Pro-Trump e anti-Trump: due vocazioni diverse per essere talebani allo stesso modo

di Daniele Dell'Orco
7 Gennaio 2021

Quanto accaduto nelle scorse ore a Capitol Hill rappresenta la fine politica di Donald Trump e, per molti versi, una sorta di anno zero per gli Stati Uniti d’America.
La bagarre intorno alla (presunta) frode elettorale subita da The Donald ha scatenato proteste, mobilitazioni e violenze ingiustificabili. Ma, ancor prima, le scene totalmente inedite durante la campagna elettorale di case di privati cittadini assaltate da Antifa e Black Lives Matter, vetrine dei negozi blindate per timore di saccheggi, minacce di rivolte sociali, sono il risultato di un clima anti-istituzionale indegno di un Paese che si è sempre considerato un faro di civiltà e democrazia.

L’amministrazione Trump aveva già di per sé rappresentato la fine della “sacralita” del POTUS, che di norma, repubblicano o democratico che fosse, era sempre stato considerato il collante degli Stati Uniti nel loro complesso. La crociata politicamente corretta contro il 45esimo Presidente, invece, è sì riuscita ad evitare altri 4 anni di presidenza Trump, ma ad un costo evidentemente troppo alto: l’abdicazione del valore dell’Istituzione a vantaggio di quello dell’uomo.
Così Trump, assediato da ogni parte (fronte esterno, fronte interno, media, cultura etc.), ha proiettato su di sé, vuoi perché egolatra cronico, vuoi perché costretto ad amministrare davvero contro tutti, paure, frustrazioni, ambizioni e istinti degli americani.

Il legame tra Trump e i suoi elettori, al pari di quello tra Trump e i suoi detrattori, è diventato tossico. Giorno dopo giorno.
Fino ad arrivare al momento della capitolazione, che dal punto di vista elettorale non sarebbe stata nemmeno così disastrosa (seppur viziata da errori marchiani e sconfitte decisive in stati notoriamente repubblicani), ma dal punto di vista comunicativo e istituzionale ha incenerito l’immagine degli Stati Uniti come “esempio da seguire”.
Le scene viste a cavallo della tornata elettorale sono tipiche di un Paese del Terzo mondo. E l’assalto a Capitol Hill non è stata che una conferma. Ora, per giunta, Trump rischia di essere esautorato per via del 25esimo emendamento della Costituzione americana.
Solo l’ipotesi è umiliante. Al pari della presa di distanze ormai di tutti i big d’America: ultimi tra gli ultimi George Bush e lo stesso vicepresidente Pence.
C’è davvero la sensazione che la lotta al politicamente corretto, per molti versi sacrosanta, si sia trasformata in un mostro di pari valore. Anche a giudicare dalle letture ambigue e dalle prese di posizione assurde dei commentatori, degli opinionisti, dei politici, finanche dell’opinione pubblica italiana.
Il “mainstream” e l'”antimainstream” sono diventati due vocazioni diverse per essere talebani allo stesso modo.