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Il suffragio universale ha i giorni contati

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Idee, del

La questione è di quelle che hanno radici profondissime. Di quelle che esulano dalla bontà della tesi in sé ma che hanno il solo scopo di catalogare chi le pronuncia. Un cittadino con tendenze destrorse più o meno palesi, deluso dalle politiche progressiste o magari solo leggermente sociopatico, che denunciasse l’ingiustizia di fondo del suffragio universale rappresenterebbe una minaccia per la democrazia. Ma se a mettere in discussione il principio fosse un self-made man venuto dalla polvere e arrivato in cima alla piramide sociale grazie solo alla propria forza di volontà ecco che in un battibaleno si trasformerebbe in un baluardo di difesa della democrazia.

È il caso di Dambisa Moyo, che in un’intervista rilasciata a Vanity Fair espone la teoria del voto ponderato. Dambisa è nata a Lusaka, nel 1969, lo Zambia aveva da pochissimo ottenuto la sua sospirata indipendenza dagli inglesi. Prima si chiamava Rhodesia del Nord (la Rhodesia del Sud è diventata Zimbabwe), ed era uno dei Paesi più atrocemente razzisti del mondo. Al punto che per i nati dalle famiglie di colore non veniva neanche rilasciato il certificato di nascita. La parabola di Dambisa esemplifica meglio di mille proclami il progresso almeno individuale fatto da allora: suo nonno era un minatore nelle famigerate cave del Sudafrica e lei per il suo Paese “non esisteva neanche come essere umano”, come spiega lei stessa. Oggi ha più di 70 timbri sul passaporto di altrettanti Paesi visitati. Grazie alle borse di studio è riuscita a studiare prima all’American University di Washington, quindi ha preso il master in Public Affairs ad Harvard, infine il PhD in economia ad Oxford. È uno degli economisti, maschi o femmine, bianchi o neri che siano, più rispettati del pianeta, inclusa dalla rivista Time fra i cento “pensatori” più influenti del mondo, alla pari con Barack Obama e Papa Francesco. Ha scritto tre libri negli ultimi otto anni, tutti entrati nella lista dei migliori saggi economici del New York Times.

All’indomani della scalata sociale, Dambisa può permettersi di teorizzare qualcosa che nega l’esistenza stessa della democrazia spacciandolo come strumento di difesa della democrazia. D’altronde, c’è l’avanzata del populismo da fermare, quindi la democrazia può essere riformata, e può essere in via del tutto straordinaria “insegnata” agli ignoranti dalle Dambisa di tutto il mondo. Si badi bene, che il suffragio universale abbia dei limiti di carattere etico e pratico è ormai cosa nota. Il punto è che non lo scopre certo Dambisa Moyo, ma, semmai, che Dambisa Moyo può permettersi il lusso di dirlo apertamente.

Il suffragio universale è infatti lo strumento fattuale che utilizzano le intellighenzie per dare al popolo l’illusione di contare qualcosa. Uno strumento che fino ad ora ha funzionato alla perfezione, almeno in Europa, per una settantina d’anni. Tuttavia, il popolo, in base ai precetti stessi di una democrazia propriamente detta, ha (o avrebbe) il diritto di poter decidere in assoluta autonomia di rinunciare alla possibilità di contare qualcosa. Del resto, la democrazia è o non è quello strumento politico grazie al quale un popolo autodeterminato può liberamente scegliere di rinunciarvi? Perché, in caso contrario, non sarebbe democrazia.

Qui però la questione diventa un’altra. Ossia: siccome il popolo sta a poco a poco maturando la convinzione che il suo voto non conti nulla (per info chiedere al primo partito d’Italia: l’assenteismo), allora tanto vale escogitare un modo per far sì che rinunci al proprio diritto di voto a beneficio dei “buoni”. Perché tanto, che piaccia o no, la democrazia rappresentativa ha i giorni contati. Basta abbandonare per un secondo il provincialismo europeo e farsi due conti per capirlo. Ad oggi, miliardi di persone in tutto il mondo vivono immerse in apparati statali che non prevedono il suffragio universale, o che lo utilizzano come pro forma. Un numero che, anziché diminuire, aumenta di elezione in elezione. Il popolo non riconosce più il valore della democrazia, e a renderlo disorientato sono stati i democratici, non i dittatori. Quelli, da che mondo è mondo, arrivano solo dopo, e lo fanno dicendo di amare il popolo, non di disprezzarlo.

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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