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Le sconfitte dei populismi e l’Olanda di Cruijff

Alessandro Aragona di Alessandro Aragona, in Idee, del

Chissà se Santana, incassando I 750 dollari che gli spettavano come compenso, avrebbe mai immaginato cosa avrebbe rappresentato Woodstock per gli anni a venire. La decade successiva fu la decade della contestazione, della voglia di affrancarsi dai canoni borghesi tradizionali, delle utopie belle e irrealizzabili. Woodstock aprì la strada, portando con sè il ribaltamento degli schemi nei codici comportamentali e nella fenomenologia dei modelli sociali. Non è un caso se furono anche gli anni dell’Olanda di Cruijff. L’Olanda degli eccessi e del calcio totale, nata come contraltare alla grigia applicazione socialista dell’Est Europa, all’odiato catenaccio italico e al superato conservatorismo franchista. Gli olandesi erano belli, erano forti. Fortissimi. Nessuno poteva resistere al fascino emanato dal verbo ribelle e anti-sistema della banda di Michels.

Come i populisti di oggi, erano un’armata coesa ma variegata. In Olanda, al blocco dell’Ajax, espressione della “sinistra” aperta, tollerante e libertaria, si contrapponeva quello del Feyenoord, squadra della destra borghese, tradizionalista e pure un po’ fascista. Insomma, Podemos e Grillo, ma anche Wilders, Le Pen e Salvini, con un obiettivo comune ma con valori ed ideali diversi e talvolta inconciliabili. Ma soprattutto, come i populismi di oggi, non vincevano mai. Il 7 luglio 1974 sembra finalmente l’ora del destino. La finale di Coppa del Mondo è a Monaco di Baviera contro la Germania. Gli Orange vanno in vantaggio. Sembra fatta, ma I tedeschi, come sempre, sono solidi e duri a morire. Con un centravanti implacabile, Angela Merkel. Ah no scusate, Gerd Muller. Finisce 2-1. Per gli olandesi e per coloro che vedono in loro la rivolta verso l’ordine costituito, è la fine di un sogno.

Nel frattempo le potenze calcistiche tradizionali si adattano e si riorganizzano, sintetizzando il loro classico gioco fatto di difesa, atletismo e aggressività con l’organizzazione e la propensione all’attacco tipiche del nuovo corso europeo. Come oggi, proprio quando sembrano sull’orlo di essere spazzati via, resistono appropriandosi degli elementi peculiari della proposta calcistica (pardon, politica) dei nemici giurati. Del resto, a ben vedere, la stessa dirompente ascesa del PVV di Gert Wilders si è fermata di fronte alla sorprendente tenuta dei liberali di Rutte,  costretti a “spostarsi a destra” su tematiche care ai populisti (islam e immigrazione su tutte) per contenere la fuga degli elettori. Per la cronaca, l’Olanda deluse anche nell’Europeo successivo. L’ultima grande occasione era il Mondiale di Argentina del 1978, un mondiale che, inserito nella situazione socio-politico del tempo, i tulipani non avrebbero mai potuto vincere. Ci torna alla memoria il 6 a 0 di Argentina-Peru, chirurgicamente preparato dalla giunta militare con l’aiuto di “servizi stranieri” e accomodato da arbitraggi compiacenti.

Poca roba, al confronto, il disastro delle buste autoadesive del voto postale austriaco e la contestuale sconfitta di Hofer. Quella del Front National era la madre di tutte le battaglie. Ancora una volta però la convergenza di tutto l’arco costituzionale su Macron ha vanificato l’ottimo risultato del primo turno. Del resto, pur di vincere, anche i generali sopportarono il comunista Menotti in panchina. Il resto è cronaca dei giorni nostri con il ridimensionamento dell’Ukip in Gran Bretagna e la pessima performance dei grillini alle amministrative. Gli olandesi non vinsero mai, ma cambiarono per sempre il mondo del pallone. Chissà che non sia, in Europa, anche il destino dei populismi.

Alessandro Aragona

Alessandro Aragona

Nato nel 1977, Laureato in Scienza Politiche presso l'Univesità di Bologna con una tesi su Julius Evola. Due Master (veri), uno in Relazioni Internazionali presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano (ISPI) e uno in Marketing, Comunicazione e Relazioni Pubbliche presso Stogea (Scuola Toscana di Gestione e Organizzazione Aziendale). Lavora per un istituto bancario dove si occupa di consulenza alla piccola-media impresa e dove è Consigliere Nazionale dell'Associazione che riunisce tutti i dipendenti. Fa parte del Coordinamento Nazionale dei Tea-Party Italia. Coordinatore Cittadino di FDI-AN. Gli piace definirsi anarchico di destra, ama Eastwood, Springsteen e fare interminabili partite a carte con gli amici.

4 risposte a “Le sconfitte dei populismi e l’Olanda di Cruijff”

  1. Cesare ha detto:

    Una piccola precisazione di stampo calcistico: il Feyenoord è la “squadra del popolo” di Rotterdam, rappresentava all’inizio Zuid-Rotterdam, il quartiere dei portuali e del popolino. Altra cosa è lo Sparta Rotterdam, prima squadra in ordine cronologico e rappresentate dei quartieri benestanti di Noord-Rotterdam. Quindi la metafora calcistica Ajax-Feyenoord è inesatta. Anzi, a Rotterdam vedono quelli della capitale come i “borghesi” con la puzza al naso. Un proverbio olandese recita così: “A Rotterdam si fanno i soldi, a Den Haag si smistano, ad Amsterdam si spendono”. Saluti.

    • Alessandro Aragona Alessandro Aragona ha detto:

      Gentile lettore, forse ho espresso il concetto in maniera non chiara. La metafora calcistica Ajax-Feyenoord e’ valida eccome: da una parte la citta’ libertaria e dei “mercanti ebrei” (per generalizzare), dall’altra la citta’ del lavoro, piu’ chiusa e ancorata a valori piu’ tradizionali (non a caso la “Legione” e’ da sempre considerata tifoseria “fascista” e “antisemita”). Probabilmente l’utilizzo dell’aggettivo “borghese” e’ stato fuorviante. Cordiali Saluti.

  2. Sauro SANCHINI ha detto:

    Buongiorno Sig. Aragona,

    mi complimento per l’ottimo pezzo: è stato un piacere leggerlo, una bella prova di freschezza ed intelligenza.

    Attendo di leggerla nuovamente

    Cordialmente

    Sauro Sanchini

    • Alessandro Aragona Alessandro Aragona ha detto:

      Grazie mille sig. Sanchini,
      Spero di essere all’altezza anche in futuro con argomenti piu’ “seriosi”. 🙂
      A presto.

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