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Alessandro Gnocchi: “Vi racconto Berto e Delfini, due scrittori controcorrente”

Redazione di Redazione, in Idee, del

Alessandro Gnocchi, caporedattore della pagina culturale de il Giornale, nel suo Scrittori controcorrente (Giubilei Regnani, 2017) affronta con competenza e passione l’opera di Giuseppe Berto e Antonio Delfini, due intellettuali unici nel panorama letterario italiano del Novecento.

Berto trova interessanti punti di contatto tra gli slogan del fascismo e quelli della contestazione sessantottina: il problema dell’irrazionalità che diventa fideismo può essere una chiave di lettura anche di alcuni movimenti odierni che fanno appello al sospetto “a tutti i costi” verso ogni istituzione di autorità che sia il mondo scientifico o quello politico?

Berto vedeva continuità tra certi slogan fascisti e certi slogan della contestazione studentesca. L’impalcatura teorica del Sessantotto non aveva radici salde, nonostante il marxismo si presentasse come una ferrea necessità storica. C’era bisogno dunque di icone da venerare: Guevara o Mao, per fare un paio di esempi. Dalla saldatura di spinte così diverse, a cui vanno aggiunte le istanze di certo cattolicesimo, nasce quell’ideologia movimentista che, a parere di Berto, conduceva alla sopraffazione e al conformismo. Oggi vediamo i frutti della vittoria culturale di quel movimento: culto del progresso in quanto tale, distruzione del concetto di autorità in qualunque campo si declini, dalla famiglia alla scienza, rifiuto della gerarchia anche nei settori in cui è e sarà sempre indispensabile, penso a esempio all’istruzione.

Berto è stato un intellettuale osteggiato da quello che l’autore definisce come pensiero dominante dell’establishment culturale del dopoguerra. Nonostante non risparmi critiche al Fascismo, le sue posizioni altrettanto critiche verso la Resistenza e il suo rifiuto di definirsi antifascista l’hanno reso, secondo lei, un autore “dimenticato” e “misconosciuto”. Ancora oggi la politica si scontra periodicamente su questi temi. Sono considerate più accettabili oggi
posizioni come quella di Berto?

Berto diceva una semplice verità. Per appartenere alla famiglia liberale e democratica non è sufficiente dichiararsi antifascisti. È necessario essere anche anticomunisti. Questa ovvietà in Italia ancora è considerata scandalosa perché il potere culturale (che non coincide con la cultura) è da sempre in mano alla sinistra più ipocrita e settaria (e spesso anche parecchio ignorante). Berto fu quindi emarginato. Le sue posizioni sono ancora attuali: il dibattito pubblico infatti è sempre pronto ad avvitarsi intorno alla questione irrisolta del nostro rapporto col fascismo, l’unico fenomeno di massa in Italia dai tempi di Cesare Augusto (la battuta è di Berto). Ma si finge che non sia così e si cerca di riattualizzare le vecchie categorie applicandole ai temi del politicamente corretto.

In “Guerra in camicia nera” Berto definisce “vero fascismo” la necessità di eliminare la stupidità e la corruzione e dare un valore dinamico al motto “andare verso il popolo”. Eliminare la corruzione e recuperare un rapporto meno mediato con gli elettori sono oggi tra le aspirazioni principali di tutta quella politica che si definisce ‘nuova’. Cosa accomuna queste due posizioni?

Berto, in quel passo scritto negli anni Cinquanta sulla base di appunti presi al fronte durante la Seconda guerra mondiale, vuole mostrare come il fascismo fosse riuscito ad affascinare giovani come lui. Ma proprio quel libro si conclude con un completo addio a quella esperienza storica fallimentare. Se in qualche movimento politico di oggi è possibile vedere qualche punto di contatto col fascismo, forse risiede nella volontà di presentarsi come pragmatico e slegato da ogni ideologia. Il primissimo fascismo, come hanno mostrato gli studi di Emilio Gentile tra gli altri, esibiva una retorica simile.

La parte della Modesta proposta per prevenire che appare decisamente più attuale, dove Berto indica lotta alla burocrazia, riduzione delle tasse, revisione della spesa pubblica, semplificazione della spesa pubblica, rinascita del Mezzogiorno senza sfociare nell’assistenzialismo, fu quella all’epoca più criticata. Sono però problematiche per le quali 40 anni dopo non si sono ancora trovate risposte. Cosa potremmo accogliere oggi delle sue proposte?

Tutto, visto che sono gli eterni problemi italiani. Berto insisteva anche su due punti correlati e interessanti: decentrare (non con lo strumento delle regioni) e aiutare il Sud ad aiutarsi da solo, senza assistenzialismi.

Anche alla Costituzione Berto non risparmia critiche. La definisce superata ma intoccabile per via della retorica che le è stata costruita intorno. La questione della modificabilità o meno della Costituzione è assolutamente attuale. Questa retorica oggi esercita ancora questo potere?

Certo, per l’intellettuale italiano è sempre “la più bella del mondo”, soprattutto se non l’ha mai letta. Chi la tocca muore politicamente o quasi, vedi Matteo Renzi e il suo referendum.

Il multiculturalismo di oggi si è realizzato nella modalità che Prezzolini, vicino in questo a Berto, già ‘stroncava’ in riferimento al ’68?

Giuseppe Prezzolini fu un vero conservatore. Non pensava certo di arroccarsi in una difesa acritica del passato. Semplicemente credeva che una società, specie se lasciata libera, trovasse da sé i valori attorno ai quali prosperare. Per questo non era disposto a liquidare proprietà privata, religione cristiana, famiglia tradizionale. Stiamo parlando di un cosmopolita, newyorchese d’adozione, espertissimo della letteratura italiana scritta dagli immigrati in America. Quando Prezzolini scrisse Il manifesto dei conservatori il multiculturalismo non esisteva nel dibattito culturale. Ma certo quel libro contiene alcuni antidoti contro l’odio viscerale che noi europei rovesciamo su… noi stessi.

Rappresentano un filo conduttore nelle opere di Delfini la polemica contro il capitalismo italiano e la corruzione nel mondo degli affari. In questo atteggiamento polemico rientra anche lo scetticismo sull’ideologia europeista giudicata “moralmente” poco chiara. Si può
dire che sia un precursore dell’euroscetticismo attuale?

È un tema marginale nei Diari di Delfini. Ma proprio questo ci dice quanto fosse acuto lo scrittore modenese. Liberale e conservatore, comunista per provocazione, Delfini detestava il capitalismo all’italiana anche detto di relazione. Il capitalismo allergico al mercato e fatto a credito delle banche, senza mai rischiare davvero qualcosa. Il capitalismo che si appoggia alla politica. Ma Delfini era un liberale, non dimentichiamolo! Questo scrittore, che amo visceralmente, è una mosca bianca nella letteratura italiana. I suoi racconti sono sospesi tra il sogno e la veglia, i ricordi si confondono con la realtà, invadono il presente. Ma in lui c’è anche una vena polemica e satirica che esplode nelle Poesie della fine del mondo, la più rabbiosa raccolta di poesie che io conosca. Sono splendide. Vorrei che tutti le conoscessero. E se il mio libro convincerà anche una sola persona a leggerle, vorrà dire che ho fatto il mio dovere.

Veronica Barba
Redazione

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