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La delegittimazione del ruolo del professore è un attacco ai nostri valori

Redazione di Redazione, in Idee, del

Passo sconcertato in rassegna le immagini e i video delle indicibili violenze subite dal docente di Lucca. Uno sgomento e insieme una collera inesprimibile m’invadono. Conturbante furore, che mi fa tremare le vene e i polsi. Quelle insopportabili urla: «inginocchiati!»; «si inginocchi!». Lessico concentrazionario. Orrore antropologico. Quell’odioso, viscidamente duplice: «chi è che comanda?»; «chi è che comanda?».
Orbene, come reagire? Ma per reagire, occorre sapere interpretare; analizzare quella torturante idiozia collettiva. Analizzarla al di fuori dei logori schemi ideologici della lotta classe (Michele Serra, su Repubblica). Rifuggire dal vacuo psicologismo d’accatto; così in voga nelle riunioni dei consigli docenti – specie ad opera dei fortunati, non ancora ferocemente aggrediti o percossi o pubblicamente ingiuriati da un mentecatto incolto (o peggio da un suo indignato progenitore), anelante una dubbia quanto grottesca celebrità. Giustificazionismo inane, di varia natura; figlio di una insulsa pedagogia ricolma del peggiore dirittismo: devastante dottrina, mefitica ideologia post-moderna, autenticamente Italiana, che recide il rapporto dei diritti col complesso dei doveri sociali. Annienta il principio di autorità. Malattia di un progressismo suicida; che trasforma gli insegnanti in burocrati privi di discrezionalità, privi di potere decisionale; in zelanti vidimatori di oscure valutazioni di rendimento, sovente aliene da qualsiasi rapporto con l’effettiva padronanza della materia (quando non oggetto di violenta coercizione).
Il totale disprezzo per una struttura gerarchica in seno alla scuola, la quale se non altro, basilari considerazioni di ordine morale (e squisitamente anagrafico) dovrebbero legittimare in ragione di costumi che si tramandano da millenni: l’antico rapporto gerarchico maestro-discepolo; proiezione sociale della struttura famigliare padre-figlio, o madre-figlio. Quelle immagini; quella irragionevole e violenta e volgare tracotanza, sovvertono tutto. Sovvertono, e offendono, i valori della cristianità; costituiscono un protervo attacco ai precetti della nostra morale. Tacerne; fingere che sia l’ennesima «leggerezza», «guasconata», o più semplicemente atto idiota, dell’ennesimo adolescente – forse immerso in un contesto famigliare intriso di banali difficoltà di ogni genere (genitori divorziati, padre disoccupato …) – costituirebbe un errore irreparabile. Una doppia ingiuria alla dignità del docente, e della sua famiglia. Un’ingiuria nei confronti dell’autorità dello Stato. E infine, indurrebbe i violenti, gli invasati, quei barbari penosi e prevaricatori cinici; quei profittatori codardi, così al fondo simili agli atroci «prominenti» dei Lager di Primo Levi. Indurrebbe queste tristi genti, a ritenere di poter seguitare impunemente con le loro torture; con il loro volgare disprezzo per l’autorità, per le istituzioni, per la tradizione, per la religione, per la legge.
Carlo Torino
Redazione

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