Orban: ma quale dittatore

di Michele Orsini
11 Aprile 2020

Ha fatto scalpore in Europa l’esercizio da parte di Orban di una norma della Costituzione Ungherese, precisamente l’articolo 53; moltissimi giornali, anche alcuni di centrodestra come “Le Figaro” o “The Times”, hanno parlato di nascita o rinascita della dittatura in Ungheria. Ma le cose stanno realmente così oppure la situazione è, come direbbe Andreotti, un po’ più complessa?

L’articolo 53 della Costituzione ungherese consente al Governo, previa autorizzazione speciale dell’Assemblea, di emanare decreti che possono sospendere la legge ordinaria in favore di quella emergenziale.

Certamente questa disposizione presa in assoluto potrebbe lasciar pensare che il Governo stia assumendo poteri sconfinati, tuttavia l’articolo va letto insieme all’articolo successivo, il 54 “Regole comuni sulla legislazione speciale”, che – già dalla rubrica – ridimensiona i timori per la nascita di una nuova dittatura: la norma infatti prevede che restino inviolabili diritti e principi quali stato di diritto, presunzione di innocenza,  diritto di difesa, irretroattività della legge penale, ne bis in idem , dignità della vita umana e diritto alla vita, divieto di tortura, trattamenti disumani e schiavitù.

Questi non possono di certo coesistere con una dittatura di qualunque stampo ideologico, come la storia insegna. Inoltre lo stato di emergenza può essere revocato dall’Assemblea Nazionale (il Parlamento monocamerale ungherese) qualora ritenga cessata l’emergenza sanitaria.

Orban è stato accusato anche di voler approfittare dello stato di emergenza per far approvare una legge contro i transgender: cosa che, se fosse vera, sarebbe gravissima. Ma questa accusa è fondata? La risposta, anche in questo caso, è negativa; infatti si tratta di una proposta di legge depositata da un membro del Governo. Sarebbe stato imperdonabile se si fosse approfittato della situazione di grave emergenza per far approvare una legge che con l’emergenza sanitaria ed economica non ha nulla a che spartire. 

Altra accusa, pretestuosa è che il Governo abbia esautorato il Parlamento: il Parlamento, infatti, ogni 15 giorni può rinnovare l’efficacia dei decreti emergenziali emessi. Non è vero, infine, che sia stata “cancellata” la democrazia: le elezioni, la maggiore pratica democratica, sono previste per il 2022 (le ultime si sono tenute l’8 aprile 2018).

Tra l’altro, viene da chiedersi quale sia l’interesse ungherese a dare adito a voci di istaurazione di una dittatura, cosa che potrebbe portare anche ad un’espulsione dall’Europa ex art. 7 TUE o comunque alla perdita dei benefici ottenuti (inclusi i fondi europei) e a sanzioni.  

In Europa moltissimi governi hanno adottato misure emergenziali, anche restrittive delle libertà personali, per fronteggiare la crisi sanitaria. In Italia abbiamo un caso abbastanza curioso: il Parlamento è rimasto chiuso nelle prime fasi e il Premier ha governato con D.P.C.M. (decreti del Presidente del Consiglio) che, attenzione, non sono Decreti Legge, previsti dall’articolo 77 della nostra Costituzione per questo tipo di situazioni, ma semplici atti amministrativi che non passano dal Parlamento.

In Italia il Parlamento è stato edotto successivamente all’emanazione dei decreti con i quali tutto il Paese è stato chiuso in quarantena a casa. Il Governo ha agito da solo senza alcuna consultazione parlamentare, com’è invece avvenuto in Ungheria. 

Friedrich Von Hayek diceva: “Le emergenze sono sempre state il pretesto con cui sono state erose le libertà individuali”. Questa frase oggi è più attuale che mai, specialmente ora che esiste una vera emergenza sanitaria, ma non vale solo per l’Ungheria, vale per tutto il mondo.

Quando l’emergenza passerà, necessariamente torneranno anche le nostre sacrosante libertà, ma strumentalizzare una crisi per attaccare un nemico politico sembra essere non solo una mossa da bassa cucina politica ma anche abbastanza pretestuosa e futile. Orban certamente può piacere o non piacere ma, se si vuole affrontare il dibattito in maniera seria, si analizzino lucidamente i fatti e si traggano conclusioni fondate e non piegate all’ideologia.