, non qui né adesso, ma c’è. È
diventato un concetto vago che riesce a coinvolgere le persone in modo
superficiale, facendole sentire impersonalmente in colpa di qualcosa che
appare piccolo, come gettare la plastica, ma nella pratica può al
massimo cambiare alcuni aspetti della vita quotidiana, solitamente
effimeri e che si traducono in consumi: dalle borracce alle auto
elettriche, tutto il dramma sembra risolversi in acquisti alla moda,
globali e indiscutibili.

Se all’apparenza si tratta di una tattica efficace, sappiamo che porta
a risultati evidenti in termini di consumo, ma effimeri per
l’obiettivo prefissato, che mutano con il mutare degli interessi del
consumatore distratto; nello stesso tempo si sono rafforzati impegni di
governi e politici a riunirsi per accordi green che non vengono mai
rispettati, un aspetto che è parte integrante della propaganda verde.
D’altra parte l’area di destra difficilmente propone un piano
alternativo, ma si limita a denigrare le affermazioni globaliste, negare
a priori come in atteggiamento difensivo, senza ascoltare le evidenze e
fare ciò che il mondo le chiede: analisi razionale e valutazione aperta
ma rigorosa di ipotesi, per una soluzione pratica, dove possibile;
guardare a un piano operativo che si rivolga al reale e trasformi un
vicolo cieco in produzione fruttuosa. Diciamo pure che in entrambi i
casi pare evidente quanto sia stato tenuto in poca considerazione
l’ambiente e quanto rumore abbia fatto questa montagna di
disinteresse, per partorire un virus globale.

Oggi l’ambiente ci è entrato in casa e sta facendo pagare a tutti il
conto dell’ignavia.

Non è retorica, è un fatto: soprassedendo agli
slogan, quelli che vengono definiti disastri ambientali sono il sintomo
di un corpo malato, e noi esseri umani, che siamo il cervello ma pur
sempre parte integrante e non estranei a quell’organismo che è
l’ecosistema, non potevamo sperare di cavarcela. E se è vero che le
epidemie non sono cosa nuova nella storia, dobbiamo però ammettere che
negli ultimi anni stiamo aggiungendo sempre più nomi all’elenco dei
virus trasmessi da animale a uomo; è vero anche che le aree più
aggredite oggi dal virus sono quelle ad altissimo tasso di inquinamento,
che esiste e uccide, da decenni nell’indifferenza di tutti, il corpo e
l’anima e la speranza; altrettanto vero, le nostre case cullate dal
progresso non sono adatte oggi a ospitarci per lunghi periodi, perché
sono state progettate per un utilizzo sporadico, quasi dormitori, mentre
la società è liquefatta in piccole cellule, single o coppie senza
figli, anziani soli, divorziati, extracomunitari ammassati in cantine e
lasciati lì, dimenticati; così le città non permettono di vivere una
vita di quartiere, più controllabile, più sana e distesa, organizzata
in modo tale che gli spazi verdi siano sufficienti per i cittadini,
soprattutto i bambini, che ne hanno bisogno davvero; è vero
tristemente, che i giovani non sono più motivati a fare figli, perché
serve speranza per accettare il sacrificio più bello, e così la
società si concentra sull’acquisto compulsivo e l’estremizzazione
della produttività, mentre la cultura muore in favore del consumo e la
natura adesso ci strangola.

Ecco, tutti questi problemi riguardano l’ambiente e sono risolvibili:
bravissimi i progressisti ad averli fatti emergere, ma le loro soluzioni
sono risultate fallimentari; ora tocca ai conservatori portare la teoria
sul piano della pratica, con razionalità, metodo e buonsenso; traendo
esempio dal passato, anche il più lontano, e cercando di cogliere
suggestioni, visioni, meraviglie della nostra cultura; si deve poi
intavolare un progetto a lungo termine, che si rivolga al popolo e non
solo alle istituzioni, e che intenda aiutare le persone comuni; non si
pretendano rinunce incomprensibili, ma si operi razionalmente attraverso
la creatività, lungo un cammino pragmatico di risoluzione attiva e
fattuale del grande quesito oggi: quale ruolo abbiamo noi umani nei
confronti dell’ambiente?

Come vediamo, la realtà dei fatti è un insieme di azione e reazione
all’interno e verso l’ambiente, nel quale l’uomo è protagonista,
se non altro perché in questo caso è il soggetto che subisce un
movimento aggressivo dall’esterno; ma possiamo dire anche di più,
perché sappiamo che, cristianamente, siamo in dovere di dominare il
mondo, che non significa sfruttare, ma essere responsabili della
gestione del creato, affinché non ci aggredisca, ma possa essere il
più produttivo possibile, in senso virtuoso; diciamo ancora, creativo.
Possiamo supporre che sia esattamente ciò che stiamo tentando di fare
con il covid19.

In conclusione: l’uomo è animale razionale e agisce se vede
concretamente pro e contro di una causa che sente come propria,
nell’ottica della speranza nel futuro che lo renda disposto al
sacrificio (ne abbiamo la prova oggi), mentre l’acquisto di
bottigliette lavabili difficilmente ottiene grandi risultati in termini
di coinvolgimento personale. Il compito della destra è restituire
l’identità e il senso di appartenenza, che sono il collante delle
piccole comunità, le quali, una per una, partecipano a un circolo
virtuoso di speranza verso un futuro più libero, in cui il singolo può
davvero influenzare la propria vita in prospettiva della giusta ricerca
di felicità; e così dovere sarà sinonimo di volontà e azione.


In questo periodo di apparente immobilismo, si può attivare qualcosa di
buono e costruttivo, che argini i danni della crisi restituendo fiducia
e orgoglio al popolo, mentre la classe dirigente gioca a nascondino con
la nostra libertà e con la pazienza; non esiste periodo più fertile,
ormai tutto è possibile e i cittadini sono pronti ad accogliere
proposte che fino a due mesi fa avrebbero rigettato; ma serve coraggio.

Da cosa partire? Un suggerimento: il territorio è il luogo fertile su
cui costruire il muro portante della società, che è la famiglia, la
quale a sua volta può influenzare i comportamenti verso l’ambiente
tramite il lavoro, unico strumento profondo e concreto; l’amore per le
cose belle e buone ne è il metodo.