Il ruolo del “Fascismo” nelle elezioni americane

di Redazione
23 Dicembre 2016

La recente elezione negli Stati Uniti ha reso estremamente chiaro il ruolo che il “fascismo” probabilmente occuperà in qualsiasi attività politica. È stata peculiarità dei commentatori, in generale, e degli esperti, in particolare, individuare il credo politico di uno dei candidati. La funzione di ciò è tutto tranne che perlocutorio; serve infatti a mobilitare e ottenere risposte dirette al fine di servire alcuni scopi politici. Chiaramente ciò non fa nient’altro che fingere di avere quel piccolo scopo cognitivo. Il termine “fascismo” era usato quasi esclusivamente come sinonimo di abuso, di vergogna, programmato per ispirare ripugnanza e disprezzo. Infatti, questo si riassume nel suo più comune uso contemporaneo; siamo portati a disprezzare ciò che si identifica con lo stesso disprezzo. Non abbiamo bisogno di pensare, né di fare ricerche, né di rammentare. Essere “fascista”, lo sappiamo, qualunque cosa sia, ormai significa solo essere il “male”. E, cosa ancora più curiosa, è esattamente così che gli altri – gli accademici che si occupano dell’apprendimento nei nostri istituti superiori e che agiscono come guardiani di quello che è il “discorso corretto”- si aspettano dal nostro comportamento.

Come tutto ciò è stato compiuto è una favola che merita decisamente di essere raccontata.
Inizialmente ci hanno detto che una sorta di generico “fascismo” è stato ed è largamente responsabile della guerra e dello sterminio di massa che ha afflitto il nostro tempo. In seguito, ci hanno detto che è quasi impossibile identificare empiricamente la presenza del fascismo, – in qualche modo esso ha infatti le proprietà di una “muffa mucillaginosa”, capace di sottoporsi a metamorfosi notevoli e avente una “qualità proteiforme che genera varie combinazioni” – nel corso del quale può adottare e adattarsi a “cambiamenti radicali… nel contenuto ideologico.” (Vedere Roger Griffin, “Fascism’s New Faces [and New Facelessness] in the ‘Post Fascist’ Epoch,” Erwaegen Wissen Ethik 15, no. 3 [2004], pp. 287-300.)
Chi siamo quindi per riconoscere il “fascismo”? Presumibilmente possiamo individuarlo perché è evidentemente malefico. Se i nostri intellettuali prescelti disapprovano un controllo sull’immigrazione, allora la loro parola di difesa in seguito a un’obiezione è: “fascista!”. Dovesse esserci qualche violazione delle regole nel discorso “politicamente corretto”, chi la compie sarà ugualmente chiamato “fascista”. Insieme ad un vasto, e in continua espansione, catalogo di atti, il “fascismo” si trova ovunque. Nessuno può dire dove il “fascismo” potrebbe apparire. Ricordiamoci infatti che ha le stesse proprietà degli “organismi proteiformi” ed è capace di “notevoli metamorfosi”! Sappiamo dove si trova quando siamo in sua presenza perché ci rendiamo conto di avere a che fare con il male in carne ed ossa!
A quanto pare non esistono indicatori obiettivi. Sappiamo di avere a che fare con il “fascismo” solo quando i nostri superiori intellettuali ci avvisano della sua presenza. Sappiamo che Adolf Hitler era un “fascista” perché uccise molte persone innocenti – ma Josef Stalin non era un “fascista” anche se ne ha uccise altrettante, se non di più. Solo i nostri intellettuali potrebbero applicare una distinzione per noi. Sappiamo che Adolf Hitler era un “fascista” perché era un “razzista”. Pol Pot, nonostante abbia ucciso centinaia di migliaia di suoi concittadini nella Cambogia comunista perché non erano Khmers, non era un “fascista”. Questo tipo di distinzioni dovrebbero andare perse, se solo non avessimo degli intellettuali speciali che le fanno per noi.
Durante le elezioni, questa distinzione era importante. Quando il Ku Klux Klan approvò uno dei candidati, beh, era evidente il “fascismo” di quest’ultimo. Dopotutto, il KKK ebbe una storia di comportamenti razzisti. D’altra parte, quando il Partito Comunista sostenne il suo avversario, quest’ultimo non era nient’altro che un esempio di “libertà politica di espressione”. Senza la disponibilità di una simile intuizione fornita da una classe politicamente sensibile di intellettuali, i cittadini degli Stati Uniti non potrebbero distinguere i “fascisti” dai semplici malfattori.
Questo esempio singolare di uso manipolativo del linguaggio per scopi politici sembra avere le sue radici nella Seconda Guerra Mondiale. A quel tempo parlare del nemico collettivo come “fascista” si rivelò essere di grande convenienza per gli Alleati; non importava se il nemico in questione fosse Tedesco, Giapponese, Ungherese, Rumeno, Ucraino, Finlandese, o Italiano, né tantomeno aveva importanza quanto fosse differente il loro credo ideologico o il loro comportamento effettivo. Erano tutti sopraffatti per così dire, bitumati, dal comportamento mostruoso dei Nazionalsocialisti di Hitler, ed è per questo che tutti erano identificati come razzisti ripugnanti e sterminatori di massa. Non era necessario essere qualcosa di più specifico di questo per suscitare una risposta immediata da parte delle forze Alleate, che logicamente si servivano dell’evento per i propri propositi.
Nella confusione della guerra, che offuscava gli occhi delle persone come quando ci si trova davanti a una fitta nebbia, faceva poca differenza il fatto che gli Stati Uniti d’America si fossero dimostrati essere un Paese razzista nel corso della storia; ciò non solo spodestando gli indigeni del Nord America dalle loro terre con la forza e discriminando il dieci percento della loro stessa popolazione cittadina per via della loro razza, ma perfino costringendo i cittadini di origine giapponese nei campi di concentramento durante la guerra contro il “fascismo” stesso. Neppure fece differenza il fatto che la Gran Bretagna aveva negato ai suoi coloni i diritti politici e umani di base.
Per qualche tempo, la sinistra politica si era assunta la responsabilità di definire il “fascismo” per gli altri. Il “Fascismo” è ritenuto l’unica fonte di razzismo e violenza politica. Non ne trovano nessuna traccia fra i membri della loro stessa fraternita. Solo i “fascisti” sono reazionari, malvagi, razzisti, e aggressori. La sinistra e il generico liberalismo sono visti come vagamente “progressisti”, pacifici, umanitari, e non discriminatori. Come semplici cittadini, gli Americani non possono sapere tutto questo. Quindi gli esperti, o presunti tali, dei media, e i responsabili, di sinistra, delle nostre istituzioni di apprendimento avanzato hanno pensato bene di istruirli. I risultati delle elezioni del 2016 suggeriscono che questa intenzione potrebbe, però, non definirsi del tutto riuscita. Il candidato “fascista” infatti ha vinto.

James Gregor

Tradotto da Elisabetta Gucciardi