Le conseguenze del ritiro dall’Afghanistan

di Michele Orsini
23 Agosto 2021

In questi giorni il mondo è rimasto scioccato dal tracollo dello stato afghano e dalle immagini della popolazione che prova a scappare dai talebani. Chi è più interessato alla geopolitica si chiede cosa succederà. La questione diventa particolarmente interessante perché gli attori coinvolti sono molteplici.

Innanzitutto il vero vincitore della questione afghana è il Pakistan, che storicamente ha forti interessi nel paese confinante. Con il vecchio/nuovo regime dei talebani, che ha da sempre supportato e finanziato, spezza la minaccia di un’alleanza indo-afghana a suo danno e sicuramente potrà accrescere la sua sfera di influenza. La vittoria pakistana, in particolare dei suoi servizi segreti, apre le porte alla Cina, che controlla abbastanza saldamente il Pakistan. È infatti prevedibile che il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) venga esteso anche all’Afghanistan. Tuttavia potrebbe anche trattarsi di una vittoria di Pirro poiché il Pakistan ha notevoli problemi di stabilità interna e un suo crollo potrebbe essere uno scenario plausibile.  

D’altronde si registra la sconfitta politica indiana per i motivi uguali e contrari a quelli che annoverano il rivale tra i vincitori. L’India, diplomaticamente sempre più vicina agli Stati Uniti e ormai inserita nel sistema di contenimento marittimo americano ai danni della Cina i resta comunque una minaccia sia per il Pakistan geografico che per la Cina. 

La Cina sembrerebbe la vincitrice assoluta della partita, poiché vede non solo il ritiro di truppe americane da un paese confinante ma anche perché ora potrà mettere le mani sul paese con la forza sei suoi capitali di stato. Tant’è vero che si è già detta pronta a riconoscere il nuovo governo talebano. La Cina, per aumentare la sua sfera di influenza e il suo controllo, ben potrebbe aiutare i talebani a finanziare il nuovo stato, che si ritrova con i conti esteri e con le riserve valutarie congelate. La questione però potrebbe non essere così semplice: la Cina reprime, nelle sue province più occidentali, la minoranza musulmana degli uiguri. Lo Xinjiang confina per un breve tratto con l’Afghanistan attraverso il corridoio del Wakhan da cui potrebbero affluire armi in aiuto degli uiguri. Saranno decisivi eventuali prevedibili accordi tra i due regimi. Per ora i cinesi stanno usando la ritirata americana come leva propagandistica contro Taiwan, facendo credere alla popolazione dell’isola che, come gli americani hanno abbandonato gli afghani, prima o poi abbandoneranno pure loro. Mera propaganda facilmente smentibile.

Gli Stati Uniti hanno, indubbiamente, perso la partita. Non oggi certo, ma a ciò si aggiunge l’imbarazzo di una ritirata confusa. La guerra in Afghanistan non è un evento che cambia la strategia americana ma semplicemente è una sconfitta tattica che non mina il primato militare americano e non modifica sostanzialmente la strategia. Nemmeno cambia qualcosa in seno all’Alleanza atlantica che, nonostante gli sbuffi di alcuni leader, non sembra destabilizzarsi in alcun modo e non si prevedono stravolgimenti come una fantomatica difesa europea, sogno impossibile di chi vede nell’Europa la panacea di tutti i mali. Per i paesi europei, dopo la ritirata, si porrà il problema dei flussi migratori degli afghani in fuga dal regime talebano. Sarà fondamentale collaborare coi paesi confinati per evitare flussi migratori incontrollati. La sconfitta, oltre a minare la credibilità americana, sembra essere sintomo della profonda crisi interna agli Stati Uniti e caratterizzare almeno questo decennio. 

 La ritirata ha lasciato sul campo armi e veicoli per miliardi di dollari, come ammesso dal consigliere della sicurezza Jake Sullivan. Risultano abbandonati elicotteri Black Hawk e aerei A29 Super Tucano per addestramento e per attacco al suolo. Si presume che, al termine del ritiro, questi velivoli verranno distrutti con un attacco aereo. Ma c’è pericolo che questi veicoli cadano in mani cinese, più che in mani talebane data la complessità dei mezzi. Purtroppo non si potrà fare molto per i fucili d’assalto M16 e M4 in mano ai talebani, che ora non perdono occasione per brandire davanti ai media occidentali il bottino conquistato.

Oltre alle fredde considerazioni geopolitiche è più che doveroso richiamare l’attenzione alle indicibili sofferenze che aspettano il popolo afghano. Le poche libertà portate dagli occidentali non avranno vita lunga e già si vocifera di prime vendette, rastrellamenti e liste di giovani ragazze in età da marito da dare in sposa ai terroristi. Le immagini che ci giungono quotidianamente sono tragiche: madri che consegnano i figli neonati ai Marines per farli andare via con loro, persone che provano ad aggrapparsi agli aerei da trasporto per poi fatalmente precipitare. Solo un ingenuo può credere alle parole di moderazione dei talebani. Quando l’attenzione mediatica si sposterà altrove, la moderazione resterà solo nelle false parole dei terroristi. 

Il ritiro era da tempo annunciato e da lungo tempo voluto anche se Obama, che in campagna elettorale aveva promosso il ritiro americano dall’Afghanistan, aumentò il contingente anziché ridurlo. La rapida avanzata dei talebani è stata portata avanti con il preciso scopo di causare problemi agli americani e ai loro alleati e ha denotato il fallimento del processo di nation building. Attualmente ciò che resta del vecchio Afghanistan si trova nel nord del paese, nella provincia del Panjshir, mai conquistata dai talebani e nota per il famoso guerrigliero Massoud.

Attualmente l’ex vice presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan Amrullah Saleh si è dichiarato Presidente, citando la costituzione, e si è stabilito con ciò che resta del governo nella provincia protetta dal figlio del Leone del Panjshir. Questo governo resta legale proprietario dei conti esteri afghani e delle riserve valutarie che adesso fanno gola ai talebani per la costruzione del loro stato. Come ha giustamente ricordato Ahmad Massoud, l’Afghanistan è in una situazione simile all’Europa nel 1940. La ritirata americana, in questo paragone, sarebbe dunque la brutta copia di Dunkerque, dove l’esercito inglese evacuò insieme a reparti francesi e belgi ma con mezzi improvvisati e sotto la gragnola di bombe della Luftwaffe. La ritirata americana oggi non sembra aver imitato quel virtuoso modello ma averne seguito uno alquanto discutibile e imbarazzante.