Le acrobazie di Donald Trump sulle macerie lasciate da Obama

di Alessandro Aragona
20 Aprile 2017

All’indomani della prova di forza statunitense in territorio siriano, decine sono stati i commenti, più o meno autorevoli, che hanno cercato di dare un senso al nuovo corso della politica estera americana. In molti hanno manifestato amarezza per il deciso cambio di rotta rispetto all’isolazionismo tanto sventolato in campagna elettorale, riscontrando nell’improvviso attacco missilistico una preoccupante continuità con l’interventismo precedente. Se è vero che dal nuovo Presidente era lecito attendersi comportamenti diversi, è altrettanto vero che l’analisi deve per forza di cose essere più approfondita e meno avventata, anche alla luce dello sviluppo successivo degli scenari geopolitici. Pur partendo dalla volontà di agire diversamente rispetto alle amministrazioni precedenti, Trump ha dovuto fare i conti fin dall’inizio con una pesantissima eredità, probabilmente da lui stesso sottovalutata nelle proporzioni: le macerie lasciate da Obama nelle relazioni internazionali.

In quest’ottica vanno interpretati non solo l’attacco alla Siria (effettuato peraltro dopo aver avvertito i russi affinché potessero evacuare la base) , ma anche l’escalation con la Corea del Nord che, probabilmente, rappresenta per lui il primo vero nodo da risolvere. Al di là delle considerazioni, spesso figlie di determinate simpatie politiche o di partigianeria ideologica, una cosa è certa: non c’è teatro di guerra o di conflitto che non fosse stato lasciato pendente o irrisolto dalla politica estera di Obama. Ed è da questa palude che i repubblicani sono stati costretti a ripartire. In questo senso, le azioni messe sul campo fino ad ora veicolano un semplice messaggio : siamo tornati sulla scena in pianta stabile e le decisioni non si prendono senza di noi. Così, se Obama era rimasto silente spettatore davanti al progetto nucleare coreano, ora l’obiettivo è quello di alzare il livello di tensione per far capire alla controparte che la ricreazione è finita. La partita è di quelle che contano, se si pensi al fatto che la Corea è l’unico luogo sulla faccia della terra che confina con le tre grandi superpotenze (Cina, Russia e Usa, quest’ultima attraverso la “controllata” Corea del Sud). Gli stessi cinesi sarebbero pronti a spegnere la luce in qualsiasi momento al regime di Pyongyang, ma hanno tutto l’interesse a tenere in vita una nazione divisa e a continuare a dotarsi di un utile idiota come “cuscinetto”.

Non a caso invitano alla prudenza, nonostante prosegua il corteggiamento di Trump, mostratosi disposto a chiudere un occhio sulle proprie velleità protezioniste e il dumping commerciale di Pechino. Non molto diversa, concettualmente, la situazione in Siria, a tutti gli effetti un protettorato russo dagli anni 70. Il ripristino di azioni costanti e incisive contro le milizie jihadiste (anche in questo caso a riempimento del vuoto lasciato dai democratici) non ha impedito agli americani di mettere bene in chiaro quanto ciò non giustificasse la permanenza del regime di Assad e soprattutto la volontà dei russi di gestire in via esclusiva il processo di transizione, al quale lo stesso Putin in realtà sta già preparando ( e del quale ha parlato con Tillerson in settimana). Non sfugge quindi la complessità dello scenario, reso ulteriormente complicato dalla svolta autoritaria della Turchia di Erdogan, membro della Nato, e dalle imminenti elezioni in Iran, forse il prossimo dossier da aprire dopo le relazioni pericolose portate avanti dall’amministrazione precedente. Pensare che in questo quadro The Donald sarebbe rimasto con le mani in mano, era semplicemente una follia.