Vent’anni di guerra per niente

di Redazione
22 Agosto 2021

di Federico D’Addato

Le forze statunitensi si ritirano lasciando l’Afghanistan ad un violento ed eterogeneo gruppo di estremisti religiosi, i talebani, definiti “moderati” solo dall’ex Premier italiano Giuseppe Conte, presidente del partito che esprime il ministro degli Esteri.

Tale Luigi Di Maio, il quale durante la presa di Kabul era immerso non nel lavoro estenuante della Farnesina, ma nelle acque di Porto Cesareo, in compagnia di Michele Emiliano, governatore della regione Puglia e Francesco Boccia, ex ministro in quota PD.

Il discorso di Biden segna, di fatto, la fine della visione di “Impero” e di “polizia globale” americana, la gestione del ritiro poi, desiderato dall’opinione pubblica statunitense ed iniziato attraverso le gestioni precedenti, potrebbe significare un progressivo ridimensionamento delle ambizioni USA.

Ora altre potenze possono rendersi egemoni, nella regione e a livello internazionale.

Il Pakistan, già dotato di un proprio arsenale nucleare; la Russia; la Cina; l’India potrebbero diventare decisamente influenti nella regione, demolendo così il principio del balance of power, l’equilibrio di potenza che – almeno nella dottrina – dovrebbe mantenere pace e stabilità.

Tornando al protagonista indiscusso dell’ultimo secolo, è un errore definire l’egemonia statunitense come semplice forza militare o come hard power poiché gli stessi valori che hanno segnato la strada da percorrere al mondo occidentale post-bellico hanno trovato nel paese di Washington il proprio faro. Libertà, giustizia, democrazia, diritti civili ed economici.

Concetti estranei alla mentalità di interi apparati burocratici delle Nazioni che potrebbero scalzare lo Zio Sam come epicentro di soft power, ovvero sistema di valori, imponendo, è il termine esatto, i “loro” principi, opposti ai “nostri”. 

Una piccola e fioca fiamma di speranza proviene dall’Europa.

Cuore pulsante, ma sempre più malato, di tradizioni e coscienze fermamente ancorate nei capisaldi del mondo contemporaneo, ma fondata su radici profonde e antiche che hanno delineato la sua stessa identità per le motivazioni storiche che ci sono rese note sin da Atene.

Tuttavia un elemento che nella sua condizione puramente strutturale traballa è l’Unione Europea.

Un’organizzazione economica ma, purtroppo, poco politica. Nessuno è contrario all’idea di un’Unione forte, anzi, ma proprio per la stessa statura degli Stati che ne fanno parte la percezione è totalmente asimmetrica.

Com’è possibile che se da un lato sulle questioni interne degli Stati Membri l’Organizzazione è rigida e severa, dall’altro, sui grandi temi che vengono affrontati in contesti globali, essa tace ed è impreparata?

Piano pandemico, gestione dei flussi migratori, difesa, confini, scelte di politica estera. Sono solo alcuni degli esempi in cui questa Unione europea è venuta a mancare.

Già solo nel Mediterraneo si rende evidente che un regime autocratico come la Turchia di Erdogan stia pian piano prendendo possesso di ciò che veniva definito Mare Nostrum. 

A costo di forzare una ripetizione, nessuno è contrario ad una salda Confederazione di Stati Europei che, pur lasciando le questioni interne ai singoli stati per essere più vicini ai cittadini, è capace di imporsi come attore unico a livello globale, smarcandosi dall’ombra occidentale degli USA ed imponendosi come figura di primo piano nei contesti internazionali.

Democrazia; primazia del diritto; conservazione del patrimonio ambientale (vera “sfida” di questo secolo); e ancora tutela dell’individuo; difesa delle libertà; promozione della cultura – che qualcun altro vorrebbe distruggere e demolire – valori e principi da difendere e perseguire e che non possono essere barattati.

Per non essere inghiottiti dalla Storia, per rappresentare il luminoso approdo della Libertà, per una Confederazione forte, ma minima, per porci finalmente come europei e per fronteggiare le sfide comuni con nemici nuovi e antichi. Unione batti un colpo!