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Èlites contro populismi: il saggio di Giubilei che ridefinisce l’aristocrazia

Redazione di Redazione, in Idee, del

Il libello di Francesco Giubilei è come un sasso in uno stagno. Smuove le acque, ma pone anche quesiti, esige risposte e stimola commenti. Nell’attuale società globalizzata, parlare di persone elitarie a capo delle Nazioni sembra pleonastico. I regimi democratici eleggono sempre, come guida, coloro che si distinguono nel campo della finanza e della politica, se non addirittura della scienza, dell’economia, dello spettacolo e dell’informazione. Ma, ci si chiede: qual è esattamente oggi la vera élite, da dove viene, e, soprattutto chi forma, o è in grado di formare, una classe dirigente? Oggi, con la comunicazione di massa, siamo tutti in grado di valutare i fatti quotidiani, e tutti ci riteniamo capaci di esprimere le opinioni più disparate e proporre le soluzioni più adatte ai problemi politici, etici, sociali, economici, scientifici, artistici e letterari attinenti alla società attuale. Ma, ciò facendo, non apparteniamo necessariamente all’élite. Perché, chi appartiene a questa categoria viene da lontano, da molto lontano, non tanto in termini di tempo/spazio (infatti, occorre parecchio tempo per creare una figura che sappia valutare i fatti e provvedere in modo corretto ai reali bisogni delle “masse”, e un background geografico socio-culturale elevato per motivarlo), quanto di formazione.

Non esistono, né mai sono esistiti, collegi, accademie, università, o seminari religiosi e laici finalizzati all’addestramento dei futuri politici, bensì solo Istituzioni che diplomano persone competenti, rendendole sufficientemente colte e preparate ad affrontare i problemi della società. Tuttavia, ciò non basta, anche perché ognuno ha l’istruzione che si è guadagnata sul campo, con fatica e merito, anno dopo anno, nella scuola prima, e nelle esperienze di vita dopo. Il vero problema, a mio avviso, sta nella cultura. Oggi, la cultura, almeno quella di base, è alla portata di tutti; non servono, per acquisirla, corsi speciali o scuole superiori, bastano le informazioni apprese ora nell’istruzione dell’obbligo ora porta a porta. Queste, però, sono insufficienti, spesso anche superficiali, a volte ricuperate dai mass media e riciclate in modo automatico e senza critica a proprio uso e consumo. Ebbene, questa cultura è adeguata? La gente è veramente preparata a discutere in modo approfondito, obiettivo e imparziale, su temi sociali, politici, economici, letterari o altro? Senza scomodare Umberto Eco, il quale afferma che: “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”, è di riscontro comune che la povertà di linguaggio è pari alla povertà di idee e, soprattutto, alla mancanza di fonti educative e istruttive cui far attingere il proprio pensiero.

Il dibattito posto da Francesco Giubilei verte sul tema: Perché le élites ci salveranno dal populismo. All’Italia non serve l’antipolitica ma la buona politica. Ma, l’élite è veramente preparata alla “buona politica”? Chi ritiene di appartenere a questa minoranza, è onestamente in grado di sentirsi pronto a sostenere il proprio ruolo per un compito tanto autorevole e prestigioso quando scomodo e oneroso? Però, prima di parlare di élite, in tutti i campi, vorrei puntualizzare l’attenzione sulla formazione, scolastica e universitaria, di tutta la popolazione mondiale, da cui poi sorgeranno i futuri protagonisti elitari. Gli stessi docenti, di ogni livello e materia di studio, rappresentano veramente un’élite nel campo dell’istruzione? Sono veramente preparati a ciò, che non sia per uno scopo dottrinario generico ma per un compito culturale specifico? Perché l’élitario, prima di essere tale, è soprattutto uno studente che s’impegna con volontà e determinazione solo quando trova insegnanti disposti ad ascoltarlo e a fornirgli gli strumenti di cui abbisogna per il suo sapere e per il suo ruolo futuro. Perché, se è vero che la cultura è appannaggio di tutti, è altresì vero che molti sono impreparati, o demotivati, per assimilarla, per cui spetta al docente fare un’opportuna selezione tra chi vuole emergere e chi vuole solo tirare a campare. Ci vuole tanta pazienza, parecchio impegno, molta esperienza e profonda conoscenza delle singole materie da parte della classe docente.

La cultura appartiene alla destra come alla sinistra, e chi intende fare la scalata ai vertici della meritocrazia non deve essere necessariamente polarizzato verso un settore politico-sociale piuttosto che in un altro. Basta la buona volontà e una seria preparazione per comprendere i bisogni della gente, e per predisporre i futuri piani per il benessere socio-economico dei popoli. Un’élite è necessaria per qualunque Nazione progredita, salvo il dominio del populismo, e il prevalere della massificazione delle idee, e dell’appiattimento ideologico. “È un errore madornale saltare dal fallimento di un’élite alla conclusione che si possa fare del tutto a meno di qualsiasi élite, in virtù magari di teorie politiche e storiche che presentano come ideale una società esente di aristocrazia”, diceva il filosofo spagnolo Ortega y Gasset, autore del saggio pubblicato nel 1930 “La ribellione delle masse”, nel quale ipotizzava che solo il predominio di una minoranza preparata era in grado di favorire: “l’evoluzione delle ‘masse’, pena l’accelerazione della parabola di decadenza di una nazione”. In definitiva, prima di decidere chi, e con quali compiti, apparterrà all’élite, occorre spingere la società alla formazione di una classe di docenti preparata, onesta, diligente, colta, motivata da buone intenzioni, in grado di istruire correttamente, in modo obiettivo e senza pregiudizi, chi potrà rappresentare la futura classe dirigente. Se vogliamo creare nuovi “eroi” della società, dobbiamo avere molti discepoli di Chirone, poiché solo costoro potranno guidare le “masse” in modo illuminato ed eticamente costruttivo, secondo i principi del buon sapere e del buon operare.

Tommaso De Chirico
Redazione

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