Santa Sofia, l’Europa e la geopolitica religiosa: aspetti contemporanei d’una società decadente

di Redazione
8 Settembre 2020

La vicenda di Santa Sofia ci consente d’affrontare una vastità di temi di assoluto interesse spesso caduti nell’oblio a causa dell’incapacità da parte di una classe dirigente improvvisata e inadatta a leggere i mutamenti in corso e del cattivo stato del giornalismo nazionale. Non è certo un segreto che la prestigiosa associazione Reporters sans Frontiers colloca l’Italia al 41° posto sulla libertà di stampa dietro a quella del Ghana, Burkina Faso, Botswana. Per cui non sorprende come anche una vicenda così complessa e carica di messaggi significativi e allarmanti come la trasformazione da museo a moschea della Basilica Santa Sofia sia stata rapidamente archiviata da quel quarto potere oramai troppo legato e interessato a dinamiche politiche nazionali. In questo quadro generale si registra l’ulteriore incapacità dell’Unione Europea di agire come un unico soggetto politico per di più neanche tentando di nascondere l’ormai atavica e sbalorditiva assenza di una propria strategia politica levantina. In un’epoca caratterizzata da continue accelerazioni storiche l’aspetto religioso assume un’importanza considerevole sia in campo economico che in quello religioso. Per cui il totale oblio di Bruxelles su fatti così importante assume un carattere assolutamente preoccupante. È indubbio che in Turchia non manchino certo le moschee, per cui la dolorosa scelta del cambio d’uso di quel capolavoro di architettura religiosa assuma un valore più politico-economico che religioso e come avrebbe probabilmente commentato Tommaso da Kempis “O quam cito transit gloria mundi”.

La Turchia e il suo nuovo sultano Erdogan si sta giocando una partita geopolitica di assoluto interesse cercando d’affermarsi come potenza egemone nel Mediterraneo orientale e Medio Oriente proponendosi come punto aggregante del variegato mondo mussulmano. Una strategia di medio e lungo periodo basata su tre binari paralleli tutti però protesi a rilanciare la penisola turca come nuovo Impero della Sublime Porta. In pratica una strada a tre corsie fondata sull’alleanza con Mosca, l’esercizio dell’apparato militare sul modello delineato da Karl von Clausewitz secondo cui «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica» e la proiezione religiosa ponendo il modello turco islamico come modello statale concreto della religione islamica. In questa chiave interpretativa la coatta conversione di Hagia Sofia rispecchia le tre vie. Infatti, è impensabile che Erdogan avesse compiuto tale affronto al mondo cristiano-ortodosso senza l’avvallo russo. Se da un lato tale repentina trasformazione rafforza all’interno la figura di Erdogan come uomo forte alla guida, all’esterno amplifica il modello turco come punto di riferimento per tutte quelle nazioni e fazioni islamiche che compongono la ormai galassia turcofona che auspicano un’unione mussulmana sotto la guida d’Ankara. Il Cremlino in questa dinamica rafforza la sua strategia religiosa di lungo periodo ponendo in evidenza come Mosca non sia solo la terza Roma, ma approfittando anche dei tanti problemi interni cha affliggono la Santa Sede, diviene l’unico vero bastione cristiano capace di contrapporsi al dilagare della religione mussulmana. Per cui il Cremlino si pone, nel lungo periodo, come contenitore della cultura cristiana europea. Da qui è facile comprendere come la via della proiezione militare sia complementare a quella religiosa. In questa direzione va letta la presenza turca in Libia, la querelle con Cipro e Grecia, la realizzazione della ZEE (Zona Economica Esclusiva) turco-libica, l’accordo con l’Albania dove aumentano giorno per giorno gli estimatori turchi e il disconoscimento dell’accordo sulle frontiere marittime tra Grecia e Egitto. Beninteso, chiunque si occupi di storia delle relazioni internazionali comprende bene che la politica estera è fondata sulla continua ricerca di cogliere il maggior profitto per cui sarebbe impensabile che una nazione stringa accordi e stipuli alleanze per regalare posizioni di forza e vantaggio.

La cosa che sorprende e stupisce è l’incapacità europea non solo di difendere i propri interessi geopolitici, ma di non tutelare le proprie radici culturali. In una società priva di spiritualità religiosa potremmo allora ricordarci che l’Europa potrebbe essere figlia della cultura greco-romana, ma l’incapacità comunitaria di creare ponti di comunicazioni con le due nazioni tenutarie di tale tradizione, naturalmente la Grecia e l’Italia, vanifica ogni ulteriore analisi su tale tema. Allora compare con tutta evidenza che l’unica malta per culture così profondamente diverse e contrastanti non possa essere che quella di matrice religiosa. Indubbiamente non possiamo dire che il mondo mussulmano faccia parte della cultura europea per cui esclusa la religione di Maometto resta il variegato mondo giudaico cristiano. Per tale motivo anni orsono l’allora cardinale Ratzinger, in qualità di delegato pontificio, chiese inutilmente d’inserire nella Costituzione europea la sua matrice religiosa. Naturalmente, il futuro Papa Benedetto XVI, fu inascoltato in omaggio ad un laicismo pseudo illuminista posticcio figlio del sistema capitalistico mondiale che è impegnato a sradicare la radice culturale dai popoli per impiantarvi il relativismo economico e quindi per nulla interessato alla costruzione politica di quel grande progetto chiamato Europa. Sembra del tutto evidente che la perdita delle proprie radici e tradizioni comporta il fallimento di qualsiasi progetto politico unitario, figurasi se tale scelta viene fatta ab origine. In pratica proprio le vicende di Santa Sofia fanno risaltare i tanti vizi e difetti di un Europa che non è, tanto da non potersi definire euroscettici poiché per essere “anti” qualcosa bisogna che questa sia realizzata. In pratica Hegel avrebbe semplicemente sostenuto che in assenza di tesi è impossibile formulare un’antitesi figuriamoci poi cercare di realizzare una sintesi. Il progetto europeo nasce dalla necessità occidentale di contrapporre un grande sogno che potesse arginare sia politicamente che concettualmente l’avanzata dell’ideologia comunista. Da allora si scontrarono due scuole di pensiero quella di un Europa Unionista, ossia una unione delle nazioni e quella Federale cioè l’unione dei popoli. La necessità politica di costruire questo progetto fece si che tra le due vie si scelse quella Funzionalista del francese Jean Monnet.

In pratica si sostenne che non era importante quale impianto avesse il nuovo progetto politico poiché era fondamentale incominciare a costruire l’unità europea. Venne così realizzata la CECA e la PAC, ma si dovettero registrare anche i fallimenti della CED e dell’EURATOM, nel frattempo il dibattito su quale Europa si dovesse creare si affievoliva sempre più. Un decisivo colpo arrivò con la caduta del Muro di Berlino. Quel grande evento significò la resa dell’antico nemico così al posto di intraprendere scelte culturali e sociali che potessero fungere in qualche modo da malta la classe dirigente europea scelse la via economica e monetaria convinta che l’URSS non si sarebbe più rialzata e che la Russia non avrebbe più giocato quel ruolo importante nella politica mondiale. Proprio l’attuale crisi economica, dove il covid 19 ha agito da acceleratore, ci consente di cogliere alcune importanti storture del mancato processo unitario europeo. In primis è bene ricordare che, come avrebbe sostenuto Bauman, viviamo in una società eccezionalmente liquida dove la geopolitica cambia di giorno in giorno e dove è del tutto evidente come l’Europa sia totalmente incapace di esercitare una propria azione calmierante in alcuni scenari geografici di assoluto interesse. Infatti, la politica estera e lasciata alle nazioni che compongono l’UE che certo non agiscono come un unicum coerente. Con l’acuirsi della crisi economica a causa della pandemia si è scoperto che Bruxelles non possedeva un protocollo sanitario unitario e che l’unica ricetta proposta per risanare l’economie degli stati in difficoltà fosse il prestito se pur a tassi agevolati. La scelta di stampare carta moneta fatta dagli Stati Uniti, Inghilterra e Giappone non è stata pressoché presa in considerazione nonostante i buoni risultati ottenuti in queste nazioni. Risulta, quindi con forza, che tale unione di nazioni non è certo guidata da principi di solidarietà parola spesso sventolata dalle leadership europee alla quale però non corrispondono azioni concrete. In pratica il progetto comunitario si presenta come un insieme amorfo di tecnocrazia burocratica avulso da quei tanti pensatori, politici, filosofi e scrittori che vedevano in questo progetto unitario l’unica via per sanare definitivamente le tante idiosincrasie tra le nazioni europea che avevano prodotto ben due guerre mondiali decretando così la fine del primato economico e politico del vecchio continente. Certo, è quasi banale affermare che in questa Europa c’è poco o nulla dell’unionista Churchill, ma anche dei federalisti Rossi e Spinelli. Infatti da anni chi governa a Bruxelles ha deciso d’intraprendere una quarta via quella dell’economia ultra capitalista tecnocratica e burocrate. Un paradosso se si considera che nella sostanza oggi come oggi è l’economia a dettare le linee guida alla politica e non il contrario. Per cui la tecnocrazia e burocrazia, elementi adoperati dalla politica, sono non più strumenti di essa, ma i veri motori politici in virtù di una economia che potremmo definire già da tempo post Neoliberista. Un assurdo storico se si considera che fu Karl Marx a sostenere che l’economia doveva dettare i tempi ed i temi alla politica. Il comunismo e le dottrine marxiste così come furono realizzate sono state sconfitte dalla storia, mentre l’attuale sistema economico europeo le ha riprese e rimodellate.

Ora sarebbe bene comprendere che la finanza non produce sempre ricchezza reale, ma tale assioma sembra non interessare Bruxelles. In questa direzione e nel tentativo di rendere più stabile tale sistema economico si è provveduto a sradicare l’individuo, ormai divenuto consumatore, dalla sua storia dalle sue origini dalle sue appartenenze più intime. Infondo è facilmente intuibile che non si può costruire un palazzo sopra un’altra struttura già edificata. Per cui sembra del tutto evidente e consequenziale che chi governa a Bruxelles non sia per nulla interessato a difendere le radici giudaico cristiane europee, anzi i processi di sradicamento sono accolti con gratitudine. In fondo Heidegger sosteneva, e a buon diritto, che «L’assenza di Patria diviene destino universale» nel senso che l’uomo divenuto straniero di se stesso e sradicatosi dal proprio mondo storico (Patria) diviene un mero funzionario della Tecnica (inteso nella visione heideggeriana di Capitalismo Tecnico o meglio Tecnocapitalismo) e quindi non più protagonista. In pratica l’uomo persa la sua dimensione umana e assunta quella meramente tecnica diviene entità misurabile e sfruttabile. Ma per meglio comprendere questo concetto si possono adoperare le parole di Max Webber quando nel suo ancora attualissimo lavoro L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo sostenne che: «L’attività lucrativa non è più in funzione dell’uomo quale semplice mezzo per soddisfare i bisogni materiali della sua vita, ma, al contrario, è lo scopo della vita dell’uomo, ed è egli in sua funzione». In pratica si vive per lavorare al posto di lavorare per vivere. Ma da quando l’Europa ha deciso di sradicare il suo popolo dalle sue tradizioni per costruire e potenziare il suo apparato tecnocrate e finanziario? Ebbene credo che si possano indicare due date importanti di cui una risalente alla già citata caduta del Muro di Berlino che come dimostrato ha agito come acceleratore e l‘altra la si può far risalire all’incapacità dell’uomo contemporaneo di far i conti con il proprio passato e con quel grande fenomeno che è stato l’Illuminismo. Incapaci di cogliere l’aspetto temporale di quel avvenimento, l’uomo decise di continuare il suo peregrinare storico abbandonando Dio ed il trascendente diventando realtà vuota, irrequieta, inutilmente dinamica e senza scopo. Rinunciando e rigettando la stabilità della tradizione l’uomo è divenuto instabile. Marcel De Corte nel suo lavoro La Grande Eresia sostiene che l’uomo per seguire un confusionario progressismo e modernismo, collocandoli come nuove teologie, si è posto in una dimensione di solitudine e d’irrequietezza relegando il divino ed il trascendente a mero ricordo. Così per De Corte le ultime scoperte dell’automazione e dell’elettronica hanno dato vita ad una sorta di Umanità prometeica che emancipata dalla natura la comanda e la controlla a suo piacimento. Nessun freno inibitore, nessun riguardo e nessun ricordo. L’uomo sradicato dalla sua Patria, nel paradigma Patria-Storia-Tradizione-Dio, perde la dimensione d’individuo diventando cosa, oggetto quantizzabile e massimamente sfruttabile perfetto per l’attuale sistema economico. A tal riguardo e bene ricordare il pensiero del cattolico scrittore francese Georges Bernanos secondo cui il capitalismo e il marxismo «sono due aspetti o meglio due sinonimi d’una stessa civiltà della materia». La stessa civiltà della materia che governa attualmente questa Europa incapace di difendere le proprie origini, le proprie tradizioni e le proprie radici religiose poiché queste sono poderosi bastioni che potrebbero rallentare o addirittura bloccare il grande disegno finanziario che con l’Europa non ha proprio nulla a che fare. Il progetto unitario, che ogni giorno scricchiola sempre più, ha bisogno di rinascere come Araba Fenice, ma per far questo deve riportare al centro del dibattito l’uomo, la sua essenza e la sua spiritualità. Per cui sarebbe preferibile che le leadership europee iniziassero a difendere seriamente la comune matrice cultural-religiosa magari iniziando proprio dalla Basilica di Santa Sophia facendola tornare ciò che era ossia un meraviglioso luogo di culto cristiano-ortodosso.

Alessandro Mazzetti