Trump, l’antidivo che rompe i cliché dem incarnati da Barack e Hillary

di Marco Cossu
8 Novembre 2016

Il fenomeno Trump è alimentato dal bisogno d’imprevedibilità. Nell’epoca dei big data e dei logaritmi in cui tutto sembra calcolabile e prevedibile, la speranza in un esito diverso diventa attesa mistica. Nel marzo del 2015, quanto “The Donald” manifesta la volontà di partecipare alla corsa alla Casa Bianca, nessun analista riesce ad azzardare uno scenario simile a quello attuale. Da un lato ci sono i precedenti: il magnate ha fatto marcia indietro in passato; dall’altro le statistiche: secondo un sondaggio del Wall Street Journal/ NBC News Poll circa tre quarti dei membri GOP non sosterebbero una possibile candidatura. Non è un caso che le principali testate relegano per diversi mesi l’argomento nella rubrica entertainment. Lo staff ne approfitta e mette in piedi la campagna elettorale più sboccata di sempre.

Una crociata al politically correct, a quella melassa di locuzioni che soffoca linguaggio e scelte politiche. Trump può dire quello che vuole: Obama è il peggior presidente americano di sempre, i musulmani sono un problema, in caso di vittoria sarà costruito un muro ai confini con il Messico, l’Isis è un’invenzione della Clinton e di Obama. La strategia funziona. Per i ben pesanti, per l’establishment politico/mediatico, per le stellette dello show business Trump è il male, un corpo estraneo al sistema, il caudillo. Per chi lo segue è invece l’outsider, il non-colluso, chi ha liberato la vox populi facendone forza di governo dopo il balsamo democratico. Nella macina di “The Donald” passa di tutto, uomini, donne, immigrati, disabili. Trump dice quello che la gente pensa, è rottura del tabù.

Gran parte degli attivisti del partito repubblicano condividono l’attacco ai responsabili dell’offuscamento del sogno americano: cricche di Washington, élite di partito, giornalisti e anche dinastie politiche. Jeb Bush figlio del 41° presidente degli Stati Uniti e fratello del 43°, (soprannominato da Trump “low energy” per il suo conservatorismo pacato), è costretto al ritiro dopo la batosta in South Carolina. Più il magnate è osteggiato dai garanti del mainstream, più “The Donald” cresce. Un po’ Berlusconi un po’ Grillo, piace alla classe media per la capacità di fare soldi e spenderli in proprio, piace per aver alzato l’asticella, per le battute sessiste, per i toni aggressivi. Riesce a fare breccia nel ventre dell’America bianca piegata dalla crisi, convinta di essere abbandonata in favore delle minoranze.

I numeri, prima ostili, ora sono a favore. L’ascesa è inarrestabile. I “latinos” repubblicani sono costretti a cedere le armi: l’accomodante Marco Rubio, sostenuto da buona parte del partito ma accusato di utilizzare i fondi del partito a uso personale, perde sonoramente il 15 marzo nel suo collegio, la Florida; poi l’ultraconservatore Ted Cruz – antiabortista, contrario ai matrimoni gay e all’aumento delle tasse, favorevole alla pena di morte– cede il passo dopo il magro raccolto del 3 maggio in Indiana. Incassa le primarie. Oggi il popolo americano sceglierà tra lui e Hillary Clinton, ha recuperato punti, ha possibilità di farcela, nonostante le accuse di presunte violenze sessuali, nonostante i capelli improbabili.

Portavoce chiassoso della maggioranza silenziosa, Trump piace per aver messo in discussione quanto dato per assodato: l’Impero americano può tornare grande “again”, i flussi migratori sono controllabili e controvertibili, la Russia deve essere partner e non nemico, la Cina può essere fronteggiata, il caos in Medio Oriente è risolvibile, l’establishment non vince sempre. Trump risponde al bisogno metafisico di un’alternativa possibile a ciò che è dato per assodato – dinamiche globali, costumi, finanza, numeri. Sguazza nella crisi della democrazia rappresentativa, che non decide, non vuole, dà picche quando si tratta di risolvere ai problemi veri. Trump risponde affermativamente alla domanda: «Esiste un mondo diverso a quello che chi hanno raccontato?».

Tuttavia c’è qualcosa che non convince. Trump è troppo imperfetto per essere vero, troppo irreale. Pena la scarsa credibilità politica. Se Obama era il candidato mediaticamente perfetto, “The Donald” è il suo esatto ribaltamento: uno è nero, uno è bianco; uno ha scelto la retorica, l’altro la prosa; tutela per le minoranze uno, attenzioni per la maggioranza l’altro; “Yes We Can”, (“possiamo”) vs “Make America great again” (“fare”), sorrisi, smorfie. Così le storie personali, figlio abbandonato uno, rampollo di una celebre famiglia l’altro; figlia con l’apparecchio uno, famiglia da copertina l’altro. Ed anche nello stile del racconto, uno sceglie la narrazione, Trump il reality. Un candidato come “The Donald” (che non è nemmeno un bel vedere) sembrerebbe sulla carta condannato alla sconfitta. Allora perché potrebbe diventare il 45° presidente degli Stati Uniti? Semplice, Trump può permettersi quanto ha fatto, non ha bisogno di establishment. Trump è già un marchio, Trump è industria, Trump è establishment. Fosse donna avrebbe già vinto.