La visita al Monte del Tempio del ministro Israeliano Ben Gvir scatena l’odio mainstream antisionista

La visita al Monte del Tempio del nuovo ministro della sicurezza nazionale israeliano Ben Gvir ha provocato l’apoteosi mediatica in larga parte del mondo, con una pioggia di critiche ricevute dai vertici nazionali dei paesi autocratici ma anche – duole annotarlo – di numerosi stati democratici ed occidentali, pur alleati dello stato ebraico. Eppure, ci sono diverse ragioni per ritenere la visita del ministro un evento simbolico di grande importanza per Israele e l’Occidente stesso.

Vediamole. In primis, l’azione politica è avvenuta a neanche una settimana dal giuramento alla Knesset del nuovo esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, che succede ad un governo di quasi unità nazionale che aveva dimostrato l’instabilità istituzionale e la debolezza geopolitica del paese.

Pertanto, cominciare il mandato con un’azione politica forte nei confronti di Hamas, organizzazione terroristica palestinese che controlla la Striscia di Gaza e rivendica da mesi attentati ed attacchi mortali avvenuti a danno dei civili in territorio israeliano, appare come un gesto di determinazione volto a dimostrare la non volontà del nuovo governo di cedere a diktat e ricatti dei nemici. Il tanto citato status quo relativo alla giurisdizione dei luoghi santi presenti sulla spianata delle moschee (che pure il premier ha affermato di non voler mettere in discussione) impedisce la libertà di movimento ed accesso di fedeli e comuni cittadini israeliani, limitandola a pochi giorni della settimana. Inoltre, in un momento storico in cui Israele è vittima costantemente di attentati, lanci di missili ed attacchi terroristici da parte dei palestinesi, l’idea che debba essere Gerusalemme a rispettare uno “status quo” ed “evitare provocazioni” appare come un punto di vista profondamente denso di antisionismo.

Tuttavia, un altro fattore che rende importante la visita del ministro israeliano è la necessità di trasmettere un messaggio di fermezza alla teocrazia iraniana: Teheran osserva con attenzione il comportamento del nuovo governo israeliano ed è pronta a minarne fondamenta e stabilità, nel caso se ne presentasse l’occasione. Risaputa la vicinanza ideologica e politica di gruppi terroristici palestinesi come Hamas al regime sciita, è fondamentale per Gerusalemme non dimostrarsi disposta a fare concessioni ed apparire remissiva. Se il governo dello stato ebraico apparisse incapace di imporsi sui suoi proxyes, come potrebbe risultare credibile nell’intenzione di smantellare militarmente il pericoloso programma nucleare iraniano? Anche in ragione di ciò, veniamo alle note dolenti delle reazioni alla visita del ministro al Monte del Tempio: è da segnalare soprattutto la condanna da parte dell’amministrazione Biden verso il gesto dimostrativo del governo israeliano.

Ritenendo inesistente la vicinanza ideologica e politica ai terroristi islamici palestinesi degli USA, la condanna è comprensibile se si osserva la paura del governo americano di ritrovarsi a dover gestire numerosi fronti di guerra, eventualità che crede non essere in grado di fronteggiare. Impegnati nel sostegno militare e diplomatico a Kiev, gli USA temono che le tensioni agitate da Iran, Corea del Nord e Cina possano deragliare o provocare una reazione forte delle nazioni democratiche vicine a simili autocrazie, che comporterebbero lo scoppio di nuovi conflitti militari verso cui Washington non potrebbe disinteressarsi. Pertanto, la richiesta degli USA di “preservare lo status quo nei luoghi santi” denota la speranza di assistere ad una remissività israeliana sul piano dei principi e della sicurezza nazionale. Del resto, il peccato originale di Joe Biden – prima da vice nell’amministrazione Obama ed oggi da presidente in carica – è sempre stato quello di apparire disposto a fare concessioni su principi e valori morali verso i nemici, in particolar modo nel teatro geopolitico del Medio Oriente.

Questa sua negativa particolarità è sfruttata dalle autocrazie in chiave antioccidentale: Pechino aumenta la tensione nello stretto di Taiwan, confidando nella titubanza degli USA nel superare la “politica di una sola Cina” e riconoscere ufficialmente l’indipendenza di Taiwan. Mosca continua a provocare escalation e massacrare civili in Ucraina, contando sull’attuale titubanza degli USA a fornire caccia da guerra a Kiev o ad istituire una No Fly zone della NATO sui cieli ucraini.

La Corea del Nord non accenna a placare il proprio istinto aggressivo ed i continui lanci di missili, mettendo a rischio la sicurezza di Giappone e Corea del Sud, constatando la remissività degli USA ad agire per rovesciare Kim Jong-Un. Infine, Teheran aumenta le forniture di armamenti al Cremlino ed agita lo spettro del nucleare, contando sul troppo timido posizionamento degli USA verso la possibilità di sostenere le proteste nel paese al punto di rovesciare il regime, o di stracciare definitivamente le fallimentari ed inutili trattative per un accordo sul nucleare iraniano.

Delineati questi fronti ed espresse le ragioni per cui la visita del ministro Ben Gvir è da ritenersi di vitale importanza, non resta che augurarsi che Israele prosegua su questi binari valoriali il proprio approccio alla geopolitica in Medio Oriente, dato che la possibilità di rovesciare la teocrazia islamica ed assicurare la sopravvivenza dello stato ebraico dipende solo dalla forza del suo governo e dei suoi apparati, più che dalla difesa degli alleati, ad oggi deboli e remissivi.