Quelle grandi aspettative sull’isolazionismo di Donald Trump

di Marco Bachetti
15 Novembre 2016

“Una nuova epoca” secondo Beppe Grillo, un “mondo nuovo” per Marine Le Pen, financo una “nuova era” a sentire le dichiarazioni quasi apocalittiche del presidente turco Erdogan. Per non parlare degli organi di informazione, carta stampata, radio, televisioni, social media, che hanno tutti mostrato l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca come l’evento del secolo, una rivoluzione in grado di stravolgere completamente gli scenari geopolitici globali. Certamente la vittoria di Trump si porta con sé un lascito di interessanti interrogativi, qualora il Presidente eletto decida di dar veramente seguito ad alcuni proclami elettorali: in particolare la posizione espressa sulla NATO e il ripristino a distanza di circa un secolo della vecchia politica isolazionista degli Stati Uniti d’America. È indubbio infatti che dal duplice intervento nelle guerre mondiali gli USA abbiano esercitato una pressione costante sui Paesi europei e perseguito i propri interessi ben al di fuori del continente americano. Francamente grida vendetta la notte di Sigonella quando alcuni tra gli analisti di questa elezione hanno provato a ricercare dei parallelismi tra le idee di Trump e Reagan sul piano della politica estera. Il buon Ronnie era molte cose ma di certo non un isolazionista!

In tal senso il recupero dei principi del GOP ottocentesco che rifiutava ogni intromissione americana negli affari altrui, del paleoconservatorismo, dello spirito dei Padri fondatori è una speranza condivisa non solo dai conservatori europei ma da qualsiasi persona di buon senso. Troppi conflitti inutili e dannosi sono stati foraggiati dai signori della guerra a stelle e strisce nell’ultimo ventennio con la complicità dei Bush (padre e figlio), di Obama e del suo segretario di Stato Hillary Clinton. Ma senza il mostro Isis difficilmente l’opinione pubblica americana si sarebbe resa conto delle devastazioni provocate dai processi di democratizzazione tramite la destabilizzazione politica del Medio Oriente. Restano comunque forti perplessità su come il principale difensore e sostenitore della libera circolazione delle armi all’interno del territorio americano possa poi chiudere i rubinetti del traffico internazionale.

Insomma si sa che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’Inferno ed il Premio Nobel per la pace nel 2009 sta lì a dimostrarlo ogni giorno, ogni qualvolta si fanno largo ingiustificati entusiasmi in luogo dell’opportuna e prudente cautela che ci riporta immediatamente alla realtà, quella amara che mostra banalmente come a Washington sia arrivato un tycoon, un magnate, un uomo con un patrimonio di oltre 4 miliardi di dollari, un abile comunicatore e stratega di quel marketing elettorale che sta lentamente uccidendo la Politica. Poi le vie del Signore sono infinite, ma non sta certo a noi anticiparle. Ed a placare i facili entusiasmi, a stralciare le illusorie ricette della felicità e del benessere, a deporre i falsi profeti ci pensa come sempre  quella festa istituita nel 1925 da papa Pio XI quando ideologie totalitarie e distruttive divampavano in Europa e nel mondo mascherate da utopie che promettevano il Paradiso in terra. Viene a ricordarci che in fin dei conti la storia non finirà con la dittatura del proletariato né con la prosperità liberal-capitalista né tantomeno con l’avvento del rivoluzionario Donald Trump. Tutto passa e l’unica vera nuova era inizierà solo con Cristo Re dell’Universo!