Orban e il discorso sull’etnia magiara

di Pasquale Ferraro
27 Luglio 2022

La chiarezza è sempre stata un marchio di fabbrica di Victor Orbàn, il suo stile diretto, le sue analisi lucide e veritiere ne hanno da sempre caratterizzato lo spessore politico. Forse, oltre alla sua gestione politica, è il segreto del successo di un leader che ha saputo resistere alla più grande pressione internazionale che si ricordi dalla caduta della cortina di ferro, trionfando, sorretto da un popolo che si è trincerato a sostegno del suo leader, della sua guida. 

La forza dell’ultima grande vittoria di Orbàn da ancora maggior peso  alle sue parole, e rinforza la sua politica autonomista rispetto al resto dell’Unione Europea. 

Orbàn  lo scorso fine settimana è intervenuto in Romania, l’occasione è stato l’annuale festival Tusványos che si tiene a Baile Tusnad, in Transilvania, area compresa nel territorio del Regno d’Ungheria fino al 1920 e dove vive la popolazione magiara dei Szekely – pronunciando un discorso che ha posto sotto accusa la linea politica occidentale, dettata da quella sinistra liberal che sta assestando colpi mortali alla nostra civiltà.  Il Primo Ministro Ungherese ha scagliato come saette le sue riflessioni sui  punti che rappresentano uno snodo fondamentale per l’Europa occidentale e per l’Occidente tutto.  Partendo dalla guerra in Ucraina Orbàn ha posto l’accento sulla condizione della guerra e sul  lento logoramento che sta colpendo l’economia europea, quella stessa economia che con virulenta sicurezza si è lanciata nelle sanzioni alla Russia.  Secondo Orbàn infatti “ abbiamo bisogno di una nuova strategia di guerra, che non miri a vincere questa guerra, ma voglia fare un’offerta di pace adeguata”, in quanto i pilastri su cui si fondava la strategia occidentale si stanno lentamente sgretolando, la stessa certezza di una vittoria Ucraina  data per certa – contro ogni previsione all’origine – grazie al massiccio impegno occidentale si rivela ogni giorno più difficile. 

La critica  di Orbàn su questo punto è dura e diretta – nel suo stile – “Mosca non trema sotto le sanzioni energetiche, che danneggiano l’Europa più di quanto facciano male alla Russia”, un dato che ogni giorno desta maggiore preoccupazione tanto negli analisti quanto nei convinti sostenitori della tecnica delle sanzioni, che non solo la storia, ma la cronaca hanno giudicato come fallimentari.  E’ una verità scomoda, difficile da digerire, sopratutto per chi in Europa ne ha fatto quasi una questione manichea, in cui o stai con “ le sanzioni “ e quindi con l’Europa, oppure se ti opponi o suggerisci che si tratta di una strategia errata allora vieni indicato e additato come “collaborazionista” del Cremlino, con annessa campagna stampa diffamatoria. 

Per giungere alla fine del conflitto Orbàn indica l’unica via percorribile quella di proporre una “buona offerta di pace”, accettabile da Kiev e da Mosca, ed il ruolo dell’Europa e dell’Occidente non deve essere quello di attore del conflitto, ma di custode di quella pace. Una visone questa non distante da quella indicata in illo tempore da Henry Kissinger, il grande statista americano. 

Il dato che preoccupa il Primo Ministro Ungherese secondo cui le sanzioni stanno erodendo l’Europa al contrario della Russia la quale pur  vendendo meno energia ha visto un aumento dei i ricavi  dal petrolio e dal gas naturale.  Anche i giganti energetici americani ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips sembrano trarre profitto dalla crisi energetica. Al contrario però il deficit energetico dell’Unione europea è triplicato e si attesta sui  189 miliardi di euro. Dati a dir poco allarmanti.  Ma come ha sostenuto il premeir ungherse, i burocrati di Bruxelles sembrano non rendersene conto. Per Orbàn la soluzione praticabile è una sola, “l’Europa deve trasferire la maggior parte del proprio fabbisogno energetico all’elettricità, poiché l’onere causato dall’elettricità (energia nucleare e solare) è molto minore rispetto ad altre fonti di energia”. 

Ma il problema è molto più radicale, e non può essere ricondotto alla sola vicenda bellica, che per quanto decisiva è recente. I problemi dell’Europa sono strutturali e di lunga data, e finchè l’Europa non metterà ordine al proprio interno non potrà giocare alcun ruolo esterno ai propri seppur labili confini. 

“C’è una guerra, una crisi energetica e un’inflazione bellica, e tutto questo disegna un velo davanti ai nostri occhi.  – sostiene con convinzione profetica Orbàn – un velo che nasconde le questioni di genere e la migrazione. Perché in realtà il nostro futuro gira attorno a questi temi. Questa è la grande, storica battaglia che stiamo combattendo: demografia, migrazione e questioni di genere. È proprio questa la posta in gioco nella lotta fra la destra e la sinistra”. Il primo ministro Orbán si è espresso contro la spinta dell’élite europea a favore di una politica estera comune  basata sul voto a maggioranza semplice.  Secondo il Premier Orbán, l’UE, per esempio, dovrebbe concentrarsi sull’allargamento dei Balcani, segnalando la presenza di  un “grande buco nero” tra Grecia e Ungheria, al contrario di quello che fa l’Unione Europea che chi difende i confini lo ostacola e lo “punisce” come avvenuto nel caso del Ministro degli Interni Matteo Salvini in Italia. 

L’Europa è in preda alla recessione. Mentre l’Ungheria ha tutte le possibilità di diventare un’eccezione locale in una recessione globale, facendo crescere la sua economia anche in tempi di crisi, mentre il resto d’Europa dovrà affrontare una grave recessione economica avverte il Premier ungherese, ed il 2030 segna la data fatidica del redde rationem dove  ci sarà una nuova dinamica di potere all’interno dell’UE, “perché a quel punto noi centroeuropei diventeremo contribuenti netti”. 

In conclusione Orbàn ha toccato uno dei tasti più dolenti delle follie liberal-globaliste, scatenando reazioni e false reinterpretazioni delle sue parole affermano : “ la sinistra internazionalista impiega una finta, uno stratagemma ideologico: l’affermazione – la loro affermazione – che l’Europa per sua stessa natura è popolata da popoli di etnia mista. Questo è un gioco di prestigio storico e semantico, perché fonde due cose diverse. C’è un mondo in cui i popoli europei sono mescolati con quelli che arrivano da fuori dell’Europa. Questo è un mondo misto. E c’è il nostro mondo, dove le persone dall’interno dell’Europa si mescolano tra loro, si muovono, lavorano e si trasferiscono. Così, per esempio, nel bacino dei Carpazi non siamo un’etnia  mista: siamo semplicemente un misto di popoli che vivono nella nostra patria europea. E, dato un allineamento favorevole delle stelle e un vento successivo, questi popoli si fondono in una sorta di salsa Hungaro-Pannonica, creando la loro nuova cultura europea. Per questo abbiamo sempre lottato: siamo disposti a mescolarci gli uni con gli altri, ma non vogliamo diventare popoli di etnia mista. Per questo abbiamo combattuto a Nándorfehérvár/Belgrado, per questo abbiamo fermato i turchi a Vienna, e – se non sbaglio – per questo, in tempi ancora più antichi – i francesi hanno fermato gli arabi a Poitiers.”

La questione centrale è sempre la stessa, da una parte c’è la ferma e ferrea volontà di difendere l’Europa Cristiana, le sue tradizioni, la sua storia, la sua essenza, dall’altra la volontà favorita dalle élite liberal  di distruggere l’identità Europea colpendone i pilastri identitari, e avvolgendola nel funesto e mortale abbraccio della secolarizzazione relativista. Orbàn è stato il primo ad ingaggiare la lotta, la sua “crociata” in difesa dell’identità ungherese, europea ed occidentale, ed è per questo che subisce le continue persecuzioni da parte dell’ideologia globalista-relativista, ma noncurante e forte delle sue convinzioni procede per la sua strada, sostenuto dal suo popolo,  del resto come è scritto nel Vangelo “sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”( Mt 10,16-23).