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“Ero sul Conte Rosso, poi finii in un Gulag”, la storia di Corrado Codignoni

Redazione di Redazione, in Idee, del

Sopravvissuto all’affondamento del transatlantico Conte Rosso, spostato a destra e sinistra per decine di ospedali militari, detenuto in un Gulag ed in fine ritornato in Italia con una manciata di sopravvissuti. Sembra un romanzo la sua storia ed è ancora più sconcertante aver saputo che è il mio vicino, l’arzillo vecchietto con il quale mio padre va a tartufi, quel vecchietto che alla veneranda età di 96 anni (nato il 26 Gennaio 1921) ancora guida, addestra cani da tartufi e fa scampagnate nei boschi. Questa è la storia di Corrado Codignoni, sarebbe impossibile raccontarla tutta, a sua detta (ci mettiamo una vita a dire tutto e alla fine sicuro mi scordo qualcosa), qui però verranno raccontati i momenti chiave, quelle esperienze sono scolpite nella sua mente.
Il naufragio del Conte Rosso e il calvario negli ospedali
Era il 24 maggio del 1941, ormai si era fatta una certa ora ed i comandanti fecero l’adunata di tutti i soldati, si raccomandarono che nessuno si doveva togliere il salvagente perché si stava passando vicino Malta e c’era pericolo, nessuno doveva accendere le sigarette perché ci avrebbero potuti avvistare da lontano ed altre raccomandazioni.
Era importante, nel caso la nave fosse stata silurata, che l’equipaggio saltasse o a testa in giù oppure “a candela” tenendo stretto il giubbotto salvagente, si rischiava, se non lo si teneva stretto che si sfilasse o peggio, con il contraccolpo, di spezzare l’osso del collo del marinaio.
Il salvagente, era fatto con quattro pezzi di sughero grossi, quadrati, due avanti e due dietro.
Naturalmente ci stava una sorta di tranquillità perché la nave Conte Rosso era una nave grandissima, con ogni sistema di sicurezza dell’epoca tra cui tantissime scialuppe di salvataggio, in più era scortata da ogni lato da alcuni incrociatori che, nel caso, avrebbero intercettato i siluri prima che colpissero le navi che portavano i soldati.
Finite le raccomandazioni iniziai a sentire un po’ di mal di mare e decisi di andare a stendermi nella   mia cuccetta, dormivo sotto ad una finestrella con un piccolo davanzale di legno, naturalmente dormire era quasi impossibile per via del salvagente, era scomodissimo, allora pensai: “le navi sono tante, il convoglio è composto da quattro navi cariche di truppa (Esperia, Marco Polo, Littoria e Conte Rosso) più gli incrociatori”. Per di più ancora era impensabile che si potessero affondare navi così grandi. Mi levai allora il salvagente, lo posai sul davanzale e mi stesi sul letto, in quel preciso istante scoppiò il primo siluro, mi alzai immediatamente per prendere il salvagente ma ne esplose subito un altro, la nave iniziò ad affondare ed io il salvagente non lo trovavo più. Vicino alla porta c’era una cassapanca e mi ricordo che provai a strappare un salvagente da sotto, ma non è possibile che lo presi da lì perché la nave affondò in 8 minuti, quindi non ne ebbi il tempo. In quel momento passò un altro marinaio di Gubbio che mi urlò “Corrando scendi giù e salta! salta!”. Io saltai e sono sicuro di non aver avuto il salvagente, ne sono certo, ma in acqua lo avevo, non so spiegarmelo, non so se il Signore, la Madonna o la mamma mia, ma io non avevo quel salvagente quando saltai. Questa è la verità assoluta. Quando la nave affondò ci fu la risacca, fortunatamente poi fui sbalzato più in là dalle onde che si generarono dopo la risacca (piccolo inciso, io non so nuotare), rimanemmo nel mare tutta la notte, perché nessuna nave nostra si fermò, arrivarono a Tripoli, fecero sbarcare le truppe e poi tornarono a prenderci. Naturalmente il mare è vasto e le navi di soccorso si misero in circolo distanti tra loro, allora con un’onda li vedevo, con un’altra li avevo persi. Fortuna fu che un’onda mi portò proprio sotto ad una di queste navi (cacciatorpediniere Procione) e mi tirarono su (non esistevano al tempo i salvagenti, quindi si usava un copertone legato ad una fune per i soccorsi).
Ci dovevano portare all’ospedale di Tripoli ma non ci fecero scendere nemmeno perché dicevano fosse pieno,  allora andammo all’ospedale della marina ad Augusta (in Sicilia). Mi svegliai lì dentro ed ero tutto fuori fase, mi usciva un po’ di sangue, non capivo perché ero lì, ero partito per l’Africa e ora ero in ospedale, (perché?), poi piano piano capii e ricollegai, allora lì iniziai a piangere, di quel pianto che non ti fa riprendere il fiato…
Da lì dopo un po’ di giorni ci portarono con il treno a Napoli, in un ospedale in cima ad un monte, era un ospedale per i tubercolosi, ogni mattina ci davano un uovo ed un bicchiere di marsala (quella volta la marsala era l’unica medicina che ti curava), da questo ospedale una mattina mi dissero che dovevo andare al Celio a Roma, diedero i miei incartamenti ad un caporale maggiore che mi seguì come un’ombra per tutto il viaggio. Al Celio, dopo aver consegnato i miei fogli dissero che non dovevo stare lì, ma andare lassù (indicando uno stabile in cima ad una stradina bianca). C’era un enorme portone di ferro e appena bussammo e consegnammo i fogli uscì un soldato con la baionetta, allora capii immediatamente, era un manicomio. Lì stetti 8 giorni, poi mi fece visita un maggiore, avrei preferito andare al fronte pur di andare via da lì, il dottore sorrise e mi diede 2 mesi di fermo prima di (casomai) ripartire per il fronte, lo ringraziai tanto, speravo che la guerra finisse in quei due mesi, ma non fu così.
  • Nave Conte Rosso affondata il 24 Maggio del 1941, ore 20:00, dai 3000 ai 5000 uomini dell’equipaggio e solo 700 superstiti.
L’inferno in Russia
Eravamo a Durazzo in Albania di reggimento e fummo mandati sul fronte Russo da Tetovo con il treno. Arrivammo al fronte il giorno del Venerdì santo, in un campo aperto grandissimo ed era pieno di morti. (Non credere che i carri armati quando passavano li scansassero i morti, ma per noi oramai era una cosa normale, era la guerra.)
La notte che ci presero prigionieri me la ricordo bene, arrivarono i cosacchi, piccolini come me, saltavano a cavallo come un fulmine ed erano cattivi forte.
All’inizio ci portarono oltre Mosca, nella linea Transiberiana, in un Gulag, lì era dura, voi non vi rendete conto, fortunatamente ci siamo restati poco, poi ci trasferirono.
Ci portarono in un campo di prigionia a Chernigov (Černihiv) e di lavoro forzato, ci facevano ricostruire tetti, case, rimettere a posto i danni causati dalla guerra, ci dicevano che finché non avessimo finito non ci avrebbero rimandato a casa. Un giorno attraversando una strada c’era un capo di bietole e io, trovandomi sull’esterno, ed incoraggiato dal mio compagno, provai a prenderne una, beh le botte che ho preso non me le scoderò più, prima con i calci dei fucili e poi con la canna, mi ruppero qualcosa, non mi rivenne il respiro per parecchio tempo, non potevo reagire, altrimenti sarei rimasto lì morto. Non vi potete rendere conto ragazzi quanta gente ho visto morire di freddo, non è facile scordarsi certe cose. Per la fame, in zona di guerra e soprattutto in Russia, ci eravamo adattati a mangiare gli ossi, quelli si trovavano, ma come si mangia un osso? bastava prendere una latta (un barattolo o qualunque cosa si trovava di latta o ferro) si facevano dei buchi con un chiodo e si grattugiava, così ne usciva una farina, era di poco aiuto e non dava certo le energie di un pasto ma si diceva che dopo aver mangiato un osso per un mese non morivi più. Una notte i Russi ci vennero a svegliare urlando “bystro davay! bystro davay!” (svelto alzati), la nostra paura era che se avevi fatto qualcosa ti riportavano in Siberia, ci misero in fila, eravamo venti, trenta e ci portarono alla stazione, aprirono un vagone del treno e ci fecero scaricare della farina. Inutile a dirsi, ci brillarono gli occhi. Allora quando ci stava qualche sacchetto che perdeva ne prendevi una manciata e la mettevi i bocca, ma sapete bene che la farina non si mangia, quindi adottammo degli escamotage per prenderne un po’, una fortuna del genere non ricapitava, allora qualcuno strappò la fodera dei pantaloni, altri si legarono le calze in fondo ai pantaloni, così quando beccavamo il sacco che perdeva ne riuscivamo a portare via una manciata così poi da mangiarla al campo. L’unica cosa era la perquisizione una volta ritornati al campo, ma quella volta non ce la fecero, così riuscimmo tutti a portare un po’ di farina dentro, ognuno la nascose in un posto segreto, soprattutto per la paura che la rubassero e ogni tanto si andava a prenderne un pizzico. Mi feci 2 anni di prigionia in Russia.
Notte di Natale in Russia
In Russia ogni giorno ti davano una filetta di pane che doveva essere divisa in una decina di persone, avevamo tutti una gran fame, eravamo come scheletri e dovevamo dividere il pane equamente. Si divideva con un pezzo di legno, si dovevano fare parti uguali, prima si facevano le misure e poi si tagliava, ogni giorno le faceva una persona diversa e per ricompensa questa persona si beccava le briciole, naturalmente non ne dovevi fare molte altrimenti uscivano discussioni. Fatte queste 10 fette naturalmente tutti si lamentavano di qualche pezzo più grande e alla fine, appena fatte, tutti si avventavano sul pezzo che ritenevano di maggiore quantità, quando uno ha fame l’occhio ci va da solo sul pezzo più grosso e anche lì partivano delle discussioni. A forza di litigare ho adottato un modo per far finire questi litigi, facevo girare tutti, facevo i pezzi e chiedevo a turno che pezzo volevano facendo dire il numero, nessuno vedeva e quindi si beccava il pezzo dettato dalla sorte, finirono così le discussioni.
Avevamo saputo che quella notte fosse la notte di Natale, allora decidemmo di fare una cerimonia e la comunione, ma come potevamo fare la comunione? non mangiammo quel pezzo di pane e lo tenemmo per la sera. Ricordavo un po’ la messa, feci anche il sagrestano da ragazzo, quindi mi offrii per celebrarla, con le foto che raccogliemmo tra i prigionieri, del Signore, della Madonna facemmo un piccolo altarino. Verso le 23:30/24:00 iniziammo a fare la comunione, prendemmo un barattolino d’acqua con quattro foglie per benedire, dicemmo un pezzo di messa, un pater nostro fatto bene e poi benedimmo il pane, dissi di alzare il pane e lo benedissi con l’acqua santa benedetta a modo nostro, dissi “fratelli, alzate questo pane in alto, oh pane, nel nome del Signore io ti benedico, nel nome del padre del figlio e dello spirito santo, amen”. (Quella era una vera comunione, non come adesso che mangi con la pancia piena e vai alla messa tanto per andarci.) Fu una festa.
Ritorno in Italia
 Quando dalla Russia ci dissero, “tornate in Italia, siete liberi”, noi non ci credevamo molto, ma comunque partimmo. Il viaggio durò 7-8 giorni, perché la linea non era libera, delle volte aspettavi anche un giorno intero in una stazione. Appena però ci accorgemmo di essere al Brennero non vi potete rendere conto le feste “siamo in Italia! siamo in Italia!”, baciammo la terra, fu bellissimo. A Pescantina ci aspettava una comunità di preti, ho ammirato quel gesto, oggi siamo abituati alle feste per chiunque, chiunque torna fanfare e altro, a noi nessuno, se non quei preti che ancora ringrazio. Oggi riportano tutti con bandiere bare e sfilate, ho visto gente morire ed essere buttata in fossi, nessuno li ha mai cercati ne ricordati, è un peccato. Ci hanno ricevuto e siamo stati la 8 giorni perché dovevamo fare quei giorni di contumacia (quarantena). Rimontammo sul treno e arrivammo ad Ancona per poi andare a Perugia, nella sala d’aspetto vidi dei ragazzi vestiti bene (eravamo fuori dal mondo), mi avvicinai ad un ragazzo e mi presentai, gli chiesi che faceva e mi rispose “faccio il militare”, gli chiesi anche di dov’era e mi disse di Gualdo Tadino (vicino a dove vivevo io), ero stupito, avevo una grande nostalgia, continuando a parlare e seppi che viveva a Casa Castalda e che gli piaceva una ragazza di Branca (il mio paese)…. Scherzo del destino, era innamorato di mia sorella. Gli chiesi come stavano e mi disse che stavano bene ma erano in pensiero per il figlio e fratello di cui non avevano notizie, beh ero li davanti a lui. Mi portò a casa sua, perché diceva che presentarsi in piena notte non era molto bello, potevo fargli prendere un colpo (erano ormai le 24:00 e da Fossato di Vico a Branca di strada ancora un po’ ce n’era). Allora andammo a piedi da Guado Tadino a Casacastalda (io pensavo fossero vicini, invece no) arrivammo che albeggiava, mi prepararono da mangiare e mi volevano far mettere a letto ma dissi di no, quindi prendemmo la bicicletta e andammo a Branca, per strada incontrai molti amici e parenti e ci fu una festa per il paese “è tornato Corrado!”.
Lettera
Ho scritto questa lettera perché volevo che questa storia andasse in televisione, perché una nave albanese si scontrò con una nave della finanza qualche anno fa (almeno 15 anni), ed il nostro governo ritirò in superficie la loro nave e si impegnò a restituirgli i loro morti. Avrei voluto raccontare la mia storia, in merito al naufragio del Conte Rosso, in televisione visto che nessuno mai ne parla, avrei voluto ricordare quei morti e così facendo magari ritrovare amici e superstiti di quella fatidica notte. Tutto quello che chiedo io è solo di ricordare e ridare una degna sepoltura alle vittime del Conte Rosso, sono nostri morti dimenticati da oltre 70 anni. Sono tutti ragazzi morti per la patria che nessuno ha mai ricordato, io voglio ricordarli. Come i morti in Russia, non prendeteci in giro, nessuno li ha mai riportati da lassù, non dite che li avete presi dai cimiteri, io c’ero, li ho visti morire e di sicuro non venivano sepolti in cimiteri, ma ammassati o schiacciati o buttati in fosse comuni, non mancate di rispetto a quei giovai che hanno dato la loro vita.
Vi voglio lasciare ora con una frase che mi ha detto quando andammo via io e la mia fidanzata, che mi ha accompagnato a fare l’intervista, non c’entra molto con la storia raccontata prima, ma mi ha colpito molto, una perla di saggezza popolare:
“Ragazzi la vita è bella, Volesse bene non costa niente”.
Alessandro Lorenzi
Redazione

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